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«L’esperienza della morte e l’esperienza del morire indicano due processi diversi. Non possiamo avere esperienza della nostra personale morte, ma possiamo osservarla in riferimento ad altri. In quest’ultima situazione il coinvolgimento emotivo cambia sensibilmente a seconda del livello di coinvolgimento personale, come ad esempio l’esperienza della morte di una persona cara» osserva Mauro Savardi, psicologo e psicoterapeuta, che affronta con noi questo tema delicato nel contesto della pandemia che ci ha travolto.

Dottor Savardi, che cosa si intende con “esperienza del morire”?
Il termine “esperienza del morire” indica il percorso esistenziale con il quale si manifesta il transito di un individuo dalla condizione di esistenza alla condizione di cessazione della propria esistenza, attraverso un tempo che descrive il declino della sua vita;
Il termine “esperienza della morte” indica il momento in cui l’esistenza termina e tutte le ritualità volte all’accompagnamento del defunto. L’esperienza della morte o perdita di una persona cara è sempre riferibile a qualcuno di esterno da Sé.
In situazioni storiche ordinarie l’esperienza del morire e l’esperienza della morte creano entrambe un temporaneo stallo psicologico. La morte di una persona cara, in una situazione comunque ordinaria, ad esempio come conseguenza di una malattia, pur essendo prevista, pone le persone rimaste nella condizione di ricostruire la contrapposizione tra il senso della vita e il senso della morte. Ognuno ricostruisce una dimensione di senso personale, di fronte all’esperienza della morte e del morire, con inevitabile sofferenza. Ciò implica tempo, anche se da solo il tempo non è sufficiente, in quanto è una variabile passiva che deve essere concimata con la variabile del lavoro personale del lutto. In questo aiutano indubbiamente le ritualità consone all’interno della propria sfera socio-culturale, nonché le ritualità di passaggio personali e soggettive.

E in situazioni al di fuori dell’ordinario che cosa cambia?
In tali situazioni l’esperienza del morire e l’esperienza della morte sono oltremodo più dolorose. In queste condizioni, i processi esterni si evolvono e sviluppano così velocemente che le categorie semantiche ed emotive personali non riescono, a maggior ragione, a sostenere il passo. Come esempio possiamo prendere la potenza emotiva distruttiva degli atti terroristici, la perdita improvvisa di un figlio come conseguenza di un evento inatteso, il suicidio di una persona molto vicina a noi, cioè tutte quelle situazioni che non lasciano spazio al tempo del morire, ovvero il tempo della preparazione, in quanto quest’ultimo viene scalzato dal tempo della morte, improvvisa ed esplosiva. Il tempo del morire pone la singola persona nella condizione-necessità di confrontarsi con il transitare verso la fine dell’esistenza, preparandosi. Quando il tempo del morire si azzera il collasso emotivo aumenta e molto più doloroso è il processo di ricostruzione. Tutto sfugge nell’impossibilità di costruire un senso. Avanzano emozioni di sofferenza, accompagnate da emozionali di tipo ansioso, panicoso, depressivo e rivendicativo.

Quali sono i fattori che nei mesi scorsi, caratterizzati dalla pandemia e dall’isolamento, hanno agito sfavorevolmente rispetto al processo del lutto?
La morte inattesa, la sensazione di ineluttabilità della catastrofe che avanza, il senso di costrizione e privazione della libertà individuale, a favore di un bene comune quale la salvaguardia del bene sociale (quarantena sociale vincolata e vincolante), l’interruzione e l’assenza dei rapporti con il malato, la solitudine dell’esperienza e la mancanza di rapporti di con-divisione del timore, la mancanza di ritualità d’appoggio e di transizione nell’accompagnamento del decesso e del deceduto.

Qual è la strada per “riemergere” dopo la morte di una persona cara?
Come non esiste alcuna “cura” di fronte all’abisso della morte ordinaria, non esiste alcuna “cura” di fronte all’abisso ancor più profondo della morte extra-ordinaria. Il lutto è un processo assolutamente personale, in quanto richiede un confronto con dimensioni di significato, che non consistono nel decidere tra il bianco e il nero, ma che implicano un confronto tra il passato, il presente ed il futuro, tra l’essere e il non essere.
Nel lutto si arriva a dare un posto nella propria vita alla persona che non c’è più e per giungere a questa meta si passa attraverso un processo di riconfigurazione della propria personale esistenza. L’adulto è in grado di sostenere tale processo, che non ha un limite di tempo e una scadenza, partendo dalla propria sfera emotiva. Ogni emozione infatti rappresenta un segnavia fondamentale, basilare, dal quale la partenza ha inizio già nel momento in cui l’emozione viene vissuta, manifestata e condivisa. La condizione personale di assenza di emozione di fronte al lutto non crea i presupposti per una con-divisione della sofferenza e rende il percorso di elaborazione del lutto più complicato. Inoltre il recupero successivo degli atti funerari, non svolti per impossibilità, può ulteriormente aiutare, in quanto configura quella condizione relazionale del lutto, che si caratterizza appunto per la con-divisione del dolore.

a cura di Lella Fonseca
con la collaborazione del dott. Mauro Savardi
Psicologo e Psicoterapeuta
Presso Centro Medico Polispecialistico Edolo - Ceto - Piomborno (BS)
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