Insieme alla dott.ssa Santa Barresi, responsabile della UOS Gravidanza fisiologica e parto dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, capiamo come si garantisce sicurezza clinica senza rinunciare al rispetto della fisiologia.

Dott.ssa Barresi, cosa significa oggi occuparsi di “gravidanza fisiologica e parto”  in ambito ospedaliero? Quali sono le sfide e le peculiarità di questa specialità?

Quando si parla di gravidanza fisiologica in ambito ospedaliero, si intende un percorso rivolto a donne che non presentano complicazioni, né precedenti né in corso, e il cui feto non mostra patologie. Il contesto ospedaliero ha il dovere di garantire la massima sicurezza, pur rispettando la fisiologia del processo. Questo significa mettere la donna al centro del percorso, accogliendola negli ambulatori dedicati gestiti dalle ostetriche e favorendo un approccio naturale al parto, pur restando sempre pronti a modificare il percorso se necessario. Si promuove il parto fisiologico cercando di evitare interventi non necessari, ma cambiare è sempre possibile anche grazie al lavoro in team dei professionisti, che assicura alla partoriente un’assistenza personalizzata.

Come si definisce una gravidanza fisiologica e quali criteri guidano la sua gestione rispetto a situazioni più complesse?

È fondamentale selezionare accuratamente i criteri di inclusione per definire una paziente idonea al percorso fisiologico: l’età tra i 18 e i 40 anni, l’assenza di patologie preesistenti, una gravidanza singola e un decorso clinico senza complicazioni che potrebbero far deviare la gravidanza verso un percorso patologico. Vanno escluse condizioni come un indice di massa corporea alto, gravidanze gemellari, patologie materne o fetali e, generalmente, anche precedenti cesarei. Il nostro ospedale, l’ASST Papa Giovanni XXIII, essendo di terzo livello riceve una grande affluenza di casi complessi. La chiarezza con le pazienti è essenziale: non bisogna mai alimentare false speranze, ma infondere fiducia e garantire sicurezza alla mamma e al nascituro, sempre.

Quanto conta oggi un approccio personalizzato nella gestione del travaglio e del parto, e quali scelte vengono offerte alla donna in un contesto di sicurezza?

Ogni donna è unica, così come lo è ogni gravidanza. Anche per chi ha già avuto più gravidanze, i confronti con altre gravide – magari alla prima esperienza – non sono utili: ogni esperienza è diversa. L’empatia è fondamentale, così come lo è il rapporto di fiducia tra ostetrica e paziente che si costruisce attraverso una comunicazione trasparente, anche sulle possibili complicazioni. Questo riduce l’ansia e aumenta la consapevolezza in avvicinamento al momento del parto. Se, al contrario, la comunicazione manca, la paziente si sente disorientata e spaventata, compromettendo la fiducia nell’équipe.

Negli ultimi anni si parla molto di de-medicalizzazione del parto: che ruolo ha la medicina in un percorso che punta a rispettare la fisiologia ma non rinuncia al presidio clinico?

È vero, oggi c’è una spinta verso la de-medicalizzazione sia da parte della società, sia da parte dei media, ma la realtà è più complessa. L’imprevedibilità del parto rende difficile garantire un percorso interamente privo di interventi, nulla può essere previsto al 100%. Il nostro obiettivo, quindi, è quello ridurre le pratiche di routine non necessarie, vigilando costantemente. È essenziale informare la donna, renderla consapevole e autonoma. Le ostetriche, in particolare, hanno il compito di percepire i cambiamenti che indicano una deviazione dalla fisiologia e di coinvolgere tempestivamente il ginecologo.

Quali competenze e attenzioni specifiche sono richieste a un’équipe medica che si occupa di parto fisiologico in ospedale?

Le ostetriche, innanzitutto, devono conoscere a fondo la fisiologia, mantenersi costantemente aggiornate e possedere ottime competenze relazionali e comunicative per instaurare un buon rapporto con la paziente. Anche il lavoro in team è fondamentale e, nel nostro caso, le gravidanze sono seguite da ostetrica e ginecologo (per esami quali ecografie di screening del primo trimestre, ecografie morfologiche, screening del terzo trimestre), mentre durante travaglio e parto è l’ostetrica a gestire il processo. Il ginecologo subentra solo in caso di eventuali interventi necessari alla riparazione di lacerazioni. Il neonatologo valuta il neonato, mentre l’anestesista non è sempre presente, proprio per il carattere fisiologico del percorso.

L’Ospedale Papa Giovanni XXIII è un centro di riferimento per molte future mamme: cosa distingue il vostro approccio alla nascita?

Come detto, il Papa Giovanni XXIII è un ospedale di terzo livello, cosiddetto HUB, e riceve pazienti dagli ospedali SPOKE per la gestione di casi di patologie neonatali o prematurità. Nonostante i numeri elevati di richieste di questo tipo, da anni cerchiamo di tutelare lo spazio per le gravidanze fisiologiche. In tal senso, le ostetriche si impegnano a fondo, offrendo percorsi di accompagnamento alla nascita a partire dalla 20ª settimana, organiz-
zando incontri serali informativi, e garantendo supporto continuo. Il carico di lavoro è alto, ma puntiamo a un’assistenza personalizzata: rooming-in, terapia intensiva neonatale, e forte integrazione con i consultori per garantire continuità e supporto anche nel post-partum. 

A cura di Ivana Galessi
con la collaborazione della Dott.ssa Santa Barresi
Responsabile del reparto Gravidanza fisiologica e parto
ASST Papa Giovanni XXIII, Bergamo

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