A cinque anni dall’identificazione del paziente zero, il virologo Fabrizio Pregliasco fa il punto sui progressi fatti dalla medicina e su quanto possiamo fare tutti noi.
A cinque anni dall’identificazione dei primi casi italiani di Coronavirus, il 21 febbraio 2020, cosa abbiamo imparato dalla pandemia? Intervista al Prof. Fabrizio Pregliasco, Virologo, Direttore Sanitario dell’IRCCS Ospedale Galeazzi - Sant’Ambrogio e Professore associato di Igiene Generale e Applicata presso l’Università degli Studi di Milano.
Professore, dobbiamo ancora aver paura di virus e batteri, dopo la brutta esperienza del Covid?
“Credo che il Covid ci abbia permesso di capire che la natura non si può solo seguirla e osservarla, perché spesso ci può riservare delle sorprese, come è stata per quella del Covid. La storia dell’uomo è costellata da pandemie che hanno cambiato il mondo e che sono state elementi di rottura, di riorganizzazione e di revisione dei sistemi biologici, come è accaduto per esempio nel Medioevo con la peste. Dobbiamo quindi considerare che i batteri, e in particolare i virus, potranno in futuro tornare, come peraltro avevano già fatto ultimamente in modo blando, il virus influenzale H1N1 nel 2009, o l’influenza nel 1968 e nel 1956, o ancora, la ‘Spagnola’ nel 1918”.
Dovremo temere anche l’influenza?
“Credo che si debba tener conto che vi possano essere in futuro nuove possibili pandemie. Per quanto riguarda proprio il virus influenzale, dobbiamo considerare ad esempio che il virus Aviario rappresenta una vera e propria bomba a orologeria che da anni è pronta a scoppiare: poiché non ha compiuto in modo efficace il salto di specie, il virus non si è ancora fatto sentire in tutta la sua violenza. Ed è quindi un problema da monitorare costantemente, in modo da poterlo gestire con estrema immediatezza, cosa che è sicuramente mancata nel caso del Covid poiché – polemiche a parte - da quanto è emerso la Cina non ci ha detto subito che cosa stava realmente accadendo, ed è stata lenta nel reagire. Tutto questo ha ovviamente peggiorato le cose, sia in Italia sia nel resto del mondo”.
Però abbiamo poi avuto a disposizione i vaccini…
“I vaccini sono sicuramente un’ottima arma che abbiamo a disposizione, anche se non disponiamo ancora di vaccini per tutte le patologie. Bisogna però considerare che, fin da quando sono stati messi a disposizione dell’umanità, i vaccini hanno sempre rappresentato un’efficacia e un profilo di sicurezza a volte non particolarmente elevato e fin dall’inizio, dagli studi di Jenner alla fine del ‘700, avevano sempre visto una quota di soggetti esitanti, persone ideologicamente contrarie – ben diverse dai cosiddetti ‘no vax’ - che, in una situazione come quella del Covid, l’ha ovviamente subita come un problema e come un elemento di divisione. Il fatto è che noi siamo sempre più pronti a usare un farmaco quando stiamo male poiché abbiamo l’evidenza della malattia e, dandoci immediata soddisfazione, abbiamo noi stessi la percezione della loro utilità; e sono poi davvero pochi quelli che vanno a leggersi i bugiardini, in special modo quando la malattia è grave e importante. Il vaccino è invece in qualche modo vittima del suo successo, perché fa sparire in anticipo il problema. In più, l’approccio è diverso perché la vaccinazione va fatta sulla fiducia e sull’autorevolezza di chi la propone e perché il singolo soggetto non ne vede subito il reale vantaggio, ma può vederne solo gli eventi avversi e, in alcuni casi, visto che i vaccini non garantiscono una protezione al 100%, anche il manifestarsi della stessa malattia, anche se ci si è sottoposti alla vaccinazione. Non si può infatti sapere se la vaccinazione possa servire e mai si potrà sapere se sia realmente servita. Questo è il reale problema, ossia la difficoltà dell’approccio alla vaccinazione, proprio a causa della sua indeterminatezza, anche se i dati scientifici in nostro possesso dimostrano un rapporto costo/benefici assolutamente favorevole”.
La colpa è forse nella mancanza o nel difetto di informazione?
