Quando Simone Ruggeri, che di lavoro fa il fisioterapista, doveva decidere se accettare o no di donare il midollo osseo, non ha avuto dubbi: «Io, da professionista sanitario e per i miei valori, non mi sono nemmeno posto il problema». 
Di professione fa il fisioterapista. Non solo: Simone Ruggeri, di Villa d’Almè, è presidente dell’Ordine dei fisioterapisti di Bergamo. Ma è anche donatore di sangue con Avis e di midollo con Admo (Associazione donatori midollo osseo – https://admo.it/), anche se è molto raro essere chiamati attivamente per dare il proprio contributo. Simone, però, è stato chiamato. E non si è di certo tirato indietro. Anzi, ci tiene a fare opera di informazione e sensibilizzazione sull’importanza (e scarsa invasività) della donazione di midollo.

Simone Ruggeri, quando si è iscritto ad Admo?

«12 o 13 anni fa. Alla StraBergamo c’era il gazebo in piazza: mi sono fermato e mi sono iscritto facendo la tipizzazione, un semplice prelievo del sangue che stabilisce il grado di compatibilità tra il donatore e i pazienti in attesa di un trapianto di midollo. Poi da allora non ho più ricevuto nessuna notizia, mi ero anche quasi un po’ dimenticato di quell’iscrizione. Finché non è arrivata la telefonata, era metà gennaio dell’anno scorso, da parte dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo, perché c’era una possibile compatibilità con il mio midollo e quindi mi chiedevano se fossi ancora dell’idea...».

Nessun dubbio?

«Io, da professionista sanitario e per il mio modo di vedere le cose, per i miei valori, non mi sono nemmeno posto il problema. La mia prima reazione è stato un misto tra sorpresa, emozione e paura, ma poi mi son detto: si deve fare. Quindi mi sono reso disponibile. Ho fatto un primo esame perché bisognava rifare la tipizzazione per confermare che ci fosse davvero una stretta compatibilità, quindi quando è emerso che era tutto a posto mi hanno chiamato per dirmi: “ci siamo, sei il donatore prescelto, e se confermi iniziamo il percorso di esami per verificare l’idoneità fisica”. Ho fatto prima il colloquio con la dottoressa del reparto del centro donatori, che mi ha spiegato in modo davvero molto molto esaustivo tutte le varie tappe del percorso. Partendo da radiografia del torace, esami al cuore, ecografie, etc.».

Tutto a posto immagino.

«Sì, tutti gli esami sono risultati idonei, quindi è stata fissata la data della donazione e ho iniziato qualche giorno prima a fare una stimolazione del midollo, per fare in modo che le cellule staminali entrassero nel circolo sanguigno e fossero più facili da raccogliere durante la procedura. Procedura di raccolta non tramite prelievo osseo, come avveniva anni fa, ma per aferesi, un po’ come avviene per la donazione del plasma. Io, che sono anche donatore Avis da vent’anni, conoscevo già la procedura».

In cosa consisteva la stimolazione?

«In punture da fare a casa, che possono provocare dolori ossei e sensazione di febbre, perché si stimola il sistema ormonale, ma in realtà non ho avuto nessun sintomo particolare. In quei giorni non ho avuto neppure altri problemi di salute, né infortuni o quant’altro: sarebbe stato un bel problema per il ricevente, altrimenti. Il saperlo mi ha anche molto responsabilizzato: il mio stile di vita di quei giorni avrebbe potuto avere risvolti negativi per la sopravvivenza di un’altra persona e questo credo sia un aspetto che mi ha fatto riflettere. Sono stato a casa dal lavoro, in quel periodo, perché in una struttura sanitaria le infezioni sono più frequenti. Il giorno della donazione mi sono presentato in ospedale accompagnato da mio padre: mi hanno consigliato di non andare da solo in macchina. Ho fatto cinque ore di prelievo con questa apparecchiatura e nel pomeriggio, raccolta la quantità necessaria, sono ritornato a casa senza particolari difficoltà, un po’ di stanchezza ma nulla di più».

Com’è andata nei giorni successivi?

«Ho fatto un paio di controlli che sono previsti dalla procedura di donazione di midollo e dopo pochi giorni ho ricominciato a lavorare regolarmente sia in clinica che all’Ordine. Non ho avuto problemi di salute nel periodo successivo, è andato tutto in modo molto lineare». In due casi su dieci di donazione, però, si deve ancora ricorrere all’intervento chirurgico.

In cosa consiste?

«Nel prelievo del midollo osseo direttamente dalle ossa del bacino. Il donatore viene sottoposto a un’anestesia generale o epidurale, così che non senta alcun dolore durante l’intervento. Questa modalità di donazione ha una durata media di circa 45 minuti e comporta naturalmente una debilitazione maggiore».

Si può conoscere l’identità del ricevente?

«No, c’è massima riservatezza in entrambe le direzioni: il donatore non sa a chi dona e il ricevente non sa da chi riceve. Mi sembra una procedura corretta, anche perché io ho donato non per ricevere qualcosa in cambio, con la fiducia e la speranza che tutto andasse per il meglio. Al massimo si può far avere un biglietto al ricevente, in forma ovviamente anonima, ma io ho preferito evitare anche questa forma indiretta di contatto». 

A cura di sara Carrara

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