In Italia lo scompenso cardiaco riguarda più di un milione di persone, con un’incidenza che aumenta all’aumentare dell’età. Secondo recenti stime, infatti, colpisce circa l’1% delle persone di età inferiore ai 55 anni ma oltre il 10% di quelle con più di 70 anni. Questa patologia riduce la capacità di lavoro del cuore e, se non trattata opportunamente, con il tempo può peggiorare così tanto da compromettere la qualità della vita. Per fortuna oggi esistono diversi trattamenti per curare questo disturbo. Tra le tecniche più innovative, c’è anche una procedura mininvasiva all’avanguardia, basata sull’impianto di un piccolo dispositivo chiamato Atrial Flow Regulator.

Se il cuore non pompa abbastanza
Lo scompenso cardiaco, o meglio l’insufficienza cardiaca, è una condizione che si verifica quando il cuore non riesce a pompare il sangue nella giusta quantità e con la giusta pressione. Il risultato di tale incapacità è una ridotta ossigenazione di organi e tessuti del corpo e una conseguente compromissione della qualità della vita. Si tratta di una problematica piuttosto diffusa ma non sempre semplice da diagnosticare per via della frequente mancanza di sintomi evidenti. Con il passare del tempo però, se non curata in modo adeguato, questa disfunzione cardiaca può costringere a corse improvvise al Pronto Soccorso e, nei casi più gravi, richiedere anche il ricovero.

Terapie diverse a seconda della gravità
Il trattamento dell’insufficienza cardiaca dipende dalla gravità dello scompenso stesso e dei sintomi. Se di lieve entità, può essere trattato apportando alcune modifiche al proprio stile di vita. Praticare regolarmente attività fisica aerobica d’intensità moderata ad esempio può essere d’aiuto per mantenere in buone condizioni la funzionalità cardiaca. Fondamentale è inoltre tenere sotto controllo la ritenzione idrica, poiché i liquidi in eccesso possono finire nei polmoni, rendere più difficile la respirazione e comportare un carico di lavoro maggiore per il cuore. L’assunzione di liquidi per chi soffre di scompenso cardiaco deve essere quindi limitata a 1-1,5 litri ogni giorno (non solo acqua, ma anche bevande, senza dimenticare i liquidi contenuti negli alimenti come frutta, gelati, yogurt) e comunque regolata in base allo stato clinico e alla valutazione periodica dal medico cardiologo. È opportuno che ridotto sia anche l’apporto giornaliero di sodio (non più di 5 grammi di sale da cucina). Essenziale è infine tenere sotto controllo alcuni valori essenziali: peso corporeo, pressione arteriosa, frequenza cardiaca, presenza di edemi. Su indicazione medica, poi, il trattamento dello scompenso prevede l’assunzione di farmaci, ad esempio ACE-inibitori (angiotensin–converting enzyme, ndr.), betabloccanti, fluidificanti del sangue (anticoagulanti) e farmaci diuretici. Qualora la terapia farmacologica non risultasse efficace oppure non tollerata dalla persona, è possibile che venga associata anche una terapia elettrica, che consiste nell’impianto di pacemaker o defibrillatori biventricolari in grado di “risincronizzare” la contrazione cardiaca (si parla infatti di “terapia di risincronizzazione cardiaca”).

Settostomia interatriale percutanea: un approccio innovativo
Un’innovazione nella cura dello scompenso cardiaco è la procedura di settostomia interatriale percutanea con Atrial Flow Regulator. Questa procedura rappresenta, a tutti gli effetti, un modo del tutto nuovo per trattare l’insufficienza cardiaca: un concetto rivoluzionario d’intervento che, diversamente dalle tecniche tradizionali, va a intervenire sul cuore grazie a un piccolo foro (di circa 8 mm.) che permette di “alleggerire” le pressioni di riempimento del ventricolo sinistro attraverso la creazione di una connessione tra l’atrio sinistro e quello destro, migliorando così in modo evidente i sintomi legati alla scompenso. La procedura, della durata di circa 40 minuti ed eseguita in anestesia generale, in particolare consiste nel realizzare una comunicazione interatriale (tra atrio sinistro e destro) mediante un foro nel quale viene impiantato un piccolo e innovativo device (Atrial Flow Regulator) a forma di anello in nitinolo, una speciale lega metallica, che garantisce una deviazione del flusso sanguigno da sinistra a destra (delle cavità atriali) con relativa riduzione della pressione intracavitaria atriale sinistra e indirettamente della pressione capillare polmonare, il cui aumento può essere responsabile della dispnea da sforzo. Gli studi condotti hanno dimostrato evidenti benefici nel follow-up tra cui una significativa riduzione dei sintomi e delle ospedalizzazioni, associata a un miglioramento della capacità funzionale. Trattandosi di una tecnica mininvasiva e percutanea con accesso dalla vena femorale, non c’è nessuna ferita chirurgica e la sintomatologia dolorosa è assente. La persona sottoposta a questa procedura può quindi tornare a casa già dopo tre giorni dall’intervento, senza dover ricorrere a cicli di riabilitazione, ma solo con l’indicazione di sottoporsi periodicamente alle visite di controllo ecografico e clinico concordate con lo specialista. Questo intervento rappresenta sì una grande innovazione tecnologica, ma con una importante ricaduta pratica nella cura quotidiana dei pazienti con grave scompenso cardiaco, un’arma efficace, all’avanguardia e sicura contro una patologia sempre più diffusa e invalidante. I pazienti candidabili sono quelli che, nonostante una terapia medica adeguata anti-scompenso cardiaco, continuano a lamentare una sintomatologia costante, come la dispnea (fatica a respirare) di grado severo cioè anche per sforzi lievi, o non sono candidabili a un trapianto. 

A cura del dott. Maurizio Tespili
Specialista in Cardiologia
Responsabile U.O. di Cardiologia Istituto Clinico Sant’Ambrogio (MI)
Coordinatore area Cardiologia Istituti Ospedalieri Bergamaschi

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