“Durante il Covid c’è stata un’infodemia spaventosa - cioè una circolazione eccessiva di informazioni che ha reso difficile orientarsi - ma anche una polarizzazione facilitata dai social, a cui si è poi aggiunto un coinvolgimento massivo da parte della politica. Tutto questo ha contribuito a creare una paura generalizzata, oltre che un particolare focus sull’approccio alla vaccinazione legato anche – e soprattutto - all’aspetto emergenziale. In Italia ancora oggi ci sono delle vaccinazioni obbligatorie per i bambini, anche se con qualche défaillance dovuta un po’ anche alla disaffezione proprio alla vaccinazione al Covid. Ma questo è un problema che in qualche modo riguarda un po’ tutti gli aspetti della prevenzione, e non solo per la vaccinazione, che è sempre molto più difficile della terapia: perché un conto è far presente l’importanza dell’alimentazione corretta e dell’attività fisica, o dei danni causati dal fumo e dall’alcol, e diverso invece è far passare l’importanza del vaccino nello specifico dell’immediatezza e del bisogno poiché il risultato si vede solo nel lungo periodo. C’è insomma ancora molto da lavorare, con ulteriori modalità per cercare di capire come fare, anche se in questo i medici di base possono essere un importantissimo anello della catena, così come i farmacisti e tutte le altre occasioni di contatto con gli operatori sanitari. Da qui, infatti, vi è appunto un’estrema necessità di rilanciare gli studi e tutti gli aspetti riguardanti la prevenzione e, nello specifico, l’immunologia e la vaccinazione. Purtroppo durante la pandemia abbiamo visto anche una minoranza di colleghi sanitari, e non solo, che hanno in qualche modo raccontato delle fake news riguardo al vaccino”.
Una vera e propria emergenza è invece quella dell’antibiotico resistenza…
“Assolutamente sì. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la considera una ‘pandemia silenziosa’, perché oltretutto è legata a un fenomeno naturale e valutativo dei batteri che, continuamente esposti agli antibiotici, grazie a meccanismi evolutivi e alla selezione naturale, individuano delle varianti antibiotico resistenti. Fleming, che fu colui che diede il via agli studi sulla vaccinazione, disse fin da subito che erano sostanze da preservare e da usare con parsimonia. In realtà, invece, come sempre accade, abbiamo fatto tutt’altro e quindi ora ci ritroviamo con alcuni antibiotici che sono ormai delle ‘armi spuntate’ rispetto ai vecchi batteri: non si tratta difatti di nuovi particolari batteri che si sono sviluppati di recente, ma sono in realtà i soliti batteri che, in qualche modo, hanno acquisito questa sorta di immunità, e rappresentano un importante rischio di sanità pubblica”.
E cosa si può fare di concreto per contrastare questa nuova minaccia?
“A livello internazionale si possono fare tante cose, da un maggiore sforzo nella ricerca a una comunicazione più efficace. A livello di singoli Stati, sarebbero auspicabili studi mirati di sorveglianza e di individuazione e di controllo, ossia dei veri e propri piani nazionali sul contrasto all’antibiotico resistenza: quindi, invitare le aziende farmaceutiche a tornare a investire su questo versante, chiedere agli allevatori a non usare gli antibiotici in modo sconsiderato, e, non ultimo, invitare i medici a scegliere l’antibiotico più corretto. Spesso il medico sceglie infatti il top, non tenendo conto che potrebbe sprecare inutilmente un’arma che importantissima per il suo paziente. In più, occorre informare bene il singolo cittadino di dosare bene l’assunzione degli antibiotici, secondo la tempistica corretta e seguendo attentamente le disposizioni del proprio medico”.
Il Covid fa ancora paura?
“Il Covid si è rabbonito, per due motivi: un po’ perché gran parte di noi ha acquisito un’immunità ibrida, poiché si è già infettato e poi si è vaccinato, o si è vaccinato e poi infettato. Però il virus è ‘camaleontico’ e si modifica, ed è comunque evasivo: il virus ha difatti la peculiarità che ogni 4-6 mesi riesce a individuare una variante che, in qualche modo, schiva la nostra memoria immunologica dovuta a malattia o a vaccino, e, tra l’altro lo fa indipendentemente dalla temperatura. È quindi vero che siamo sicuramente un po’ più protetti perché un’idea del virus ce la siamo fatta, ed è altrettanto vero che il virus è un po’ più buono perché sta selezionando varianti sì evasive, ma meno ‘cattive’, con meno azione patogena. Purtroppo però per i fragili e gli anziani vi è ancora una possibilità di rischio vita, e quindi dovremo imparare a convivere con il virus, ma con alcune attenzioni e adeguati comportamenti, come corretta ventilazione degli ambienti, frequente lavaggio delle mani e l’uso della mascherina per i fragili in particolari situazioni. In più, è sempre bene vaccinare i fragili e gli anziani, sia per il Covid che per l’influenza, e praticare, ove possibile, l’automedicazione responsabile, con l’uso corretto degli antinfiammatori come primo approccio. Sempre per i fragili, inoltre, è sempre bene fare il test Covid in modo che il medico di famiglia possa valutare la possibilità di utilizzare un antivirale e, come già detto, non usare gli antibiotici nella prima fase”.
Vuole lasciare un messaggio personale alle persone che leggeranno questo articolo?
“Il mio messaggio è quello di avere sempre la consapevolezza di una natura che dobbiamo ancora temere, ma che possiamo ben approcciare se adottiamo comportamenti adeguati e se cerchiamo di informarci dalle fonti giuste. Bisogna fare sempre in modo che ci si possa fare un’idea personale, un pensiero critico, perché le scelte, anche a livello generale, dipendono sempre dal coinvolgimento di tutti e dal pensiero di tutti”.
A cura di Roberto Bonin

