Tre-quattro ore dalla comparsa dei sintomi. È questo il lasso di tempo entro il quale una persona colpita da un ictus ischemico dovrebbe ricevere assistenza medica. In questo modo, infatti, è possibile ridurre la mortalità e le conseguenze invalidanti che questa patologia porta con sé. Ecco perché diventa fondamentale imparare a riconoscere i sintomi e non perdere tempo prima di chiedere aiuto. Tempestività nella terapia e miglioramento dell’efficacia delle strategie preventive oggi giocano un ruolo fondamentale nella riduzione dell’incidenza e della mortalità e nella diminuzione del numero dei ricoveri da ictus.

Quando un’arteria del cervello si ostruisce
L’ictus ischemico cerebrale (“colpo”, “stroke”) è una malattia vascolare acuta causata dall’ostruzione di un vaso arterioso cerebrale dovuta alla deposizione di un trombo (trombosi) o all’arrivo di un embolo (embolia) tali da impedire l’apporto di sangue a una parte di cervello. Terza causa di morte in Italia, dopo le malattie ischemiche del cuore e i tumori e prima di invalidità permanente nel mondo occidentale, nel nostro Paese colpisce ogni anno circa 120-140.000 persone (circa il 2,2-2,4 per mille abitanti), con una maggiore incidenza dopo i 55 anni e negli uomini.

Non sottovalutare i campanelli d’allarme
Il segno più comune è rappresentato da un’improvvisa debolezza dei muscoli di un lato del corpo (paralisi), spesso associata all’attenuazione o abolizione della percezione del tatto nella parte colpita (anestesia). I segni possono essere anticipati o accompagnati da mal di testa, nausea o vomito e vertigini oppure perdita della capacità di parlare e/o di capire (afasia) e di vedere cosa succede da un lato visivo (emianopsia). Qualora vi fosse interessamento dei centri della vigilanza o l’ictus fosse molto esteso vi può essere depressione della coscienza fino al coma.

Il principale fattore di rischio? L’ipertensione
Negli ultimi decenni si è fatto un notevole sforzo scientifico per cercare d’identificare i fattori di rischio della malattia. Il principale fattore di rischio è sicuramente l’ipertensione arteriosa. Numerosi studi hanno dimostrato che la cura di questa patologia riduce in modo significativo gli eventi. Un’acquisizione più recente è che vanno curate tutte le forme di ipertensione, essendo stato dimostrato che anche la pressione sistolica (la “massima”) causa eventi. Altri fattori di rischio al centro dell’attenzione sono i lipidi. Categorie di farmaci capaci di ridurre i valori di colesterolo hanno dato risultati di prevenzione in termini percentuali analoghi a quelli ottenuti con i farmaci anti-ipertensivi. Gli altri principali fattori di rischio curabili sono rappresentati dal diabete e dalla necessità di eliminare il fumo di sigaretta. Infine, per i pazienti con malattie cardiache aritmiche (fibrillazione atriale), è indicato l’utilizzo dei farmaci anticoagulanti (i farmaci inibitori della vitamina K ), soprattutto se di sesso femminile, ipertesi, di età superiore ai 75 anni e con storia di episodi di scompenso di cuore.

Tempestività della cura e assistenza specializzata per ridurre mortalità e disabilità
Fino a poco tempo fa non esisteva alcuna cura. Era in voga il concetto di “nichilismo terapeutico“, ossia l’inutilità di qualsiasi intervento per questa malattia. Oggi non è più così. Vi sono cure efficaci non solo nel campo della prevenzione degli eventi, ma anche in quello della riduzione della gravità una volta che l’evento è avvenuto. L’ictus ischemico è una situazione di emergenza che viene trattata attraverso la somministrazione di farmaci che hanno come obiettivo cercare di dissolvere il trombo responsabile dell’ostruzione del flusso sanguigno e prevenire la formazione di altri che potrebbero causare un secondo ictus a distanza di poco tempo. Questa procedura si chiama trombolisi. È stato dimostrato che la somministrazione attraverso una vena nel braccio o direttamente nell’arteria cerebrale interessata da farmaci trombolitici capaci di sciogliere i trombi può essere in grado di ricanalizzare il vaso ostruito e ridurre di conseguenza sia la mortalità sia l’invalidità determinate dall’ictus. Questo è lo stesso tipo di trattamento salvavita utilizzato per l’infarto di cuore. Purtroppo questa terapia per essere efficace deve essere iniziata entro pochissimo tempo (circa tre ore) dall’esordio dei sintomi. Per questi motivi è necessario un team di persone esperto e affiatato capace di riconoscere in modo tempestivo i sintomi di uno stroke ischemico acuto e rodato sulle modalità di terapia. Questo team deve comprendere oltre al neurologo, il medico di pronto soccorso e il radiologo, perché è indispensabile eseguire prima della terapia almeno un esame TAC encefalo, per escludere altre cause. Inoltre questi medici devono essere aiutati dai medici di famiglia e dal 118 per anticipare ulteriormente la diagnosi. È inoltre necessario che il paziente sia seguito poi in una Stroke Unit, ovvero unità specificamente attrezzata e dotata di personale addestrato per la cura della persona con ictus. In alcuni casi può essere indicato in pochi centri specializzati e attrezzati aggiungere alla procedura (qualora non fosse efficace come nelle aspettative in persone sufficientemente giovani e in grado di tollerare un atto invasivo) un intervento cosiddetto di trombectomia agendo direttamente all’interno dell’arteria ostruita, arrivando all’interno del cervello con un microcatetere arterioso previa inserzione in una arteria femorale o un’arteria del braccio, in modo analogo a quanto avviene nella malattia coronarica acuta. Spetterà al primo team che accoglie il malato decidere quando attivare questo tipo d’intervento che per ora non rappresenta ancora un’indicazione di massa.

