Perché non ci affezioniamo più al lavoro (nemmeno quando funziona)

Quando il benessere non basta più

Mai come oggi le aziende si stanno impegnando per migliorare l’esperienza lavorativa delle persone. Flessibilità, welfare, progetti di engagement, attenzione al benessere: in teoria, c’è tutto. Eppure, qualcosa non funziona. Il tasso di disaffezione cresce, la motivazione traballa e la fatica si accumula. Anche in contesti dove apparentemente “tutto va bene”. Secondo un recente report (Gallup 2024), il coinvolgimento dei lavoratori nella loro professione è ai minimi storici. Infatti, il 77% delle persone nel mondo non si sente realmente ingaggiato sul lavoro. In Italia, il dato peggiora: solo il 5% si dichiara davvero coinvolto. Sono numeri che fanno riflettere. Anche perché negli ultimi anni le aziende non sono rimaste ferme: molte hanno investito in iniziative per il benessere, creato ambienti di lavoro più accoglienti, potenziato i canali di ascolto interno.

E allora? Perché i collaboratori continuano ad andarsene, o a restare ma con meno entusiasmo? Dall’esperienza maturata tramite lo sportello psicologico aziendale Spazio Calmo, emergono segnali interessanti. Le persone arrivano al colloquio dicendo: “Sto bene, ma non mi sento più parte”. Oppure: “Non ho nulla da lamentare, ma non riesco a trovare motivazione”. C’è una disaffezione silenziosa, difficile da misurare, ma che si insinua anche in contesti sani. E che spesso non è legata a problemi evidenti, ma a qualcosa di più sottile: la perdita di senso. La sfida non è più solo far stare bene le persone. È aiutarle a crescere, a sentirsi in evoluzione. Perché, oggi più che mai, il benessere senza sviluppo rischia di diventare stagnante. E il lavoro, anche se piace, anche se funziona, può diventare demotivante.

Il bisogno di direzione e le diverse generazioni

Questa stanchezza, spesso, non nasce da un eccesso di carico, anzi. Il vero tema è un altro, la mancanza di direzione. Le persone sentono il bisogno di trasformare l’energia che hanno in qualcosa di significativo. E quando questa possibilità manca, si perde slancio. Lo vediamo anche nei colloqui: quando offriamo strumenti concreti per riorientare la propria traiettoria professionale, spesso si riaccende qualcosa. Non serve un grande cambiamento. A volte basta una piccola svolta.

Un’altra dinamica che osserviamo riguarda le differenze generazionali. I più giovani cercano identità e riconoscimento: vogliono sentirsi visti, partecipi, capaci di incidere. I più senior, invece, rischiano di essere trascurati, percepiti come meno strategici. Entrambi, per motivi diversi, si sentono poco ascoltati. Serve uno sguardo che tenga conto della complessità, che non cerchi una soluzione unica per tutti, ma che parta dalle storie individuali. Serve una cultura aziendale che non si limiti a riconoscere, ma anche a valorizzare.

Accompagnare lo sviluppo per evitare la disaffezione

In questo scenario, anche l’HR è sotto pressione: chiamato a essere ascoltatore, risolutore, punto di riferimento per tutti. Ma chi si prende cura di chi si prende cura? Non è raro che i professionisti HR si sentano soli, oberati, chiamati a risolvere anche ciò che non
spetta a loro. Lo stress si accumula, e il rischio di burnout aumenta. Anche qui, serve uno spazio di ascolto e confronto. Serve una rete. La scelta di molte aziende di introdurre un servizio professionale e continuativo di ascolto psicologico risponde proprio a questa esigenza: dal bisogno di avere uno spazio professionale, trasformativo, dedicato a tutte le persone dell’azienda. Un servizio continuativo che affianca l’HR con colloqui individuali, reportistica e analisi dei trend emergenti. Un modo per trasformare i bisogni diffusi in leve di crescita, prima che si trasformino in disaffezione. Perché quando la richiesta è individuale, l’HR, specie in contesti ampi e articolati, non può farsene carico da solo. E se è vero che il lavoro non può sempre essere entusiasmante, è altrettanto vero che può restare significativo. Lo diventa quando l’azienda ti riconosce, ti ascolta, ti accompagna. Quando senti che crescere è ancora possibile. È
questo che è importante incentivare nelle organizzazioni: una cultura del lavoro in cui lo sviluppo personale non sia un premio per pochi, ma un diritto per tutti. Perché a volte non basta stare bene. A volte, per restare, serve anche sentirsi in cammino. 

A cura della dott.ssa Vittoria Olivieri
Psicologa del lavoro
Co-founder di Spazio Calmo Milano

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