Al Life Hotel di Bergamo una giornata di confronto ha rimesso al centro una delle sfide più attuali nella cura dell’endometriosi: costruire percorsi capaci di unire competenze diverse, continuità assistenziale e centralità della paziente.

L’endometriosi non è solo una malattia ginecologica. È una condizione cronica che può incidere sul dolore, sulla fertilità, sulla sessualità, sulla qualità di vita e sul benessere emotivo. Per questo oggi non basta più affrontarla per singoli problemi o per compartimenti separati. È da questa consapevolezza che è nato il congresso “Endometriosi: nuove prospettive tra clinica, multidisciplinarietà e integrazione terapeutica”, il 18 aprile 2026 al Life Hotel di Bergamo, con l’obiettivo di promuovere una visione più ampia, più integrata e più centrata sulla persona. Il tutto è stato organizzato dal Dott. Carnelli ( Primario ASST PAPA Giovanni 23) Dott. ssa Monica Vitali ( Vitanos-Centro Italiano Pavimento pelvico)

Una apertura dal forte valore istituzionale

La giornata si è aperta con i saluti istituzionali del dottor Guido Bertolaso, dei direttori generali delle ASST, dei presidenti dell’Ordine dei Medici e delle Ostetriche e dell’associazione “La voce di una è la voce di tutte”. Un inizio significativo, che ha dato subito il senso di una responsabilità condivisa tra istituzioni, professionisti e realtà che rappresentano e sostengono le donne.

A introdurre i lavori è stata poi la lettura magistrale del professor Fabio Parazzini, dedicata all’epidemiologia dell’endometriosi e alle sue comorbidità. È stato un avvio importante, perché ha riportato l’attenzione su una patologia ancora troppo spesso sottovalutata: diffusa, complessa, spesso diagnosticata in ritardo e capace di incidere profondamente sulla vita quotidiana.

Dalla clinica alla rete dei servizi

La prima sessione, moderata dal dottor Marco Carnelli e dalla dottoressa Antonella Villa, ha affrontato i fondamenti clinici e organizzativi della gestione dell’endometriosi. Si è parlato della rete lombarda dei centri, della classificazione della patologia, della diagnosi radiologica, della terapia chirurgica e del rapporto tra endometriosi e procreazione medicalmente assistita, con i contributi, tra gli altri, di Marco Carnelli, Enrico Zanetti, Enrico Betto, Sara Viganò, Daniele Mautone e Ilario Candeloro.

Già in questa prima parte emergeva un messaggio preciso: l’endometriosi richiede sì competenze tecniche elevate, ma anche la capacità di inserirle dentro un percorso organizzato. Diagnosi, chirurgia, fertilità, monitoraggio e continuità assistenziale non possono essere pensati come momenti scollegati, soprattutto in una malattia che accompagna la donna nel tempo e che spesso tocca più dimensioni della sua vita.

Il cuore del congresso: la multidisciplinarietà

È stata però soprattutto la seconda sessione a mettere a fuoco il tema più attuale della giornata: la multidisciplinarietà. Moderata dalla dottoressa Silvia Von Wunster e dalla dottoressa Nadia Rovelli, questa parte del congresso ha posto al centro la gestione multidisciplinare della paziente, accanto a tre interventi dedicati alla terapia medica complementare attraverso approccio nutrizionale, approccio ostetrico e approccio psicologico. Sono intervenute Raffaella Ferrara, Francesca Guidetti, Monica Vitali e Maria Simonetta Spada, offrendo una visione ampia di ciò che oggi significa davvero prendersi cura di una donna con endometriosi.

Ed è proprio qui che il congresso ha rilanciato con forza il concetto di multidisciplinarietà. Una parola molto usata, ma non sempre riempita di significato concreto. Il messaggio emerso dalla giornata è stato chiaro: multidisciplinare non significa semplicemente far vedere la paziente a più specialisti. Significa integrare competenze diverse attorno agli stessi obiettivi clinici. Significa passare da una somma di interventi a una vera presa in carico.

