Dalla diagnosi di linfoma all’autotrapianto, fino alla rinascita attraverso la famiglia, la montagna e il volontariato: la storia di Andrea Menghini, che ha raccontato a L’Eco di Bergamo il valore della speranza e della solidarietà. Nel giugno 2018 Andrea Menghini, 56 anni, di Boccaleone, ha iniziato ad avvertire una stanchezza insolita, accompagnata da mal di schiena, febbricola e una lesione a un braccio. Gli accertamenti iniziali non avevano chiarito le cause dei sintomi. Poi, dopo una biopsia, è arrivata la diagnosi di linfoma non-Hodgkin a grandi cellule T, una forma aggressiva della malattia. In un’intervista a L’Eco di Bergamo, Andrea ha ripercorso quei mesi difficili e il cammino che lo ha portato a ritrovare la voglia di vivere e di mettersi al servizio degli altri.
Sposato con Sonia e padre di Giorgia e Marco, Andrea ha affrontato sei cicli di chemioterapia. Ha perso i capelli, è dimagrito e ha dovuto fare i conti con gli effetti delle cure. Quando le condizioni glielo permettevano, però, continuava a recarsi per qualche ora al lavoro, nel settore informatico: stare con i colleghi lo aiutava a distrarsi dalla malattia. Dopo la chemioterapia, gli esami avevano mostrato la scomparsa del linfoma. Per ridurre il rischio di una recidiva, i medici gli hanno proposto un autotrapianto di cellule staminali. Andrea ha accettato, pur sapendo che lo aspettava un’altra prova impegnativa. Il 12 dicembre è stato ricoverato all’Ospedale Papa Giovanni XXIII, dove ha trascorso un mese, in isolamento per prepararsi al trattamento. Il 20 dicembre ha ricevuto le proprie cellule staminali, precedentemente prelevate e lavorate. In quel periodo la fede e la vicinanza dei familiari sono state fondamentali. La moglie Sonia era al suo fianco ogni giorno, mentre i figli affrontavano a modo loro la preoccupazione per la salute del padre. «La fede è stata àncora e alimento», ricorda Andrea, che conserva un legame profondo anche con il personale sanitario, i volontari e gli altri pazienti incontrati durante il ricovero. Con loro ha condiviso la paura, ma anche momenti di umanità e sostegno reciproco.
Prima di ammalarsi, Andrea era un donatore di sangue: aveva effettuato 34 donazioni. Durante le cure, quando ha avuto bisogno di trasfusioni, ha compreso ancora più profondamente il valore di quel gesto. Proprio durante il ricovero, parlando con l’amico Francesco Salvetti, è nata l’idea di ricostituire l’Avis di Boccaleone. Andrea sapeva di non poter più donare, ma desiderava continuare a contribuire. Da quella conversazione è ripartita una sezione che oggi conta quasi 150 iscritti, nella quale Andrea è impegnato anche come membro del consiglio direttivo.
La gratitudine verso chi lo ha aiutato si traduce in altre iniziative. Ogni anno partecipa alla PapaGioRun con «Quelli della Torre 6», il gruppo che riunisce ex pazienti, caregiver, infermieri e persone legate al reparto di ematologia. Per cinque anni consecutivi il gruppo è stato il più numeroso. Il premio ricevuto è diventato un’occasione per ringraziare chi si prende cura degli altri: quest’anno il cesto alimentare è stato donato all’associazione Paolo Belli, che gestisce una casa di accoglienza per i familiari delle persone ricoverate. «Anche i caregiver fanno un lavoro enorme. Offrire loro qualcosa di buono è come dargli una carezza», racconta.
Dopo la malattia Andrea ha scoperto anche la montagna. Insieme al figlio Marco percorre sentieri e raggiunge rifugi delle Orobie, condividendo paesaggi ed esperienze attraverso il profilo Instagram @Io.orobie. Partecipa inoltre alle camminate del gruppo «A spasso con Luisa», che riunisce persone sottoposte a trapianto. Sono occasioni per muoversi, confrontarsi e ritrovare leggerezza, senza dimenticare l’attenzione alla propria salute.
Oggi Andrea e Sonia raccontano la loro esperienza anche nelle parrocchie e partecipano alle iniziative di Avis e Aido. Non per presentare la malattia come un’esperienza semplice, ma per testimoniare quanto possano contare il sostegno, la cura e la speranza nei momenti più difficili. «La vita è una. Non voglio più giocarmela», dice Andrea, che ha imparato a dare più spazio alle persone e alle passioni.
Il percorso affrontato non ha cancellato la fatica né la paura, ma ha cambiato il suo modo di guardare al futuro. E ciò che ha ricevuto durante le cure è diventato un motivo per restituire qualcosa agli altri. «Lo facciamo volentieri – conclude, riferendosi alla moglie – perché la vita è bella, e la speranza è il motore».
A cura di Claudio Gualdi
In questa rubrica pubblichiamo la storia di una persona che ha superato un incidente, un trauma, una malattia e con il suo racconto può dare speranza agli altri.
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