Morbo di Crohn come riconoscerlo e curarlo

Crohn


Dolori addominali e crampi, diarrea prolungata, perdita di peso, febbricola, fatica sono i sintomi più comuni del morbo di Crohn, patologia caratterizzata da un’infiammazione cronica del tratto gastrointestinale. In Italia sono circa 70mila le persone che ci convivono, con un’età di insorgenza tra i 20 e i 30 anni. Poiché i sintomi sono comuni ad altre patologie, può accadere che non sia diagnosticata immediatamente. Raramente la terapia porta alla guarigione, tuttavia, se la malattia viene riconosciuta tempestivamente e trattata in modo corretto e personalizzato sulla base della gravità e dei fattori di rischio personali, la maggior parte dei pazienti riesce a condurre una vita normale. Per questo l’informazione sulla malattia è il primo passo per combatterla.

Un’infiammazione cronica con fasi di remissione riacutizzazione
L’ileite terminale o Morbo di Crohn è una patologia infiammatoria cronica, di origine autoimmune, in cui il sistema immunitario dell’organismo aggredisce il tratto gastrointestinale. Descritta per la prima volta nel 1932 da Crohn, medico gastroenterologo statunitense, può colpire qualsiasi parte del tratto, dalla bocca all’ano, con anche possibili manifestazioni extraintestinali. La localizzazione più frequente della malattia è nell’ileo terminale (piccolo intestino o tenue) e colon ascendente (o colon destro) ed esordisce con infiammazione con ulcere, ascessi e fistole della mucosa intestinale. Se non curate, le fistole possono penetrare negli organi vicini (vescica, anse intestinali, cute etc.). L’infiammazione è caratterizzata da fasi di remissioni e riacutizzazioni intermittenti. È utile ricordare che il fumo, anche passivo, è un importante fattore di rischio per la riacutizzazione della patologia.

Dolore addominale, febbre e perdita di peso tra i sintomi più comuni
Le manifestazioni più frequenti della malattia sono: dolore addominale, febbre, perdita di peso, diarrea cronica moderata e solo raramente ematica (cioè con sangue), anemia. L’addome è dolente e talvolta si riscontra alla palpazione una massa addominale, più frequentemente al fianco destro. Nel 33% dei pazienti si possono riscontrare una malattia perianale, ragadi e fistole. Tra i sintomi extraintestinali, ci sono in particolare l’artrite e la colangite sclerosante (malattia caratterizzata dall’infiammazione e dalla distruzione dei dotti biliari che causano colestasi, fibrosi e cirrosi epatica fino all’insufficienza epatica).

L’importanza di affidarsi a specialisti esperti per una diagnosi tempestiva 
Come accennato, i sintomi tipici della patologia sono comuni anche ad altre malattie intestinali, soprattutto alla colite ulcerosa con la quale il morbo di Crohn deve entrare in diagnosi differenziale. I normali esami di laboratorio non dimostrano alterazioni tipiche, però ci possono essere una VES e PCR (proteina C-reattiva) elevate, anemia, leucocitosi (aumento dei globuli bianchi), la diminuzione delle proteine e del ferro a causa del malassorbimento, il sangue occulto positivo. La presenza di Asca (anticorpi anti Saccharomyces cerevisiae) è considerata uno dei marker più specifici nel morbo di Crohn (60% dei casi). Per quanto riguarda gli esami strumentali, sono utili l’eco addominale, Rx transito del tenue, o le più recenti tecniche di enteroTC (TAC) o enteroRM (risonanza magnetica) che possono evidenziare le caratteristiche stenosi o fistole in tipici distretti intestinali. Essenziale per la diagnosi è però l’ileocolonscopia con relative biopsie intestinali, esame che serve a valutare lo stato della mucosa intestinale e la presenza di aspetti tipici dell’infiammazione cronica. È importante comunque sottolineare che la diagnosi, e la conseguente terapia, devono essere effettuate da specialisti gastroenterologi particolarmente esperti in questo tipo di malattia.

Con un’adeguata terapia medica e talvolta chirurgica, la maggior parte dei pazienti risponde positivamente con controllo dei sintomi.

Terapie diverse e “su misura” a seconda della gravità e della persona 
La terapia varia a seconda del livello di gravità con cui la malattia può presentarsi e ha come obiettivo spegnere l’infiammazione intestinale.

Nei casi di patologia lieve-moderata, il trattamento prevede:
> la mesalazina, che agisce con un’azione anti-infiammatoria direttamente sulla mucosa intestinale durante il transito intestinale (è comunemente utilizzata soprattutto nel Crohn a localizzazione retto-colica);
> gli antibiotici intestinali, considerati farmaci di prima linea, soprattutto nel caso di febbre e fenomeni infettivi.
A supporto dei farmaci, possono anche essere utilizzati i probiotici, che aiutano a equilibrare la flora batterica, il cui utilizzo però deve essere ancora definito in modo chiaro. Nelle forme moderate-gravi, invece, le opzioni terapeutiche comprendono:
> i corticosteroidi (prednisone o budesonide), che hanno una forte azione anti-infiammatoria, modulano la risposta immunitaria e possono dare anche un rapido sollievo;
> l’azatioprina, che agisce come immunosoppressore (inibendo la reazione immunutaria) e antimetabolita (interferendo nel meccanismo di formazione o di utilizzazione di un normale metabolita cellulare);
> i farmaci biologici e in particolare gli anticorpi anti-TNF (come l’infliximab), il natalizumab e gli anticorpi anti-IL, che bloccano selettivamente una delle molecole principali responsabili dell’infiammazione con un ruolo chiave nella normale regolazione del sistema immunitario. La chirurgia, in passato considerata terapia d’elezione, oggi è utilizzata solo in corso di complicanze non controllabili con la terapia medica.

A cura del dott. Sergio Signorelli
Specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, Medicina Interna Presso Politerapica Seriate

 

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