Social media e IA portano a confondere esperienze comuni come l’irrequietezza e la disattenzione con neurodivergenze e disturbi clinici.
Stiamo assistendo a una tendenza in rapida crescita, in particolare tra i giovanissimi, ma che riguarda molto spesso anche gli adulti: l’abitudine ad affidarsi a piattaforme social o a software di intelligenza artificiale per autodiagnosticarsi condizioni cliniche complesse e delicate, come l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), l’autismo o il disturbo borderline di personalità. Per comprendere appieno questa dinamica, bisogna considerare l’ecosistema digitale in cui ci troviamo immersi, caratterizzato da un flusso continuo di informazioni, contenuti e stimoli che spesso rendono difficile distinguere tra divulgazione scientifica, esperienze personali e indicazioni realmente fondate dal punto di vista clinico.
La “stagione dello stimolo” e il ruolo ambivalente dei social
Sebbene la tendenza all’autodiagnosi esista storicamente da ben prima dell’avvento del web, l’esposizione continua ai dispositivi mobili agisce oggi da catalizzatore per il fenomeno. Possiamo definire l’epoca contemporanea come la “stagione dello stimolo”: le piattaforme digitali sfruttano il sistema di ricompensa cerebrale e il conseguente rilascio di dopamina per trattenere gli utenti al loro interno, incentivando una fruizione continua dei contenuti e un costante bisogno di nuove sollecitazioni.
Donatoci da Madre Natura, questo sistema ha avuto il compito di marcare come piacevole, in maniera più o meno forte, un’esperienza che dal punto di vista evolutivo fosse positiva. Purtroppo, il circuito neurale coinvolto è paragonabile a una cassaforte che oggi può essere facilmente violata. Nel corso del tempo siamo passati da stimoli naturali a stimolanti chimici, come le droghe, a stimoli che riceviamo da comportamenti che in qualche modo ci premiano, alimentando un meccanismo di ricerca continua della gratificazione.
I social, tra sensibilizzazione e disinformazione
In questo contesto, le piattaforme social, da Instagram a TikTok, svolgono un ruolo ambivalente. Se da un lato diffondono contenuti che favoriscono la sensibilizzazione sui temi della salute mentale, dall’altro finiscono per alimentare una grave disinformazione clinica. La conseguenza più evidente è la propensione a ricondurre comportamenti comuni, come l’irrequietezza occasionale o la semplice disattenzione, a definizioni mediche precise, anche in assenza di una reale neurodivergenza. Si rischia così di trasformare caratteristiche del tutto normali della quotidianità in presunti segnali di una patologia.
In particolare, l’ADHD è spesso oggetto di quelle che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV e DSM-IV-TR) definisce “diagnosi sovradeterminate”. È bene specificare che, dal punto di vista neurofisiologico, l‘ADHD è determinata da una condizione in cui la corteccia cerebrale non riesce a esercitare adeguatamente la funzione di controllo su tutte le attività sottocorticali, come il movimento, l’impulsività e l’attenzione.
La ricerca di risposte cliniche online non riguarda, come dicevamo, esclusivamente gli adolescenti. Tra gli adulti si registra un aumento dei tentativi di diagnosi di ADHD, in alcuni casi con l’obiettivo di ottenere prescrizioni per farmaci stimolanti. È necessario ricordare che il criterio clinico fondamentale per inquadrare l’ADHD resta la diagnosi pediatrica oppure, negli adulti, un’attenta ricostruzione della storia clinica infantile del paziente, elemento indispensabile per una valutazione realmente corretta e attendibile.
Ritornare all’oggettività dei dati
Per rispondere alle criticità legate alle diagnosi “fai-da-te” supportate da algoritmi e video virali, l’iter medico prevede oggi il supporto di metodologie di indagine strumentale in grado di fornire un quadro clinico oggettivo. Uno strumento avanzato impiegato con successo è l’elettroencefalogramma quantitativo, che permette al medico di vedere e indagare gli squilibri delle varie onde cerebrali. In altre parole, l’esame consente di superare le valutazioni soggettive, aiutando lo specialista a misurare con precisione quanto il cervello sia sovreccitato di suo e offrendo così un supporto concreto alla definizione del corretto percorso diagnostico.
A cura del dott. Furio Ravera
Psichiatra; co-fondatore di Gruppo Ginestra (Milano)
Casa di Cura Le Betulle (Appiano Gentile, CO)

