Dal trauma alle risposte automatiche del sistema nervoso: il Deep Brain Reorienting e le nuove frontiere della psicoterapia. È un fatto che, dall’inizio del secolo, la ricerca neuroscientifica ha fatto passi da gigante grazie all’introduzione di nuove tecniche, stimolando anche la ricerca in ambito clinico verso la creazione di protocolli e strumenti che si stanno rivelando molto efficaci in psicoterapia.

Conviene innanzitutto chiarire che, quando parliamo di trauma al giorno d’oggi, intendiamo tutte quelle situazioni o contesti in cui una persona viene sopraffatta dagli eventi, senza riuscire a reagire in maniera adeguata e ponendosi automaticamente in una posizione di difesa, sia perché gli eventi sono troppo impattanti per poter essere gestiti nell’immediato, sia perché la persona non ha risorse sufficienti per poter reagire. L’unica risorsa che il sistema trova è quella di attivare una protezione, un modo per prendere tempo e sopravvivere. Pensiamo agli animali per esempio: di fronte ad un predatore nettamente più forte che aggredisce, l’estrema risorsa che il cervello, in modo automatico, attiva è fingersi morti. Nel corso del tempo poi, certe posizioni difensive possono diventare un’abitudine, un modello standard di rispondere alle interazioni con l’ambiente e gli altri, sebbene ciò spesso non sia più funzionale e possa creare problemi e malessere. È come se la persona avesse mantenuto una sorta di modalità rigida di risposta a prescindere dalla qualità dei diversi contesti.

Come agisce il Deep Brain Reorienting

In questo quadro, una delle tecniche psicoterapeutiche più recenti è il DBR, acronimo di Deep Brain Reorienting (letteralmente “riorientamento del cervello profondo”), ideata dallo psichiatra scozzese Frank M. Corrigan. Accanto all’EMDR (i.e. “desensibilizzazione e rielaborazione delle esperienze traumatiche attraverso i movimenti oculari”) altra tecnica ormai più conosciuta, che lavora con efficacia sugli esiti da trauma, e che potremmo rappresentare come un’opera di bonifica di un territorio minato, il DBR rappresenta un altro strumento molto promettente, che va nella direzione di rispondere alla richiesta dei clienti di poter stare meglio il più presto possibile, agendo sulla riduzione del sintomo. Il DBR agisce sugli strati più primitivi del sistema nervoso, in particolare sulla risposta di orientamento al pericolo, coordinata in modo involontario da strutture del mesencefalo. Corrigan è riuscito a individuare la sequenza della risposta automatica corpo-cervello (si parla di millisecondi) in cui il sistema si orienta, si irrigidisce e si prepara ad affrontare il pericolo, prima ancora che intervengano le emozioni e i processi corticali che cercano di dare un senso all’accaduto o di attivare piani d’azione. Anziché partire dai pensieri, dalle convinzioni o dal racconto di quanto accaduto, il DBR presta perciò particolare attenzione proprio a questo momento che precede la reazione emotiva.
cosciente.

La risposta del sistema nervoso

Le persone che nel corso della vita sono state sottoposte a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti tendono a sviluppare soglie di vigilanza elevate e a vivere molte situazioni quotidiane con risposte di allarme e reattività, non adeguate al contesto. Il DBR mira ad aiutare il sistema nervoso a elaborare e dissipare lo shock accumulato nel corpo in risposta a queste minacce accumulate nel tempo. Uno dei vantaggi di questo approccio è che non obbliga il paziente a un’esposizione prolungata al ricordo traumatico, aspetto che molti fanno fatica a tollerare. Può essere efficace e rapido su un singolo trauma concreto, come un incidente, un disastro naturale, una malattia
con minaccia di morte (per esempio il Covid) o situazioni in cui la propria sopravvivenza o quella dei propri cari è stata minacciata, così come nel burn-out. Richiede invece più tempo, pur portando comunque sollievo, nello sciogliere i traumi complessi dello sviluppo, caratterizzati da un vissuto prolungato nel tempo e da più eventi da elaborare. 

I benefici nella vita quotidiana

Gli esiti prodotti dal lavoro con questa tecnica comprendono:
> minore tensione di fondo e ipervigilanza;
> regolarizzazione del sonno;
> meno sbalzi emotivi improvvisi;
> maggiore capacità di rimanere presenti anche in situazioni di stress;
> minore reattività nelle relazioni;
> maggiore confidenza con il proprio corpo;
> maggiore capacità di pensare, provare emozioni e reagire contemporaneamente.

Poco alla volta il sistema di risposta agli stimoli ambientali torna a normalizzarsi, invece di restare in modalità di allerta. Una buona immagine per rappresentare il funzionamento di questa tecnica potrebbe essere un grande contenitore pieno di liquido fino all’orlo, con il rischio che tracimi, da cui, a ogni elaborazione, si tolga una tazza per svuotarlo un poco. Molte persone temono di iniziare un percorso terapeutico che le impegnerà per lungo tempo e, a volte, questo timore le porta a
rinunciare. È importante, quindi, avere oggi a disposizione una serie di strumenti che lavorano sul sintomo e che si possono integrare efficacemente all’interno della cornice classica interpretativa delle tecniche tradizionali. 

A cura del dott. Marco Ghezzi
Psicologo e Psicoterapeuta, Esperto in Emdr
Bergamo

banner cinema

ebikeme 1 240