Fisioterapia e logopedia per il recupero dopo l’evento acuto
Superata la fase di emergenza il paziente deve seguire un percorso di riabilitazione in modo che possa recuperare quanto più possibile le funzioni perdute a causa dell’ictus. Può trattarsi di una:
> riabilitazione logopedica, se le aree del cervello coinvolte sono quelle che controllano il linguaggio;
> riabilitazione fisioterapica, se dovessero essere stati danneggiati i processi motori.
L’insieme di queste procedure è in grado di recuperare a vita attiva o appena compromessa più del 40% di tutte le persone compromesse da un evento ictus ischemico cerebrale, a patto però di fare presto: il fattore tempo è determinante per salvare il cervello. 

Aprile: mese della prevenzione
Aprile è il mese che A.L.I.Ce. Italia Odv, l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale, dedica ogni anno alla prevenzione dell’ictus. Quest’anno i riflettori sono accessi sull’ipercolesterolemia che, insieme a fumo, ipertensione e obesità, costituisce uno dei principali fattori di rischio ictus che possono essere modificati attuando un cambiamento nel proprio stile di vita: una sana e corretta alimentazione, ad esempio, è in grado di ridurre il colesterolo nel sangue tra il 5 e il 10%, diminuendo in questo modo anche il rischio di incorrere in malattie come ictus e infarto. L’altra arma contro l’ictus è la diagnosi precoce: fare gli esami del sangue una volta all’anno per controllare i valori del colesterolo può evitare l’insorgenza improvvisa di patologie gravi come ictus e infarti. Per informazioni: www.aliceitalia.org. 

A cura del dott. Massimo Camerlingo
Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia e Stroke Unit
Policlinico San Marco Zingonia (BG)

Il ritorno a domicilio dopo ricovero ospedaliero: come muoversi?
L’impatto esercitato dal ritorno all’ambiente familiare su una persona in esiti da ictus è forte. I livelli di compromissione fisica, psichica, cognitiva, comportamentale ed emotiva possono essere molto variabili e di conseguenza lo sono anche le limitazioni nella quotidianità. Risulta quindi fondamentale l’intervento di un professionista esperto di attività di vita quotidiana: il terapista occupazionale (TO). Privilegiando il domicilio come luogo di intervento, il TO valuta il paziente non come persona a sé stante, ma inserita nel suo specifico contesto familiare. Infatti s’intuisce facilmente come determinate attività svolte in ospedale (a partire dall’igiene e dai trasferimenti) risultino più difficili da compiere nella propria casa. Barriere architettoniche e coniuge non abituato a gestire certe problematiche sono esempi di ostacoli che si possono incontrare. Il TO valuta attentamente sia il domicilio sia la persona e suggerisce eventuali modifiche ambientali, strategie, ausili ed esercizi utili a favorire la maggior partecipazione attiva del paziente nelle attività quotidiane per lui prioritarie in quel momento. Inoltre insegna ai parenti quanto e come intervenire: il loro aiuto temporaneo o permanente può essere essenziale, ma non bisogna sostituirsi alla persona laddove c’è autonomia residua. Un aspetto non trascurabile è la motivazione che spinge il paziente tornato a casa ad assumere gradualmente un ruolo più attivo e ad avere obiettivi più chiari rispetto a quando era in ospedale, ambiente che porta a un atteggiamento generalmente più passivo e dipendente dal personale sanitario (la presenza del servizio di TO negli ospedali è sostanziale anche per accelerare questo processo). La stessa classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute (ICF) spiega quanto i fattori ambientali e i fattori personali (aspetti psicologici, affettivi e comportamentali) influiscano sulla performance della persona. 

A cura della Dott.ssa Renata Canova
Terapista Occupazionale
Valle Seriana e Centro Polispecialistico Zogno

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