Un disturbo comune ma spesso trascurato, legato a stili di vita e fattori metabolici.
La steatosi epatica, patologia conosciuta anche con il nome più comune di “fegato grasso”, è una condizione in cui il fegato tende ad accumulare progressivamente grassi in eccesso, spesso in modo del tutto “silenzioso”, poiché nella maggior parte dei casi la steatosi non si manifesta con sintomi immediatamente evidenti e riconoscibili, rendendo la diagnosi più difficile e talvolta tardiva. In base alle stime più recenti provenienti da studi clinici e osservazioni epidemiologiche condotte negli ultimi anni, si calcola che ne soffra una quota molto significativa della popolazione italiana, superiore al 20% e in alcuni report addirittura vicina al 40%, con una tendenza in aumento.

Questa condizione risulta strettamente correlata ad altri problemi di salute che appartengono al grande capitolo delle malattie metaboliche, come il sovrappeso e l’obesità, il diabete mellito di tipo 2, la dislipidemia e in particolare l’ipercolesterolemia, configurandosi così come una patologia multifattoriale in grado di riflettere lo stile di vita e le abitudini alimentari non corrette.

Ne abbiamo parlato con il dottor Matteo Angelo Manini, specialista dell’Ambulatorio di Epatologia in Humanitas Gavazzeni di Bergamo, che ha sottolineato come le conseguenze della steatosi epatica sulla salute delle persone che ne sono colpite possano essere molto variabili. «La steatosi – spiega il dottore – è una condizione in genere benigna e in diversi casi non provoca problemi immediati, ma può presentarsi già in fase precoce in una forma più aggressiva chiamata steatoepatite, caratterizzata da un’infiammazione che si associa all’accumulo di grasso, oppure determinare un danno epatico lento ma progressivamente crescente, con la conseguente formazione di cicatrici all’interno del tessuto epatico, un processo che prende il nome di fibrosi. Se non affrontata per tempo, nei
casi più gravi questa fibrosi può evolvere ulteriormente fino a diventare cirrosi, con complicanze di notevole rilevanza clinica».

Alla domanda su quanto sia importante individuare la presenza della steatosi epatica nelle sue fasi più iniziali, il dottor Manini risponde con chiarezza. «È importantissimo, perché il problema principale sta proprio nel fatto che molto spesso la malattia viene scoperta del tutto per caso, magari in occasione di un’ecografia prescritta per altri motivi e non per sospetto di fegato grasso. Quando la diagnosi arriva in ritardo, le conseguenze possono essere serie e potenzialmente irreversibili, soprattutto se si è già verificata una fibrosi significativa: maggiore è la quantità di tessuto cicatriziale che si forma, maggiore diventa il rischio di andare incontro a complicanze importanti come l’insufficienza epatica o addirittura lo sviluppo di un carcinoma epatocellulare, un tumore del fegato che ha una prognosi severa».

Per quanto riguarda le modalità con cui si effettua la diagnosi, il medico spiega che oggi la strategia è basata su diversi strumenti. «Accanto all’esecuzione di un’ecografia addominale e a specifiche analisi del sangue che permettono di valutare i valori delle transaminasi e altri indicatori di danno epatico – chiarisce – uno degli strumenti diagnostici più efficaci e innovativi che abbiamo a disposizione è l’elastografia epatica, nota anche con il nome di Fibroscan. Questo esame strumentale è particolarmente utile perché è non invasivo, veloce, indolore e sicuro, e consente di misurare in tempo reale la rigidità del fegato, stimando indirettamente il grado di fibrosi presente. Non solo: con il Fibroscan non ci limitiamo a una fotografia istantanea della situazione, ma riusciamo anche a monitorare nel tempo l’evoluzione della malattia, stabilendo se vi sia una tendenza al peggioramento o se invece la condizione rimanga stabile, e di conseguenza possiamo decidere quando intensificare i controlli oppure, al contrario, diradarli. È uno strumento che ha davvero rivoluzionato il modo in cui gestiamo questi pazienti».

A proposito di trattamento, il dottor Manini sottolinea: «Il pilastro del trattamento rimane – dice – la modifica dello stile di vita, che include una particolare attenzione a un’alimentazione corretta, equilibrata e ipocalorica se necessario, la pratica regolare di attività fisica, la riduzione o addirittura l’eliminazione completa del consumo di alcolici e un controllo accurato dei principali fattori di rischio metabolici. La buona notizia è che la maggior parte dei pazienti risponde positivamente a un approccio basato su dieta ed esercizio fisico, ma il punto critico è la costanza: bisogna mantenere questi comportamenti nel tempo. Nei casi più avanzati, oppure quando si sviluppa una steatoepatite, il monitoraggio si fa più stretto e prevede controlli periodici, nuove valutazioni con Fibroscan e, se ritenuto necessario, il ricorso alla biopsia epatica».

Infine, il tema della prevenzione, che rappresenta, come accade per molte altre malattie croniche, la vera arma vincente. «Anche per la steatosi epatica – conferma il dottor Manini – la prevenzione basata su uno stile di vita equilibrato è fondamentale. Il messaggio è molto chiaro: non bisogna mai sottovalutare il fegato grasso, soprattutto se si è in condizioni di sovrappeso, se si soffre di ipertensione o di diabete. Il fegato possiede una straordinaria capacità di rigenerarsi e di “ripulirsi” dal grasso accumulato, ma per riuscire a farlo ha bisogno di tempo e di condizioni favorevoli. È quindi la diagnosi precoce, accompagnata da cambiamenti concreti e sostenibili nello stile di vita quotidiano, che fa davvero la differenza nel ridurre il rischio di complicanze gravi e nel garantire una buona qualità di vita anche ai pazienti che scoprono di essere affetti da questa patologia». 

A cura del dott. Matteo Angelo Manini
Specialista in Epatologia
presso Humanitas Gavazzeni e Castelli

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