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Intorno c’è vuoto e silenzio, ma la fatica e la paura possono fare più rumore di qualsiasi rumore. Siamo tutti umanamente impauriti, ci portiamo la paura in tasca e ci sentiamo piccoli e impotenti di fronte a un virus microscopico ed invisibile. Un virus dal nome “regale” che può arrivare dappertutto e da tutti e non fa differenze.
La dottoressa Elena Nodari, psicologa e psicoterapeuta, ci offre una chiave di lettura dell’inquietudine di questo periodo difficile, in cui la percezione del rischio è estremamente elevata. «Ognuno di noi ha le proprie crepe e fragilità. Siamo tutti precari e deboli, combattiamo con la paura di non farcela, l’insicurezza, l’incertezza, l’invisibilità di un minuscolo virus potenzialmente pericoloso. Ricordiamoci che nella nostra fragilità si nascondono i valori più grandi: la fragilità è un valore umano. Non sono le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille umane fragilità che ci aiutano ad affrontare le difficoltà. Il nostro contesto culturale ci insegna a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti. Si pensa spesso all’uomo di roccia, all’uomo forte. È una visione della vita ampiamente esibita, in cui è centrale il culto del corpo bello e forte; la vita deve essere interessante, perfetta, intelligente, ricca di successo. La vita conta se appare, se si dà valore all’immagine. Non devono mai apparire fragilità e debolezza come se fossero segno di disonore e cedimento» osserva la psicologa.

«Ma ora stop. Fermi a casa per giorni e giorni, i nostri progetti sono sconvolti, il futuro è un’incognita per ognuno di noi, tutto si è fermato improvvisamente: ci misuriamo com il disorientamento, lo sconcerto, la sorpresa, l’ignoto, l’imprevedibile, l’inatteso, il temuto. Viviamo un tempo strano, di sospensione, di attesa, di riflessione. In un attimo stiamo cambiando la gestione del tempo, la visione del mondo, della salute, della corporeità, del lavoro, della famiglia, degli spazi di casa, degli affetti, delle relazioni familiari ed extrafamiliari. Ora siamo attenti soprattutto al nostro corpo, non a come appare ma a come sta il nostro corpo, ai segnali che ci manda» continua la dottoressa Nodari.


Dottoressa, alla luce di questi riflessioni come possiamo valorizzare questo momento di attesa?
«La paura che tutti viviamo è una caratteristica dell’essere fragile. Impariamo quindi ad amarci come siamo, ad accogliere le nostre caratteristiche di uomini deboli. Siamo davanti ad un bivio: possiamo alimentare la paura con le sue chiusure paralizzanti oppure possiamo sentirci coinvolti e responsabili. La società della fragilità non è fatta di vincitori e di perdenti, è la società della solidarietà. Stiamo imparando un nuovo modo di stare insieme vicini ma lontani, lontani ma vicini!»

A cura di Lella Fonseca
com la collaborazione della Dott.ssa Elena Nodari,
Psicologa e psicoterapeuta presso la Neurospsichiatria dell'ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo e a Torre Boldone, Vertova e Gandino
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