Come la mettiamo con il dolore? Al cruciale interrogativo si cerca di dare risposte dalla notte dei tempi. C’è l’impegno in prima linea dei medici, ma si prodigano da diverse strade anche psichiatri e psicologi, sacerdoti, filosofi, scrittori… Ciascuno con il suo approccio. Anni or sono, esattamente nel 1991, intervenendo a un convegno internazionale dove ci si confrontava se non stiamo andando verso una società indolore, P. David Maria Turoldo portò un suo intelligente e provocatorio contributo. Il frate friulano, che aveva scelto di essere stanziale a Fontanella, sostenne l’utilità del dolore perché aiuta l’uomo a sviluppare la sensibilità, la condivisione, la solidarietà, contro la tentazione dell’egocentrismo. Ma il dolore va anche combattuto, non ci si deve consegnare passivi al fatalismo e alla rassegnazione. Lo diceva lui, da 3 anni già in lotta contro “il drago dentro, insediato nel centro del ventre come un re sul trono” (un tumore al pancreas che l’avrebbe piegato il 6 febbraio dell’anno dopo).

Questo viaggio che nessuno vuole spontaneamente intraprendere è l’itinerario di un libro fresco di stampa, di cui è autore Giuseppe Zois: “Nella traversata della vita - Dal dolore alla speranza” (ed. Villadiseriane). In queste pagine – nelle quali sono raccolte le voci di oltre trenta personalità di ogni ambito e provenienza – ci sono tre testimonianze che ruotano proprio attorno al delicato tema del rapporto che abbiamo con la sofferenza. Sono un ematologo di fama internazionale, un chirurgo responsabile di un Dipartimento trapianti e una gastroenterologa che un giorno si autodiagnosticò un cancro, poi da lei sconfitto con una svolta anche di vita. In sintesi, tre loro posizioni sul dolore.

LORENZO ALBERIO

“Il dolore? Meglio controllato che sconfitto”

“Sul versante sociale, c’è stato un tempo in cui il dolore era visto in modo catartico; oggi invece fa paura e lo si vuole evitare con tutti i mezzi possibili. A livello indivi-
duale sono sorpreso di vedere come la soglia del dolore varia
da persona a persona”. Esordisce così il prof. Lorenzo Alberio, 56
anni, primario di Ematologia generale ed emostasi al Centre Hospitalier Universitaire Vaudois e docente universitario sempre a Losanna. Alla domanda se il dolore è stato vinto, Alberio preferisce parlare di dolore “controllato” piuttosto che “sconfitto”. E spiega: “Sia fisico che psicologico, il dolore non è solo negatività. Intanto ci rende attenti a un pericolo. Se
non percepissimo il dolore attizzando il fuoco, ne saremmo ustionati. Sul piano psicologico poi, è un campanello d’allarme che consente di riconoscere una situazione di disagio personale e reagire per tempo. La medicina oggi ci permette di tenere a bada il dolore. Occorre trovare il giusto equilibrio tra l’utilità delle cure antalgiche, evitando una dipendenza. L’obiettivo è quello di togliere l’angoscia soprattutto nelle cure palliative con i malati terminali. La medicina oggi è capace di rispondere a questo problema. Credo di poter affermare che è possibile vivere degnamente e lucidamente anche la fase di vita finale in presenza di un tumore metastatizzante”.

LUIGI R. FASSATI

La “bufera emotiva” che investe il chirurgo

A chi gli chiedeva del suo rapporto con il dolore, il prof. Luigi Rainero Fassati, ripeteva che 30 anni di camera operatoria e migliaia di interventi di ogni genere dovrebbero mettere al riparo da tempeste emotive, ma non è così. Fassati nel libro di Zois ricorda che uno dei suoi dolori più laceranti fu l’impatto con un bambino di 5 anni, trapiantato di fegato, con un decorso complicato e un mese di rianimazione. “Vivere in una selva di macchinari, con un moribondo da una parte e un malato grave dall’altra che si lamentava in continuazione, traumatizzò a tal punto quel piccolo paziente che non parlò più per 8 mesi. Poi, un po’ alla volta si riprese, ma fu uno
choc per me”.

E aggiunse: “Il dramma di ciò che può succedere e succede in sala operatoria quando ti muore un paziente è sconvolgente e ti resta addosso. È una vita che se ne va
e porta via anche un po’ della tua. Lo stesso Thomas Starzl, il pioniere dei trapianti di fegato da cui io stesso feci esperienza, si fermò per tre mesi dopo che sotto i ferri gli morì un bambino e assistette allo strazio della mamma disperata… È impossibile cancellare il dolore dalle nostre esistenze, sia quello fisico che quello morale, interiore. Chi vive con
un malato terminale o è provato da un lutto, deve farci i conti, non può fuggire, ma è un confronto che serve a crescere. La società senza dolore non esiste”.

MILENA MASSARI

Quando un medico si scopre con un tumore

“Ero un giovane medico in carriera al Policlinico di Milano, la vita mi sorrideva, avevo tutto per essere felice. Un brutto, terribile giorno, mi scoprii con un rigonfiamento sul collo, sopra la clavicola destra. Ero appena arrivata al mare a S. Margherita Ligure per una breve vacanza. Non mi ci volle molto ad autodiagnosticarmi quello che subito temetti. Immediato e precipitoso viaggio di ritorno a casa. Corsa in ospedale, esami, analisi e una conferma-choc. Avevo un linfoma non Hodgkin, un tumore che si sviluppa dai linfociti. Quanti angoscianti interrogativi! Fu una dura battaglia, al termine vinta. Lì capii cosa significa davvero ritrovarsi malati oncologici e attendere trepidante qualche parola di speranza. E decisi di mettermi dalla parte di chi soffre e di stargli accanto”.