La presa in carico: il vero cambio di prospettiva

In una malattia come l’endometriosi, che può coinvolgere dolore, apparato intestinale e urinario, fertilità, sessualità, benessere emotivo e vita sociale, questo cambio di prospettiva è decisivo. Non basta sapere che cosa fare su un singolo problema. Bisogna capire come tenere insieme tutto dentro un percorso di cura.

Una donna con endometriosi, infatti, non ha bisogno solo di una visita ben fatta o di una terapia corretta. Ha bisogno di capire qual è il problema prioritario del momento, quali saranno i passi successivi, a chi fare riferimento, come verranno integrate le diverse competenze e come verrà accompagnata nel tempo. È questo il significato più profondo della presa in carico: non lasciare la paziente sola a coordinare la complessità della propria malattia.

Il razionale del congresso, del resto, andava esattamente in questa direzione, richiamando la necessità di una cultura di cura condivisa per una patologia cronica ad alto impatto, ancora spesso gravata da ritardo diagnostico, disomogeneità nei percorsi e bisogno di approcci integrati.

Terapie complementari, non “accessorie”

Molto significativa è stata anche la scelta di dare spazio a ciò che spesso viene considerato “complementare”, ma che nella vita delle pazienti è tutt’altro che secondario. L’approccio nutrizionale, quello ostetrico e quello psicologico non sono stati presentati come alternative alla terapia medica o chirurgica, ma come parti di una presa in carico più ampia, capace di rispondere non solo alla malattia, ma anche alle sue conseguenze sul corpo, sulla percezione di sé e sulla quotidianità.

È un passaggio culturale importante: non più cure separate, ma una medicina che prova a tenere insieme la malattia e la persona. E forse proprio questo è uno dei tratti più interessanti emersi dal congresso di Bergamo.

I workshop: la teoria che diventa pratica

Uno degli aspetti più originali e riusciti dell’evento è stato il pomeriggio dedicato ai workshop a rotazione, organizzati in quattro gruppi. Il programma prevedeva un workshop ecografico, un workshop chirurgico, un workshop ostetrico con modelle e una sessione di analisi e discussione di casi clinici con utilizzo di scelta multipla e interazione.

È un dettaglio che racconta bene lo spirito della giornata: non solo relazioni frontali, ma anche osservazione, pratica, esercizio e confronto diretto. L’ecografia ha richiamato l’importanza di una diagnosi precisa e competente. La chirurgia ha riportato l’attenzione sulla complessità delle decisioni terapeutiche nei casi più avanzati. Il workshop ostetrico ha aperto lo sguardo sul corpo, sulla funzione e sul supporto complementare. La discussione dei casi clinici, infine, ha allenato quella capacità di ragionare insieme che è il cuore di ogni vera multidisciplinarietà.

Anche la presenza di professionisti come Silvia Di Giovanni, Luana Fumagalli e Laura Nodari, accanto ai relatori e ai tutor dei laboratori, ha rafforzato il senso di una giornata costruita non intorno al singolo sapere, ma intorno alla collaborazione tra competenze diverse.

Un messaggio che va oltre il convegno

Se si dovesse riassumere in una frase il significato di questa giornata, potrebbe essere questa: nell’endometriosi non basta più trattare bene un singolo problema; bisogna imparare a costruire bene un percorso.

Un percorso in cui diagnosi, chirurgia, fertilità, dolore, nutrizione, supporto psicologico e approccio ostetrico non siano risposte isolate, ma parti di una stessa storia di cura. Un percorso in cui la paziente non si senta costretta a fare da sola sintesi tra specialisti, esami e decisioni, ma possa finalmente riconoscere una logica, una priorità e una continuità.

Ed è proprio qui che la multidisciplinarietà smette di essere una parola “da convegno” e diventa ciò che dovrebbe essere ogni giorno: un modo più giusto, più umano e più efficace di curare.

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