Mario Colombo – Direttore Generale IRCCS Istituto Auxologico Italiano
L’emergenza Covid rimarrà nella memoria di tutti, e in particolare di noi lombardi e milanesi. Volevamo fissare nel tempo questo periodo, i sentimenti che lo hanno pervaso, le tante immagini di sofferenza, ma anche qualche sorriso e soddisfazione di questi ultimi giorni che la pressione sugli ospedali sta diminuendo.

L'Istituto Auxologico Italiano è una Fondazione, ente no profit, che per l'emergenza Covid ha interamente trasformato l'Ospedale San Luca in ospedale Covid e attivato nella sede di Auxologico Capitano una struttura riabilitativo per i pazienti Covid.Si è aperta tra la comunità del personale di Auxologico una bella discussione nella quale la parola “grazie” è stata sicuramente la più ricorrente.
Da qui è nata l’idea del murales, su una parete da poco resasi disponibile adiacente al nostro Ospedale San Luca a seguito di alcune demolizioni, sulla circonvallazione di Milano, una via di transito percorso ogni giorno da migliaia di persone.
Abbiamo condiviso l’idea con l’artista ormai famoso “graffitaro” Lapo Fatai che ha dato forma al nostro desiderio di ringraziare non solo il personale di Auxologico e di tutti gli altri ospedali italiani, ma anche la generosità dei lombardi e dei milanesi che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno a chi ha lavorato, in mezzo a mille difficoltà ed incertezze, per la salute della collettività.
Il nostro grazie va ovviamente a Lapo Fatai, per averci aiutato a diffondere il nostro messaggio di gratitudine e di speranza per il futuro, e aver messo a disposizione la propria vocazione artistica gratuitamente.
Anche il materiale che è stato utilizzato per il murales ed i mezzi tecnici sono stati generosamente donati dalla impresa Rimond.

Prof. Gianfranco Parati – Direttore Dipartimento di Scienze Cardiovascolari, Neurologiche e Metaboliche, Ospedale S. Luca e Direttore Scientifico, IRCCS Istituto Auxologico Italiano, Milano
In questi ultimi giorni passando da un reparto all’altro dell’Ospedale si incontrano più facilmente persone sorridenti, anche se stanche per queste difficili settimane di turni pesanti di lotta contro il coronavirus. Sorriso che nasce dalla grande soddisfazione di vedere finalmente pazienti meno gravi, che sempre meno necessitano di terapia intensiva. Di vedere più guariti, più persone che dopo aver lottato settimane, alla fine ce l’hanno fatta. E guardando negli occhi di chi è ricoverato, occhi spesso lucidi per l’emozione, si legge un “grazie” intenso.
Aggiungo che mai come in questo periodo la ricerca medica è fondamentale e al servizio delle cure che offriamo ai pazienti, in questo caso colpiti da Covid-19. Tutto l’Auxologico si è attivato immediatamente e, in quanto Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, abbiamo la possibilità di mettere a punto nuove terapie di concerto con la comunità scientifica internazionale con la quale siamo costantemente in contatto. Un grazie che tutti vorremmo esprimere verso quanti hanno lottato e stanno ancora lottando contro questo virus tra le mura di un ospedale. Medici, infermieri, staff tecnico e amministrativo, addetti alle pulizie e alla cucina, addetti alla sicurezza.
Tutti hanno dato il loro contributo con coraggio e generosità.
Un grazie va anche a chi, pur in trincea nella lotta quotidiana contro il virus in corsia, non ha rinunciato a impegnarsi nella ricerca per comprendere i meccanismi con cui questa malattia ha colpito così tante persone, per trovare nuove terapie e per prevenire future ricadute e altri contagi.
“Grazie” è quanto vuole esprimere questo murales. Con un sorriso.

La testimonianza del medico in prima linea:
Dott. Gianni Perego - Responsabile Unità di terapia intensiva coronarica (Utic) - Auxologico San Luca, Responsabile Area Covid.
È cominciata alla spicciolata. Il Pronto Soccorso raccoglieva casi sporadici. Pazienti ancora in buone condizioni generali, ma comunque i primi pazienti Covid, in una Milano che, fortunatamente non veniva travolta dalla marea. Le notizie che venivano dalla Bergamasca e dal Lodigiano erano drammatiche. Erano necessari posti di terapia intensiva: cosa potevamo fare noi, un ospedale super specializzato comunque non dotato di terapia intensiva? E così abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo. Tutto Covid: i reparti di cardiologia e neurologia sono stati trasformati  in reparti  dedicati alla cura dei nuovi malati. Un intero piano di degenza  si è trasformato in terapia subintensiva respiratoria: ogni letto dotato di presidi per la ventilazione non invasiva (per intenderci quella che non richiede l'intubazione del paziente). Ma il passo più grande è stato trasformare Unità Coronarica e Pronto Soccorso in un'unica terapia intensiva di 13 letti.  E l'ondata è arrivata. Tanti pazienti, spesso critici,  trattati dopo molti giorni di malattia, perché provenienti da zone dove l'esplosione dell'epidemia aveva improvvisamente saturato tutte le risorse sanitarie. Percepivamo il valore di quello che stavamo facendo. La necessità di un'impresa che ci portava lontano dal nostro lavoro "consueto".  

