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«Il ruolo del medico veterinario è tutelare la salute e il benessere animale, ma in primis la salute dell’uomo, prevenendo le zoonosi, ovvero le malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Un ruolo fondamentale, considerato che il 70% delle malattie infettive emergenti che minacciano l’uomo originano da una trasmissione interspecifica, cioè tra specie diverse da animale a uomo. Basti pensare all’AIDS dalla scimmia, all’Ebola e alla SARS dal pipistrello, alla MERS dal dromedario fino ad arrivare ad oggi al nuovo coronavirus per cui è sospettato il pipistrello». Chi parla è il dottor Stefano Cattaneo, medico veterinario specialista in sanità pubblica veterinaria. Lo abbiamo incontrato per rispondere ad alcune domande che in questo periodo in molti si sono posti, prima fra tutte “le persone possono contrarre l’infezione da nuovo Coronavirus dagli animali?”.

Dottor Cattaneo, i nostri animali domestici possono essere veicolo di contagio?
Riguardo all’attuale epidemia da coronavirus l’Organizzazione Mondiale della Sanità valuta basso il rischio di trasmissione dal cane, dal gatto o dai comuni animali domestici all’uomo del coronavirus COVID-19. La dichiarazione si basa sull’assenza di evidenze scientifiche della presenza del coronavirus COVID-19 negli animali domestici e dal fatto che nella precedente epidemia della SARS, anch’essa causata da un coronavirus, non ci sono state trasmissioni uomo-animale domestico e viceversa.

I giornali hanno riportato il caso di un volpino di Hong Kong risultato positivo al virus. Come si spiega?
Ci sono stati diversi casi di positività al coronavirus non solo nel cane, ma anche in alcuni gatti in diversi parti del mondo. La positività a un singolo tampone non dimostra la trasmissibilità della malattia all’animale, perché può essere semplicemente una contaminazione. Possiamo parlare di trasmissibilità in presenza di tamponi positivi prelevati in più momenti, e di sieroconversione (presenza di produzione di anticorpi, segno di attivazione delle difese immunitarie e quindi di un’effettiva infezione). Allo stato attuale delle indagini non è stata dimostrata la presenza dell’infezione nel cane e nel gatto, anche se estese indagini sierologiche sono ancora in corso e la situazione è costantemente monitorata. In attesa di ulteriori dati, è bene mantenere un minimo di cautela e attenersi alle buone misure di igiene nel trattare i nostri beniamini (lavarsi le mani dopo contatto) e, se si è stati contagiati, evitare contatti anche con gli animali.

L’Osservatorio Regionale
Attivo dal 1993, l’Osservatorio Epidemiologico Veterinario Regione Lombardia è preposto alle azioni di sorveglianza e controllo delle malattie degli animali, delle zoonosi e della sicurezza alimentare, svolge un’azione continua di studio e di monitoraggio in un’ottica “One Health”, un approccio interdisciplinare che muove dal principio guida che la salute dell’uomo è legata alla salute degli animali e dell’ambiente. La struttura è dotata di sistemi informativi sanitari e geografici (Gis) che permettono un tempestivo intervento in caso di malattie animali notificabili.

Ma non è possibile che si verifichi il cosiddetto “salto di specie”?
L’altissima contagiosità dimostrata dal Covid-19 nell’uomo porta ad essere ora molto cauti nell’escludere completamente la possibilità del salto di specie anche nel cane e nel gatto, tant’è che la famosa virologa italiana Ilaria Capua ha raccomandato una stretta sorveglianza, perché potrebbe essere la prima epidemia ad evolvere in panzoozia. Fortunatamente il salto di specie in realtà non è così semplice, perché presuppone una serie complessa di trasformazioni che anche nei virus, che hanno tassi altissimi di evoluzione (in particolare gli RNA virus come il coronavirus e il virus dell’influenza), non avviene così frequentemente. Basti pensare che i coronavirus sono presenti nel cane, dove causano enteriti, e nel gatto, in cui provocano una grave malattia, la peritonite infettiva felina, con tassi molto alti di mortalità, eppure per ora non è mai avvenuto il salto di specie da cane o gatto a uomo.

Come è possibile, nonostante la stretta convivenza, che non avvenga questo passaggio?
Una risposta ce la fornisce la filogenetica, ovvero lo studio dell’evoluzione degli organismi viventi, dalla quale si evidenzia nell’evoluzione dei virus e nel passaggio dagli animali all’uomo la frequente presenza dei pipistrelli, animali che dispongono di un particolare sistema immunitario, per cui rimangono asintomatici pur essendo eliminatori persistenti di virus, particolarità che li rende i serbatoi di numerosi virus emergenti favorendo, a differenza del cane e del gatto, il salto di specie, perché vengono eliminate grande quantità di virus e aumentano le probabilità che il virus muti e si adatti ad una nuova specie. La deforestazione che ha messo in contatto con l’uomo specie prima isolate, la globalizzazione con l’aumento dei movimenti di popolazioni e i grandi mercati con assembramento di molte specie differenti di animali hanno favorito poi la diffusione recente di questi virus. Il passaggio di specie è un evento complesso e quindi non frequente, di cui si dispongono notevoli conoscenze (la virologia ha identificato numerosi recettori cellulari a cui i virus si legano e ha ricostruito la filogenetica di molti virus), ma non sufficienti per una previsione esatta della possibile evoluzione di questi virus. Lo esemplifica bene la complessa epidemiologia di un altro virus, contro cui annualmente dobbiamo combattere, il virus dell’influenza, un virus che evolve molto rapidamente. In questo caso sono gli uccelli la riserva del virus, in particolare del virus dell’influenza tipo A: anche loro presentano infezioni asintomatiche che permettono l’accumulazione di mutazioni e poi una rapida diffusione dei nuovi virus attraverso le annuali migrazioni e attraverso gli uccelli domestici (pollo, anatra e oca) e la trasmissione all’uomo.

Il concetto di “eliminatore persistente
di virus” è fondamentale per capire il salto di specie: solo se ho un animale che elimina grandi quantità di virus, senza che sia bloccato dal sistema immunitario e senza che l’animale si ammali (e muoia) ci sono le condizioni favorevoli perché il virus possa mutare e aumentare le probabilità che venga trasmesso e si adatti ad un’altra specie”.

Cane e gatto possono ammalarsi di queste malattie?
Per ora in Europa questo rischio non sussiste, anche se bisogna rilevare che negli Stati Uniti è avvenuta la trasmissione dell’influenza equina dal cavallo al cane con numerosi focolai con mortalità elevata e sono segnalati alcuni casi in Cina di passaggio dell’influenza aviara al gatto. Non è escluso, quindi, che possa avvenire il passaggio del virus dell’influenza al cane e al gatto. Questa è la ragione per cui è sempre fondamentale un continuo monitoraggio della situazione attraverso l’Osservatorio Epidemiologico Veterinario che in passato è dovuto intervenire anche con misure drastiche (abbattimento di tutti i capi di allevamenti infetti), per preservare la salute umana e limitare le ingenti perdite economiche legate all’influenza aviaria. Possiamo preservare la salute dell’uomo unicamente tutelando anche la salute degli animali e dell’ambiente in cui viviamo.

A cura di Elena Buonanno
con la collaborazione del Dott. Stefano Cattaneo
Medico Veterinario
Specialista in sanità pubblica veterinaria Libero professionista presso Ambulatorio Veterinario Città di Albino