Un giorno, una signora entra nel negozio La Terza Piuma, conosciuto a Bergamo e non solo per la spiccata sensibilità alle problematiche ambientali e sociali, e ha dato loro una missione impossibile: confezionare dei vestiti senza utilizzare il "blu disperso" a cui è allergica. 

«Abbiamo trovato una soluzione per questa signora contattando i produttori di tessuti con cui lavoriamo che ci hanno così fornito le schede tecniche: solo in questo modo possiamo essere sicuri dell’appropriatezza di un tessuto per ciascuna problematica» ci racconta Monica Cerri, la fashion designer di Dressing Piuma, una delle tre “anime” della Terza Piuma, soddisfatta per la conclusione positiva di questa vicenda. 

È così che inizia l’avventura nel mondo dei tessuti anallergici del team della Terza Piuma, facendo proprie le esigenze che arrivano dai consumatori e studiando come offrire risposte etiche e sostenibili: un acquisto d’impulso e non ragionato è sempre qualcosa che viene sconsigliato, poiché molto spesso si rivela inutile o di scarsa qualità e, quindi, poco durevole. 
A partire da questo principio ecco che La Terza Piuma indaga e scopre uno stretto legame tra salute e qualità dei tessuti, ma anche, con il benessere del nostro pianeta
Il futuro del progetto de La Terza Piuma sarà costellato sempre da nuove sfide, ma la fashion designer Monica e tutte le persone della Terza Piuma, non vedono l’ora di affrontarle e, nel frattempo, di aggiornarsi, studiare e individuare sempre nuove soluzioni.

Dressing Piuma

Belli senz'anima: tessuti belli fuori, ma dannosi all’interno – per noi e il pianeta 
Questa indagine, però, ha sollevato anche questioni etiche cui – come sempre – la Terza Piuma dona sempre grande attenzione: certi elementi possono essere dannosi solo per alcune persone, ma è possibile che ce ne siano di dannosi per tutti e, magari, anche per l’ambiente? 

Purtroppo, la risposta è sì, come abbiamo scoperto contattando Gianluca Belotti, coordinatore del gruppo locale bergamasco di Greenpeace Italia: alcune sostanze chimiche usate per produrre vestiti possono essere pericolose per l’ambiente e, di conseguenza, per noi che beviamo acqua di falde inquinate. 

A questo proposito, Greenpeace ha avviato la campagna Detox nel 2013, che è servita davvero molto per aumentare la consapevolezza tra l’opinione pubblica di questo problema, sia per sollecitare i brand di moda a prendere provvedimenti. 

tessuti non allergici

Come è nata la campagna Detox?
«Abbiamo iniziato la campagna per proteggere fiumi e oceani dall'inquinamento causato dalle sostanze chimiche pericolose utilizzate per produrre vestiti, proprio perché l’industria della moda è tra quelle che generano il maggiore impatto sulle acque del Pianeta» ci racconta Gianluca. 
«Si è partiti dalla Cina, dove molti marchi internazionali hanno spostato negli ultimi decenni gli stabilimenti produttivi, e si è riscontrata la presenza di sostanze chimiche pericolose negli scarichi che finiscono nei fiumi causando danni ad ambiente e alla salute umana. In seguito nel 2015 sono partite otto spedizioni in aree montuose remote di Asia, Europa e Sud America, per raccogliere campioni di neve e acqua e verificare la presenza di una classe di inquinanti persistenti: i composti poli- e per-fluorurati o PFC.» 

Quali dati sono emersi dalla ricerca? 
Le indagini hanno mostrato la presenza di PFC nei campioni di neve provenienti da tutti i siti di campionamento. Anche i campioni prelevati a più di 5.000 metri, sui monti Haba in Cina, sebbene abbiano registrato i livelli di contaminazione più bassi, hanno evidenziato la presenza di tracce di PFC. Le concentrazioni più elevate sono state riscontrate nei campioni prelevati sui monti Tatra in Slovacchia, sui monti Sibillini (Lago di Pilato, Italia) e sulle Alpi (la regione dei laghi di Macun in Svizzera). 
Il composto registrato in maggiori concentrazioni nei campioni di neve è stato il PFNA (PFC a catena lunga). 
I risultati delle analisi di laboratorio mostrano chiaramente che i composti poli- e per-fluorurati sono ampiamente diffusi anche in aree remote del pianeta e molto lontane da siti industriali. 

Cosa possono causare gli elementi tossici alla nostra pelle? 
I PFC non sono noti per generare problemi di salute se al contatto con la pelle e non esistono, fino ad ora, prove dirette legate ai rischi per la salute generate dall’indossare abiti contenenti PFC. I PFC sono rilasciati nell'ambiente durante la produzione dei tessuti, così come durante l'uso e lo smaltimento di prodotti contenenti PFC. Queste sostanze possono raggiungere i nostri corpi quando respiriamo l'aria contenente PFC o quando ingeriamo cibo, beviamo acqua, o attraverso l'esposizione a polvere di casa. 

Ci sono dati che raccontino la situazione italiana?
In Veneto, in un’ampia area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova è noto il più grave caso di contaminazione al mondo con queste sostanze. Per anni aziende inquinanti hanno riversato tali sostanze nell’ambiente contaminando le falde acquifere che riforniscono gli acquedotti di circa 350 mila persone. Oggi numerosi residenti nell’area hanno elevati livelli di composti poli e perfluorurati nel sangue, con evidenti impatti sulla loro salute come gli elevati livelli di colesterolo e altre patologie connesse a queste sostanze. 

Quali risultati ha ottenuto la campagna?
Grazie alla nostra azione, unita a quella di decine di comitati e cittadini, siamo riusciti a far inserire dei limiti per la presenza di queste sostanze nell’acqua potabile da parte della Regione Veneto. In questo momento le autorità stanno rifacendo gli acquedotti per garantire l’accesso ad acqua sicura e non contaminata a tutta la popolazione residente. Certo è che mancano ancora interventi più ampi, visto che il problema legato a questi composti chimici è molto più ampio. Serve un divieto assoluto al loro uso, almeno su scala europea, considerando che alternative più sicure già esistono sul mercato. 

C’è stata un’evoluzione o una presa di responsabilità delle case produttrici?
Le aziende di abbigliamento che hanno sottoscritto l’impegno Detox si sono impegnate pubblicamente a eliminare le sostanze chimiche pericolose dai processi produttivi entro il 2020. Più di 30 marchi internazionali della moda, di abbigliamento sportivo e discount, che rappresentano circa il 15% della produzione tessile globale in termini di fatturato, hanno preso con i consumatori impegni Detox seri e credibili e alcune aziende outdoor più piccole hanno già lanciato intere collezioni di abbigliamento impermeabile prive di PFC. 

Ogni giorno di più capiamo come il nostro benessere e quello del pianeta siano elementi strettamente correlati tra loro e che non può più esistere alcuna azienda o settore produttivo che ignori questo legame: il nostro compito come consumatori è quello di informarci al meglio e di scegliere cosa acquistare con consapevolezza, in modo da favorire le aziende che hanno un comportamento responsabile e, insieme, assicurarci il bene del pianeta e della nostra salute. 

A cura di Chiara Buratti
fotografie di Roberto Giussani ©2021
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