Un’indagine del Telefono Azzurro ha esplorato opportunità e rischi dei chatbot tra studio, curiosità e salute mentale degli adolescenti. 
Negli ultimi anni gli strumenti di Intelligenza Artificiale (IA), come i chatbot conversazionali, si sono diffusi in modo rapido nella vita di milioni di persone, compresi i più giovani. Secondo un’indagine promossa da Telefono Azzurro in collaborazione con Ipsos Doxa, nel 2025 circa il 35% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni ha utilizzato chatbot di IA (come ChatGPT) tra le attività online più frequenti, e il dato di conoscenza sale al 74%. L’uso di questi strumenti tra gli adolescenti non è sorprendente. I chatbot sono veloci, accessibili da smartphone o tablet e offrono risposte immediate a domande su compiti scolastici, curiosità quotidiane o semplici dubbi.

Tra chi usa questi strumenti, la maggioranza li impiega soprattutto per studiare o svolgere ricerche, ma una quota significativa li utilizza anche per chiedere consigli personali o “supporto emotivo”, percependo in questi sistemi una sorta di disponibilità costante e non giudicante.

Percezione positiva… ma emergono preoccupazioni

Nonostante l’utilità percepita, i giovani stessi riconoscono diversi rischi legati all’uso dei chatbot. L’indagine evidenzia che il 40% dei ragazzi teme una riduzione del pensiero critico, ovvero la capacità di analizzare, interpretare e valutare informazioni in modo autonomo: lasciare che sia un algoritmo a generare risposte potrebbe indebolire la capacità di riflettere e comprendere profondamente concetti complicati. Altri rischi percepiti includono una possibile diminuzione delle relazioni sociali reali (35%), il rischio di confondere realtà e finzione (33%), la dipendenza eccessiva dagli strumenti digitali (25%), la diffusione di informazioni errate (20%) e preoccupazioni per la privacy dei dati (19%). Solo una piccola parte dei ragazzi (circa il 10%) ritiene che non vi siano effetti negativi. Queste percezioni emergono in un contesto più ampio: l’OMS stima che circa 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni sperimenta un disagio psichico quali ansia, depressione o isolamento sociale, problemi spesso non riconosciuti né trattati in modo appropriato.

I limiti dell’IA come “amica” o “consulente”

Non è solo una questione di numeri studiati in Italia. Ricerche internazionali hanno messo in luce rischi specifici legati all’uso di chatbot per temi delicati come la salute mentale. Una valutazione di Common Sense Media e Stanford Medicine ha rilevato che i chatbot comunemente usati non sono affidabili per riconoscere e rispondere correttamente a sintomi di ansia, depressione o altri disturbi psicologici, e possono persino dare risposte generiche o inadeguate invece di orientare verso un aiuto professionale. Altri studi sottolineano che questi strumenti sono progettati per intrattenere e mantenere l’utente impegnato, non per sostituire il supporto umano esperto. In conversazioni prolungate, i chatbot possono addirittura creare una illusione di relazione rispondendo con toni empatici o formulazioni rassicuranti, senza offrire risposte cliniche corrette o indicazioni sicure, soprattutto nei casi di vulnerabilità emotiva.

L’IA non sostituisce la relazione umana

Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio il ruolo emotivo che alcuni ragazzi attribuiscono all’IA. In alcuni contesti internazionali, fino a un quarto degli adolescenti ha riferito di usare i chatbot per cercare supporto psicologico o emotivo percependo questi strumenti come “amiche” o “confidenti”. Tuttavia, gli esperti avvertono che l’IA non può offrire la comprensione profonda, l’intuizione e il supporto umano che
un genitore, un insegnante o uno psicologo può garantire. Gli algoritmi non leggono segnali corporei, non colgono sfumature emotive reali e non possono intervenire in situazioni di crisi.

Bilanciare vantaggi e rischi: l’importanza della consapevolezza

Nonostante i rischi, l’Intelligenza Artificiale resta uno strumento potente e con potenzialità importanti anche per i ragazzi: può aiutare nello studio, nell’organizzazione dei compiti, nella comprensione di concetti difficili o nella traduzione di lingue straniere. Il vero nodo sta nel saper usare l’IA in modo consapevole e critico, imparando a chiedersi non solo “che cosa dice”, ma “perché lo dice” e “come posso verificare questa informazione”. Gli educatori e gli esperti sottolineano che per i ragazzi è fondamentale sviluppare competenze di alfabetizzazione digitale e di pensiero critico, per non limitarsi a consumare risposte ma per comprenderle, valutarle e integrarle nel proprio processo di apprendimento.

Ruolo di adulti e scuole

Il ruolo di genitori, insegnanti e adulti di riferimento è essenziale in questo percorso. Creare spazi di dialogo in cui si parli apertamente di IA, delle sue opportunità e dei suoi limiti, aiuta i ragazzi a non sentirsi soli nelle loro esperienze online. Insegnare a riconoscere quando è il momento di rivolgersi a un professionista umano - ad esempio per un problema emotivo, psicologico o di salute mentale - è un messaggio che può fare la differenza. L’Intelligenza Artificiale non è né “amica” né “nemica”: è uno strumento che, se usato con responsabilità, può facilitare molti aspetti della vita digitale. Ma come ogni tecnologia potente, richiede conoscenza, etica e consapevolezza per non trasformarsi in un rischio per lo sviluppo emotivo e cognitivo degli adolescenti.

A cura di Ivana Galessi