Bergamo dimentica le maschere “minori”. Bagolino esalta la tradizione carnascialesca del XVI secolo.
“Il riso fa buon sangue”. Ridere fa bene alla salute. Lo dicono gli esperti. Una grassa risata può avere effetti benefici sia sul piano fisico che psicologico. Sicuramente aiuta il buonumore. Ecco allora che, appena abbandoneremo i rigori invernali, tra febbraio e marzo, non mancheranno le occasioni per divertirsi a crepapelle. Se “semel in anno licet insanire” (tradotto dal latino, “una volta all’anno è lecito impazzire”), il momento giusto per darsi alla pazza gioia sarà proprio il Carnevale. A Bergamo, la tradizione vuole che la maschera d’eccellenza sia Arlecchino (fra l’altro, conteso da Venezia e Mantova). La città orobica è culla delle maschere, lustro del teatro, vanto della Commedia dell’Arte, ma – lasciatemelo dire – ha abbandonato i suoi figli minori. Aggrappata alle pezze di Arlecchino e a uno scansafatiche come il gozzuto Gioppino, Bergamo non ha mai reso onore e merito ad altri volti popolari della tradizione, ai quali ha dato i natali.

Da Brighella a Pierrot

Su tutti spicca Brighella, ma nel dimenticatoio sonnecchiano Mezzettino, Pedrolino, Scapino, Truffaldino... Un patrimonio culturale di grande ricchezza creativa, fatta di improvvisazione, satira e risate, che ha timbrato la storia del teatro fin dal Cinquecento. I nomi di questi figli, nipoti o parenti, più o meno lontani, degli Zanni, dicono nulla ai più. Di Brighella non c’è traccia nella sua Bergamo Alta. Si dice abitasse in Borgo Canale, il borgo degli ortolani. Un altro cugino degli Zanni è quel Pedrolino, Pedrulì, diventato Pierrot all’ombra della Tour Eiffel e Petruska in Russia. Fu il mimo Jean-Gaspard Debureau nel 1826 a portare un malinconico personaggio al Théâtre des Funanbules con un costume che, dopo di lui, fu quello classico di Pierrot. Maurice Sand, figlio di George Sand, allievo di Delacroix, incisore dell’Ottocento affermò che il mimus albus, prototipo del futuro Pierrot, ebbe origine a Bergamo Alta. E poi ci sono i versi di Albert Giraud che nel “Pierrot lunaire” parla di un dandy bergamasco, di un “cousin de Bergame” (cugino di Bergamo).

Il Carnevale Bagosso

I cugini bresciani – forse più attenti di noi alle tradizioni – hanno saputo valorizzare uno dei Carnevali più antichi d’Italia, ovvero il Carnevale Bagosso a Bagolino. A conferma di quanto fosse radicata qui l’usanza carnevalesca restano alcuni stralci di documenti comunali del XVI secolo. In uno del 1518, si legge che il Comune di Bagolino aveva dato disposizioni perché la Compagnia di Laveno, venuta in paese per rallegrare il carnevale, fosse ricompensata con un formaggio. Bagolino dista meno di 2 ore da Bergamo, è uno dei borghi più belli d’Italia, si raggiunge costeggiando il lago d’Idro, è un luogo fra i monti, meta di un’originale gita fuori porta. Le attrattive di questo Carnevale popolare sono rappresentate dai “Maschèr” (maschere), dai “Balarì” (ballerini), dai “Sonädùr” (suonatori).

Maschere e brodo di gallo

I “Maschèr” sono legati al mondo contadino. Dopo l’Epifania sono autorizzati a uscire per strada (lunedì e giovedì): sono ispirati ai vecchi contadini. Girano per il paes, con ai piedi una scarpa di cuoio con la suola di legno chiodata per fare rumore. Sul volto hanno maschere da vecchi e il loro compito è spaventare la gente. I “Balarì” (solo uomini) hanno costumi preziosi ed eleganti, calzoni ricamati, giacche ricche di ornamenti, coccarde sulle braccia, guanti bianchi come le calze, scialli ricamati sulla schiena. Il viso è nascosto da una maschera senza espressione e in testa un caratteristico cappello. Il Carnevale bagosso inizia con la messa nella chiesa parrocchiale di San Giorgio, al termine della quale il parroco offre a tutti il brodo di gallo come da tradizione. E da lì scatta la festa condita dalle musiche dei “Sonadùr”.

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