Un comportamento alimentare molto diffuso, ma spesso poco riconosciuto e sottovalutato da chi lo vive.
La giornata lavorativa è stata lunga, pesante o semplicemente noiosa. Rientri a casa e senti un impulso improvviso: aprire quella scatola di biscotti comprata il giorno prima. Inizi con uno, poi due, poi, senza accor-
gertene, la confezione è finita. Questa scena quotidiana rappresenta un esempio tipico di quella che in psicologia viene definita fame emotiva, o emotional eating. Si tratta di un comportamento alimentare molto diffuso, ma spesso poco riconosciuto da chi lo vive. La fame emotiva viene frequentemente confusa con la golosità o con un grande appetito. In realtà, ciò che la distingue è la sua origine: non nasce da un bisogno fisiologico, ma da uno stato emotivo che la persona fatica a riconoscere, tollerare o esprimere. In questi casi, il cibo diventa una strategia immediata per regolare le emozioni, offrendo un sollievo temporaneo, ma non risolutivo.
Secondo la letteratura scientifica, l’alimentazione emotiva è strettamente legata ai processi di regolazione affettiva: mangiare può ridurre momentaneamente stati emotivi negativi grazie all’attivazione del sistema della ricompensa, mediato dalla dopamina (Adam & Epel, 2007; Volkow et al., 2011). Questo meccanismo contribuisce a rinforzare il comportamento nel tempo, creando un circolo difficile da interrompere. È importante sottolineare che “mangiare emotivamente” fa parte, entro certi limiti, dell’esperienza umana: fin dall’antichità il cibo non ha avuto solo una funzione nutrizionale, ma anche relazionale ed emotiva. Per questo motivo, la fame emotiva non deve essere eliminata, bensì riconosciuta e gestita, affinché non comprometta la salute globale dell’individuo.
Le emozioni che attivano la fame emotiva
Le emozioni che più frequentemente innescano la fame emotiva sono quelle percepite come difficili o “ingombranti”, spesso etichettate come negative: tristezza, ansia, paura, rabbia, solitudine, stanchezza. Non tutte le persone hanno la stessa capacità di riconoscere e gestire questi stati interni. In particolare, chi presenta difficoltà nella regolazione emotiva o nella consapevolezza delle proprie emozioni può essere più vulnerabile all’emotional eating (Taylor et al., 1997; van Strien et al., 2013). In questi casi, il cibo diventa un mezzo per “spegnere” o evitare ciò che si prova. Non si tratta quindi di fame nel senso biologico del termine, ma di un bisogno emotivo che trova espressione attraverso il comportamento alimentare. È importante sottolineare che la fame emotiva può riguardare chiunque, indipendentemente dal peso corporeo.
Cosa si mangia durante un episodio di fame emotiva
La fame emotiva si caratterizza per la sua urgenza: compare improvvisamente e richiede una gratificazione immediata. Per questo motivo, tende a orientarsi verso cibi altamente palatabili, ricchi di zuccheri e grassi, come snack, biscotti, patatine o prodotti confezionati. Questi alimenti attivano rapidamente il sistema della ricompensa cerebrale, amplificando la sensazione di piacere (Gearhardt et al., 2011). Tuttavia, il sollievo è temporaneo e spesso seguito da conseguenze sia fisiche (gonfiore, pesantezza, nausea) sia psicologiche, come: senso di colpa, frustrazione, vergogna, percezione di perdita di controllo. Un elemento distintivo è proprio questa sensazione di “automaticità”: la persona mangia senza piena consapevolezza, come se fosse guidata da un impulso difficile da interrompere.
I principali fattori psicologici coinvolti
Diversi fattori possono contribuire allo sviluppo della fame emotiva. Tra questi: difficoltà nella regolazione emotiva, alti livelli di stress cronico, abitudini apprese nell’infanzia (ad esempio l’uso del cibo come premio o consolazione), scarsa consapevolezza dei propri stati interni. In alcuni casi, la fame emotiva può essere associata a condizioni psicologiche più ampie, come disturbi d’ansia o dell’umore.
Come affrontare la fame emotiva
Quando la fame emotiva diventa frequente e impatta sulla qualità della vita, compromettendo il benessere fisico, il tono dell’umore o le relazioni sociali, è importante riconoscerla e affrontarla in modo adeguato. Il primo passo è sviluppare maggiore consapevolezza: imparare a distinguere tra fame fisica ed emotiva e riconoscere i segnali interni che precedono l’atto del mangiare.
Tuttavia, quando il comportamento è radicato, il supporto di un professionista diventa fondamentale. Rivolgersi a uno psicologo esperto in ambito alimentare permette di lavorare sui significati attribuiti al cibo, sui meccanismi emotivi sottostanti, sui blocchi cognitivi e comportamentali e sullo sviluppo di strategie alternative e personalizzate. In un percorso terapeutico, l’obiettivo non è eliminare il piacere del cibo ma costruire un rapporto più consapevole ed equilibrato con esso, imparando a riconoscere e accogliere le proprie emozioni senza doverle necessariamente “mangiare”.
A cura della Dott.ssa Pamela Tassetti
Psicologa Psicoterapeuta
Bergamo e online

