Potenziale terapeutico nei ricordi traumatici nella cura con EMDR.

”Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero”.

Questa frase, tratta da Il cacciatore di aquiloni, descrive con precisione l’implacabile effetto del trauma. Il trauma genera ricordi che restano intrappolati nella rete esperienziale della persona, condizionandone profondamente l’adattamento alla vita. Il protagonista, Amir, assiste a un evento traumatico in un vicolo che segnerà il suo destino. Quel vicolo diventa simbolo di colpa, tradimento e perdita dell’innocenza, proprio come accade in molte storie di vita segnate da ferite emotive mai curate. I disturbi traumatici sono fortemente correlati alle condotte di abuso: l’automedicazione, l’adattamento disfunzionale e il tentativo illusorio di
evitare certe emozioni spingono verso comportamenti tossicomanici. Lavorare sui traumi è fondamentale nel trattamento delle dipendenze. Permette di uscire dalla disorganizzazione interna e di ricostruire una narrazione coerente in cui il vissuto emotivo trova spazio e senso. Nel lavoro con persone con dipendenze è importante considerare i traumi relazionali e d’attaccamento, ovvero esperienze precoci di incuria, assenza e invalidazione. Questi eventi ripetuti possono generare sintomi del disturbo post-traumatico complesso, spesso rispecchiati nelle storie individuali.

I traumi complessi vissuti nell’infanzia, quando non esiste ancora una capacità cognitiva pienamente sviluppata, lasciano effetti profondi sull’identità, l’autoregolazione e la costruzione di sé. Particolarmente gravi sono i traumi che si collocano a metà tra incidenti critici e traumi relazionali, specialmente se hanno origine in fattori umani. I traumi precoci danneggiano le strutture neurologiche coinvolte nell’analisi delle informazioni, nella regolazione delle emozioni e nella catalogazione dell’esperienza.

Il ruolo dell’EMDR nel trattamento

L’utilizzo dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) nel trattamento delle dipendenze è ormai riconosciuto. Gli studi dimostrano che agisce sulle regioni ippocampale, amigdaloidea e sulla corteccia cingolata anteriore. Aumenta l’attivazione della corteccia prefrontale, facilitando l’integrazione tra elementi cognitivi ed emotivi e favorendo l’immagazzinamento di nuove informazioni. Nel 1994, alcuni studiosi hanno sottolineato l’efficacia dell’EMDR nel trattamento delle dipendenze. Gli interventi dovrebbero poi mirare agli stimoli interni (emozioni, memorie traumatiche) ed esterni (gruppi di pari, ambienti legati alla sostanza) che possono innescare ricadute. Nel tempo sono stati sviluppati protocolli EMDR centrati sul trauma, comuni nel loro obiettivo di desensibilizzare gli stimoli che riattivano l’uso. La stimolazione bilaterale, focus della tecnica, attiva entrambi gli emisferi cerebrali tramite movimenti oculari, suoni o battiti alternati, riattivando il sistema di elaborazione delle informazioni. Il terapeuta accompagna il paziente nel dare nuovo significato ai
ricordi dolorosi.

Le fasi della terapia

> Relazione terapeutica positiva: la persona deve sentirsi accolta, al sicuro. Questo crea uno spazio di calma propedeutico alla cura;
> Raccolta delle informazioni: traumi e dipendenze vengono esplorati a fondo. È una fase delicata, che richiede costanza e dedizione;
> Rafforzamento della motivazione: si valorizzano risorse personali, attaccamenti sicuri, esperienze positive;
> Desensibilizzazione iniziale: già durante il ricovero è possibile lavorare su ricordi significativi e difficoltà presenti;
> Desensibilizzazione dei traumi: la persona visita le memorie dolorose con l’obiettivo di trasformarle;
> Elaborazione del “primo uso” e degli episodi peggiori: si lavora sulla storia della dipendenza per alleviare sensi di colpa e vergogna;
> Elaborazione delle ricadute: considerate parte del percorso, le ricadute vengono affrontate e comprese come opportunità di apprendimento;
> Desensibilizzazione dei trigger: affrontati i ricordi passati, si lavora sulle attivazioni del presente;
> Ritorno al futuro: la persona, guidata, immagina un adattamento positivo nei mesi successivi, installando le nuove competenze acquisite.

Diversi studi di neuroimmagine hanno evidenziato modifiche nell’attività cerebrale pre, durante e post EMDR. Si osservano cambiamenti nelle aree coinvolte nell’elaborazione emotiva e nella memoria. Le evidenze scientifiche offrono non solo speranza, ma anche solide certezze per chi, come Amir, si è smarrito nei vicoli del proprio dolore: è possibile ritrovare la strada della vita, e la capacità di goderne.

A cura della Dott.ssa Stefania Sacchezin
Psicologa e psicoterapeuta
Gruppo Ginestra
Milano (MI) / Appiano Gentile (CO)