Aiutando i più sfortunati non penso al Parkinson

giangi milesi


Lo storico ex-presidente del Cesvi Onlus racconta la sua malattia e il suo impegno in 30 Paesi del Mondo. 
Ha portato per anni il suo sorriso, aiuti e progetti in quasi tutto il mondo. L’ultima volta, alla fine dell’anno scorso, con Claudio Bisio, in Zimbabwe, il Paese africano che gli è rimasto più nel cuore. Giangi Milesi è il past president del Cesvi, Onlus che opera in trenta nazioni in Africa, Asia, America Latina, Balcani e Medio Oriente, in settori che riguardano l’infanzia e la gioventù, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, l’accesso all’acqua e l’igiene ambientale, l’aiuto umanitario e l’impresa sociale, la lotta contro l’Aids. Progetti finanziati da tanti privati, dall’Unione Europea, dalle agenzie di vari stati occidentali, a cominciare da quella del Governo inglese. Ora però Giangi Milesi, 65 anni, che ha ceduto la presidenza a Gloria Zavatta, può viaggiare molto meno. Ha il Parkinson. «L’ho scoperto grazie a una psicologa che mi ha consigliato di farmi vedere da un neurologo» ci racconta. «E purtroppo la diagnosi clinica fatta osservando i movimenti del corpo non ha lasciato dubbi. Mia moglie ha pianto, ma per me è stato quasi un momento liberatorio. Avevo avuto una depressione e altri sintomi che, senza fare allarmismi, non necessariamente sono segni della malattia di Parkinson. Una sera, mentre andavo a cena con l’attore Alessio Boni, sono inspiegabilmente scivolato in via Sant’Orsola. Lo ricordo perché Boni, per sorreggermi, si è quasi slogato il polso, mettendo a repentaglio la stagione teatrale. Inoltre avevo perso l’olfatto, non distinguevo più gli odori. Scoprire però che i miei mali erano riconducibili al Parkinson mi ha consentito di sottopormi a un efficace trattamento di cura: metto un cerotto la sera mentre durante il giorno assumo un cocktail di pastiglie. Prima, mi alzavo la mattina, mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Poi ho ritrovato il sorriso perduto nei momenti bui. Il Parkinson è una galassia di malattie “…e non chiamatelo morbo!” Il termine fa infuriare il nostro presidente dell’Associazione, l’ingegnere Marco Guido Salvi, con cui collaboro. Morbo dà l’idea di malattia contagiosa, il Parkinson non lo è. Ci si può convivere, con una buona qualità di vita, senza isolarsi. E con una diagnosi precoce ci si può conviene a lungo. Per quanto mi riguarda, da quando combatto il Parkinson, dichiarando la mia fragilità, sono rinato e ho ritrovato il benessere e l’entusiasmo che avevo perduto».

«Ho avuto anche la fortuna di comprensione, cura e pungolo da chi mi sta vicino» scrive Milesi in un suo toccante articolo. «In questi due anni e mezzo dalla diagnosi, ho incontrato malati che negano di esserlo, persone scoraggiate o dissuase dal praticare le terapie, malati che cercano di sfuggire all’inesorabilità della malattia. Ho fatto “coming out” proprio per aiutare gli altri. Personalmente sono stato tacciato di essere ipocondriaco, altri sono portati a sentirsi inaffidabili e a provare vergogna e, ancora peggio, ad avere paura del licenziamento, a nascondersi, a rinchiudersi per dissimulare la perdita di equilibrio e la lentezza delle reazioni. Si vorrebbe sparire per evitare di balbettare alla ricerca delle parole che sai, ma che non vengono. Il grande feticcio della velocità che hai condiviso tutta una vita è diventato ingestibile e ti rendi conto con la tua lentezza di essere d’intralcio, di dare fastidio. Eppure fare “coming out” è indispensabile per socializzare le tue fatiche, alimentare le tue deboli energie e contrastare le ingiustizie che ti declassano a un livello più basso del lavoro o nella società».

Giangi però ha superato questi problemi. Ogni mattina va in ufficio al Cesvi Onlus, in via Broseta a Bergamo, e s’interessa delle tante iniziative per aiutare i popoli più sfortunati. Intanto pensa di dare un nuovo impulso alla sua vecchia professione di manager della comunicazione. Ma si vede lontano un miglio che la sua vita è legata al Cesvi, ai suoi viaggi in terre lontane in Asia, India o in Africa soprattutto in Zimbabwe, dove è stato recentemente con Claudio Bisio. «Avevo un po’ di timore ad affrontare quella trasferta di dodici giorni nelle mie condizioni» ci dice. «Invece è andato tutto bene. Con Claudio e sua moglie Sandra ci siamo divertiti e abbiamo rivisto Takunda il primo bambino, che a maggio compirà 18 anni, nato sano da madre sieropositiva. Nell’Ospedalino di Saint Albert, abbiamo dato vita tra il 2000 e il 2001 al progetto “Fermiamo l’Aids sul nascere” sfidando The economist che aveva titolato: “Africa continente perduto”. Anche lo scienziato americano Robert Gallo, a Bergamo per la prima edizione di Bergamo Scienza, aveva accolto la nostra campagna contro l’Aids con molto scetticismo… salvo ricredersi un anno dopo, alla luce degli enormi risultati conseguiti. Allora un terzo della popolazione dello Zimbabwe era sieropositiva e le donne malate venivano cacciate di casa dai mariti. Come Safina, la mamma di Takunda, che si è sottoposta al test e al trattamento per salvare il figlio che portava in grembo. Quando lo ha dato alla luce, come un presagio, lo ha battezzato Takunda che in lingua shona significa “Abbiamo vinto”. Safina è stata la prima mamma che abbiamo curato e lei ha imparato l’inglese, si è diplomata infermiera e ora sta studiando per diventare ostetrica e aiutare le altre donne, come è successo a lei. Anche Takunda è studioso e grazie all’adozione della famiglia Bisio studia al liceo. Immaginate la commozione quando siamo stati in visita nella loro capanna».

Ma allo Zimbabwe è legato un altro importante progetto voluto dalla comunità di Shahse e finanziato dall’Unione Europea che ha stanziato due milioni di euro e l’ha affidato al Cesvi. Si tratta di dar vita a un grande aranceto in una zona arida, in via di desertificazione e con i fiumi asciutti. Con tecnologie all’avanguardia siamo riusciti a irrigarle e dal 2022, l’aranceto, per oltre cinquant’anni, produrrà seimila tonnellate di arance l’anno per un valore di circa 600 mila dollari. Suddiviso in 250 quote, quante sono le famiglie della comunità, con lo stesso sistema d’irrigazione degli alberi, tra un filare di aranci e l’altro, le famiglie producono fagiolini, cavoli e altri ortaggi che vengono consumati, ma soprattutto venduti. «È un grande cambiamento culturale» ci dice Milesi. «Si passa da un’agricoltura di sussistenza, che non funziona più, basata sul mais, a una di sviluppo sociale, governata da un Trust composto da 10 consiglieri: sei sono democraticamente eletti dalla comunità e quattro in rappresentanza delle autorità. Sono coinvolte anche le due scuole della zona che hanno dei lotti di aranceto da curare per l’apprendimento e l’autofinanziamento. Ogni fine giornata, come si vede in un filmato presentato da Bisio, dopo che le arance sono state trasformate in succhi, scarti e bucce vengono portate in un luogo magico: la valle degli elefanti, che ne sono ghiotti».

a cura Di Lucio Buonanno
Ph: Giovanni Diffidenti

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