La storia di Rossana Carrara, che a 19 anni si è ammalata di leucemia e oggi racconta cosa significa continuare a scegliere la vita.
C’è un momento, anche nelle vite più ordinarie, in cui resistere diventa una decisione. Non una scelta eroica, ma una necessità. Rossana Carrara quella decisione l’ha presa molto presto, a diciannove anni, quando il suo corpo ha iniziato a cedere senza spiegazioni chiare e la normalità si è incrinata all’improvviso. Oggi ha 48 anni, vive a Vertova, lavora da oltre trent’anni come impiegata in un’azienda tessile. La sua è una vita che, vista da fuori, sembra tranquilla: una casa, il marito Luigi, due gatti, i libri e i viaggi in camper nei fine settimana. «Non abbiamo figli», racconta a L’Eco di Bergamo, «la malattia me lo ha impedito. Ma sono comunque felice».

La sua quotidianità è fatta anche di piccole cose: Nerina, la gatta nera con una macchia bianca sul petto, sempre presente; Rocky, randagio e indipendente, che entra ed esce di casa senza regole. «Sono la crocerossina degli animali», dice sorridendo. È un modo leggero per raccontare qualcosa di più profondo: la sua inclinazione a prendersi cura, anche quando costa fatica.

La malattia arriva nel marzo del 1996. Rossana ha diciannove anni. Comincia con una febbre alta che non passa, le ghiandole gonfie, una stanchezza anomala. All’inizio i medici pensano a una forma grave di orecchioni. Le cure non funzionano. Compaiono afte, lividi, una debolezza sempre più marcata. «Non riuscivo più ad alzarmi dal letto», ricorda.

Alla vigilia di Pasqua chiede alla madre di portarla in ospedale. Dopo un primo passaggio a Gazzaniga, viene trasferita d’urgenza all’Ematologia di Bergamo. Gli esami chiariscono rapidamente la situazione: i globuli bianchi sono fuori controllo, la diagnosi è una leucemia. «Ho visto persone senza capelli e ho capito», racconta. Un medico le spiega che le condizioni sono molto gravi, potrebbe non superare la notte. Il giorno dopo inizia la chemioterapia. Per mesi la sua vita si riduce a una stanza sterile: cicli di cura, isolamento, pochissimi contatti. «La chemio mi aveva bruciato tutto: esofago, gola, stomaco. Non mangiavo, non parlavo». Viene nutrita per via endovenosa, dipende dagli altri per ogni gesto. Dopo ogni ciclo, qualche giorno a casa e poi di nuovo in ospedale.

A settembre la malattia entra in remissione. È un primo segnale positivo. Le vengono prelevate le cellule staminali in vista di un autotrapianto. Ma pochi mesi dopo, nel marzo del 1997, la leucemia torna, più aggressiva. Le probabilità di sopravvivenza sono minime. «Mi dissero che avevo il cinque per cento di possibilità», racconta. «Io avrei voluto smettere».

In quel momento decisivo, a farle cambiare idea è lo sguardo della madre. «Ho capito che dovevo andare avanti». Riprende le cure: chemioterapia, radioterapia, un percorso duro e continuo.

A giugno arriva una notizia inattesa: sono stati trovati due donatori compatibili. È un evento raro. La probabilità di trovare compatibilità tra non consanguinei è molto bassa. Il 12 novembre 1997 Rossana viene sottoposta a un trapianto di cellule staminali da donatore anonimo. Dopo il trapianto inizia una nuova fase, altrettanto difficile. Per mesi resta in isolamento. Il sistema immunitario è azzerato, le infezioni sono un rischio costante. «Ho avuto di tutto: polmonite, infezioni, virus. Ogni giorno era una prova».

Il 1998 è un anno fragile. Poi, lentamente, le condizioni migliorano. Rossana torna al lavoro, con un orario ridotto. «L’azienda mi ha sempre aiutata», dice. È uno degli elementi che le hanno permesso di ricostruire una vita. Nel 2012
arriva un’altra diagnosi: un melanoma in fase avanzata. Viene operata. I linfonodi risultano indenni. «È stata una gioia enorme», racconta.

Le terapie degli anni precedenti però hanno lasciato conseguenze importanti: osteoporosi severa, problemi alle ossa, cadute frequenti. Oggi Rossana fa attività fisica, segue un’alimentazione attenta, gestisce il corpo con cautela. «Non è una questione estetica, ma di salute», spiega. La malattia ha inciso anche su altri aspetti della sua vita. «Sono in menopausa da quando avevo diciotto anni», racconta. «Non è stata una scelta».

Eppure, nonostante tutto, il bilancio che fa è netto: «Non cambierei una virgola». Nel tempo ha ripreso a studiare, diplomandosi alle scuole serali. Ha costruito una relazione stabile, coltivato passioni, trovato un equilibrio.

C’è poi un incontro che per lei ha un significato particolare: quello con il donatore di midollo. Dopo alcuni anni dal trapianto, quando è stato possibile uscire dall’anonimato, Rossana ha iniziato a scrivergli. Poi hanno deciso di incontrarsi. «È come un fratello», dice. Da allora sono rimasti in contatto, le loro famiglie si sono intrecciate.

Rossana non si descrive come una persona cambiata in meglio in senso generico. «Sono combattiva», dice. «Non sopporto le ingiustizie». Ha poche amiche, ma strette. E conserva una forma di gratitudine concreta, quotidiana: «La mattina mi alzo e sono contenta». Non parla spesso della malattia. «Fa ancora male», ammette. Ma quando serve, racconta la sua esperienza, soprattutto per sensibilizzare sulla donazione di midollo.

È anche da qui che passa il senso della sua storia: non in un’idea astratta di coraggio, ma nella continuità dei gesti quotidiani. Lavorare, leggere, viaggiare, prendersi cura degli animali, mantenere relazioni. E ricordare che, a volte, una scelta fatta da qualcuno - una donazione, un gesto anonimo - può cambiare completamente la vita di un’altra persona. «Costa poco a chi la fa», dice Rossana, «ma a me ha salvato la vita». 

A cura di Claudio Gualdi