Tutto questo è stato possibile perché sono state messe  in campo risorse, dispositivi di protezione, apparecchiature e strutture. Ma soprattutto grazie alle persone. Infermieri che hanno accettato senza batter ciglio turni massacranti per fare fronte all'emergenza. Medici che hanno abbandonato le loro specialità per imparare a fare qualcosa di nuovo dai pochi che ne avevano esperienza. Personale che a vario titolo ci ha assistito in questa impresa consentendoci di sentirci sicuri e protetti anche in prima linea.  

Sarebbe quasi offensivo da parte mia ringraziare tutti gli operatori sanitari e non sanitari che hanno partecipato a questa impresa. Ringraziamoci a vicenda, perché è stato lavoro di tutti, fatica di tutti. E adesso che i contagi calano, tiriamo un po’ il fiato e cerchiamo di ricostruire il nostro ospedale nella speranza che non sia necessario  ricominciare tutto da capo. Ma adesso siamo più preparati.

L’importanza della riabilitazione sia nell’emergenza che nella post-emergenza Covid
L’epidemia da Coronarovirus rischia di mettere in ombra problemi sanitari molto importanti. Uno è quello di garantire una precoce riabilitazione intensiva a pazienti con gravi disabilità insorte acutamente. L’istituto Auxologico Italiano ha nella sede di via Mercalli, Ospedale Capitanio, un Dipartimento di Scienze Neuroriabilitative con 51 posti letto che accolgono pazienti con gravi menomazioni neuromotorie.

Chiediamo al suo direttore, il prof. Luigi Tesio, Ordinario di Medicina Fisica e Riabilitativa alla Università Statale di Milano, come è stata gestita l’emergenza da questo punto di vista clinico.

Prof. Tesio, quali problemi affronta la riabilitazione in epoca Covid?
L’epidemia ha nascosto, ma non eliminato, condizioni acute che generano grave disabilità. Pensiamo a ictus cerebrali ischemici o emorragici, polinevriti, interventi neurochirurgici per tumori del sistema nervoso, politraumi.
Per questi pazienti la riabilitazione non è rinviabile: si rischiano esiti invalidanti evitabili e un maggiore rischio di mortalità, anche senza infezione da Coronavirus.

Si può fare riabilitazione su questi pazienti?
Si deve, e con la stessa qualità e intensità pre-Covid. Presentare positività al tampone senza sintomi non preclude affatto un percorso di riabilitazione neuromotoria e cognitiva. Questo impone di mantenere in piena efficienza un’ équipe multiprofessionale (medici, infermieri, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, neuropsicologi) organizzata intorno al paziente.

Ricoverate pazienti sia negativi che positivi al tampone?
Noi ricoveriamo attualmente soltanto pazienti che all’ingresso risultano potenzialmente non infettivi (Covid negativi) . Tuttavia i pazienti si possono positivizzare in seguito perché il periodo di incubazione silente può arrivare 2 settimane.

Quali problemi supplementari ha introdotto l’epidemia nel Suo Dipartimento?
Il primo è la necessità di creare percorsi separati per pazienti Covid negativi e Covid positivi: la positivizzazione, nella nostra esperienza di 6 settimane, è infrequente, ma impone comunque la separazione. Questo ha voluto dire creare due aree e due équipes distinte e vigilare più che mai sui sintomi. Bisogna eseguire tamponi almeno settimanali per monitorare la variazione da Covid positivi a Covid negativi e viceversa, e destinare il paziente all’area appropriata. Bisogna anche sapere subito quando trasferire rapidamente il paziente che diventi sintomatico presso la nostra sede centrale dedicata alla cura delle manifestazione respiratorie della malattia. Il secondo problema è la necessità di particolare cautela nei trattamenti che sono in massima parte eseguiti a contatto fisico diretto fra operatori e pazienti particolarmente fragili.

Come ce l’ha fatta l’ Istituto Auxologico?
Siamo riusciti a creare tempestivamente aree e percorsi distinti. L’équipe si è prodotta generosamente e con coraggio: lo sdoppiamento richiede più risorse; l’assistenza richiede contatto stretto con il paziente. La positivizzazione e la complicazione respiratoria, nella nostra esperienza di 6 settimane, si sono rivelati eventi rari. I risultati riabilitativi sono rimasti elevati come sempre.

Che cosa si può fare dipiù?
Al momento la nostra sezione per pazienti Covid positivi ha dimensioni che ci consentono soltanto di trasferirvi i nostri pazienti che si positivizzano dopo il ricovero. Non abbiamo margine, se non in casi del tutto sporadici, per ammettere pazienti che siano positivi (anche se senza sintomi) già in fase acuta e che pure avrebbero bisogno di riabilitazione intensiva. Ma questo è un problema di programmazione regionale. 

Ufficio Stampa IRCCS Istituto Auxologico Italiano

30-4-2020

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