I “segnali” da tenere sotto controllo.
I primi mille giorni di vita: sono l’intervallo di tempo tra il concepimento e i due anni di vita del bambino, un periodo estremamente importante nello sviluppo neuro e psicomotorio. Una fase di scoperte, grandi conquiste, cambiamenti veloci che, a volte, però può diventare fonte di preoccupazione per i neogenitori. “Ma è normale che ancora non abbia cominciato a camminare”? . “Quando inizierà a parlare? I suoi amichetti lo fanno già?”. “Starà crescendo con i tempi giusti?”. «Per rispondere a queste e altre domande è necessario che gli specialisti osservino un bambino a 360° e lo valutino in maniera complessa alla luce delle tappe attese e dei percentili di sviluppo. Può essere utile invece per i genitori conoscere alcuni semplici punti da osservare assolutamente a un anno e a due anni di età, ricordando sempre che nei primi mille giorni lo sviluppo del bambino segue traiettorie in parte già programmate poiché trasmesse ereditariamente, in parte determinate dall’ambiente in cui il bambino viene immerso, dalle relazioni che intraprende e dalle esperienze che vive» osserva la dottoressa Silvia Conti, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva.

A 1 anno di vita
L’interesse per gli spostamenti. Molti bambini, ma non tutti, a un anno già camminano e sono interessati soprattutto a questa nuova conquista. Altri bambini staranno molto tempo in piedi, bordeggiando o spostandosi costieri al divano. «Per la maggior parte di loro, comunque, gli spostamenti prevalenti potrebbero essere ancora quelli orizzontali, a gatto o strisciando sul sedere, poiché garantiscono velocità e autonomia nel raggiungimento di oggetti e persone di interesse. Ecco perché l’interesse per gli spostamenti, almeno orizzontali, deve essere presente e osservabile nella quotidianità del bambino» spiega la dottoressa Conti.

La manipolazione degli oggetti e la presa a pinza. La manipolazione volontaria inizia molto presto, è apprezzabile già dai tre mesi di vita, compie una svolta ai sei mesi con la postura seduta e si affina di giorno in giorno. «A un anno di vita è importante monitorare che i bambini siano ogni giorno più interessati agli oggetti e alla loro esplorazione tramite le mani con movimenti vari, adeguati al peso e alla dimensione dell’oggetto e in particolare scegliendo per gli oggetti molto piccoli la presa a pinza, quella che oppone in maniera precisa il pollice all’indice» continua l’esperta.

L’interesse per l’imitazione, la comunicazione e lo scambio. A un anno potrebbero essere comparse le prime parole, comprensibili, ma più importante è a quest’età la comunicazione in generale. «I bambini dovrebbero essere responsivi al linguaggio degli adulti e rispondere con le loro sillabe e onomatopee; dovrebbero imitare mimica, gesti e suoni degli adulti; dovrebbero scambiare sguardi, oggetti, carezze con i caregiver, che riconoscono e differenziano molto bene dagli altri adulti estranei» sottolinea ancora.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018 ha inserito la nurturing care (ndr. insieme di condizioni che assicurano ai bambini salute, nutrizione, sicurezza e opportunità per un apprendimento precoce) tra i passi fondamentali per il suo programma di promozione della salute.

A 2 anni di vita
L’esplosione del vocabolario. Gli studi scientifici ormai da anni confermano che la maggior parte dei bambini a due anni sa pronunciare almeno 50 parole e ne comprende molte di più. «Molti bambini avranno un vocabolario molto più ampio e che si espande di settimana in settimana in una vera e propria esplosione, arrivando a combinare le prime parole. Coloro che non notano nei loro bambini la soglia di 50 non devono allarmarsi, ma possono attivarsi e chiedere una consulenza per comprendere come monitorare e accompagnare al meglio il linguaggio fino ai 3 anni» consiglia la dottoressa Conti.

Il cammino autonomo e le coordinazioni. All’età di due anni, ci aspettiamo che i bambini abbiano raggiunto e acquisito il cammino totalmente autonomo e inizino a sperimentare alcune coordinazioni, come salire e scendere le scale con aiuti, tentare di saltare o correre, testare gli equilibri. «I genitori che a due anni non vedessero ancora il cammino sappiano che i bambini senza fatiche motorie raggiungono senza aiuti particolari il cammino autonomo entro i 18 mesi, dopodiché si considera superato il “cancello”: nessuna paura, non significa che non si possa più imparare, ma vuol dire che è molto difficile che il bambino possa imparare da solo. È dunque bene attivarsi per aiutare il proprio bambino, con una stimolazione o una terapia specifica» suggerisce ancora.

Il gioco presimbolico. Il gioco del “far finta” può comparire proprio a questa età, grazie alle competenze motorie e linguistiche e alle modificazioni cognitive conseguenti e concomitanti. «Si può iniziare a osservare i bambini che imitano semplici azioni quotidiane come l’imboccare le bambole, il guidare con un volante immaginario, l’imitare gli animali domestici. Fondamentale, tuttavia, anche se ancora non fanno finta, è l’interesse per gli oggetti, per i materiali e per il gioco detto “presimbolico” che porta i bambini a fare continui travasi, ad esplorare le funzioni dei materiali, a svuotare scatole e, talvolta, anche a riempirle e iniziare a riordinare» conclude la dottoressa Conti. 

Quando e a chi rivolgersi in caso di dubbi
Da sempre gli specialisti si chiedono quale sia l’approccio migliore da mantenere con i neogenitori, durante il primo sviluppo dei loro bambini: se un tempo in pediatria si optava per il “wait and see”, ossia “aspettiamo e vediamo” posticipando l’allarme a quando certamente si è manifestato un disturbo, ora con le nuove conoscenze scientifiche sui primi mille giorni sappiamo che aspettare la strutturazione di un disturbo renderebbe molto difficile il recupero. È da preferire dunque l’approccio “watch and wait”, ovvero un monitoraggio attivo, che non intende creare allarmismo bensì generare conoscenza e informazione nei genitori. Se un genitore non osserva nel proprio bambino le competenze o i comportamenti che per la sua età dovrebbe avere, può affidarsi, insieme al proprio pediatra di famiglia, a un team di specialisti dell’età evolutiva. Il medico specialista di riferimento per lo sviluppo del bambino è il neuropsichiatra infantile e gli operatori sanitari dello sviluppo che vi lavorano in team e supportano il genitore nel processo di “watch and wait” possono essere psicologi, logopedisti, fisioterapisti e terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva.

A cura di Elena Buonanno
con la collaborazione della dott.ssa Silvia Conti
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva
Centro per l’Età Evolutiva di Bergamo

 

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