Un’indagine del quotidiano The Guardian ha analizzato i 100 video più visualizzati su TikTok sotto l’hashtag #mentalhealthtips, rivelando che 52 contenuti su 100 risultavano fuorvianti o addirittura pericolosi.
Parlare di salute mentale, oggi, è diventato più comune e – almeno in apparenza – più semplice. I social network, in particolare TikTok, sono diventati spazi in cui migliaia di ragazzi cercano conforto, consigli e risposte. Ma è davvero così sicuro affidarsi a un video da 30 secondi per capire cosa ci sta succedendo dentro? Secondo un’inchiesta condotta dal quotidiano inglese The Guardian, la risposta è no. Analizzando i 100 video più popolari pubblicati su TikTok con l’hashtag #mentalhealthtips, è emerso che oltre il 50% dei contenuti risultava impreciso, fuorviante o apertamente scorretto. Una percentuale allarmante, soprattutto se si considera che proprio quei video – semplici, veloci e “condivisibili” – sono tra le principali fonti di informazione psicologica per adolescenti e giovani adulti.

Le categorie della disinformazione

I contenuti analizzati tendono spesso a semplificare esperienze complesse o a “psicologizzare” momenti di disagio comune. La tristezza diventa subito depressione, un litigio viene interpretato come segnale di disturbo borderline, un momento d’ansia viene etichettato come crisi di panico. I sintomi reali, che andrebbero valutati da professionisti, si confondono con esperienze quotidiane, generando confusione. Un altro aspetto critico riguarda il linguaggio: termini clinici come “disturbo bipolare” o “PTSD” vengono usati in modo improprio o metaforico, spesso da chi non ha alcuna competenza nel campo. Il risultato? Una valanga di autodiagnosi sbagliate e una crescente difficoltà, da parte dei giovani, nel distinguere tra disagio e patologia. Amber Johnston, psicologa accreditata dalla British Psychological Society, spiega che questi contenuti “sembrano volerci rassicurare, ma finiscono per semplificare troppo. Non tutte le ferite interiori hanno lo stesso significato e non possono essere riassunte in un reel virale”.

Quando il consiglio fa più male che bene

C’è poi un altro rischio, meno visibile ma altrettanto grave: quello di banalizzare il dolore. Alcuni video propongono “rimedi” rapidi come mangiare un’arancia sotto la doccia o scrivere per 15 minuti al giorno per guarire da un trauma. Non è solo una questione di efficacia (spesso nulla), ma anche di responsabilità: suggerire che la sofferenza possa svanire con una tecnica improvvisata rischia di frustrare chi ci prova e non ci riesce, alimentando senso di fallimento e solitudine. Secondo Dan Poulter, psichiatra e membro del Parlamento britannico, l’autodiagnosi e la cattiva informazione online stanno diventando una nuova forma di disagio: “Stiamo trasformando emozioni normali in malattie, togliendo spazio alla complessità dell’esperienza umana”. Anche David Okai, consulente neuropsichiatra, sottolinea come l’uso scorretto del linguaggio clinico stia contribuendo a una visione distorta della salute mentale: “C’è chi si riconosce in una parola ascoltata online, ma quella parola può non avere nulla a che vedere con la sua reale condizione”.

Dalla fragilità alla consapevolezza

L’indagine del Guardian solleva una questione fondamentale: chi informa chi? In un mondo in cui chiunque può diventare “esperto” in pochi secondi, è importante riscoprire il valore della cura autentica, fatta di ascolto, tempo e relazione. Non è un caso se numerosi parlamentari britannici stanno chiedendo una maggiore regolamentazione dei contenuti legati alla salute mentale, in particolare per tutelare i minori. TikTok, dal canto suo, afferma di rimuovere in media il 98% dei contenuti dannosi prima che vengano segnalati. Ma non basta. Gli algoritmi premiano l’emotività, l’impatto immediato, non la precisione scientifica. E i contenuti più popolari non sono necessariamente quelli più affidabili. Allora, cosa possiamo fare? La risposta non sta nel chiudere i social, ma nell’usare uno sguardo critico. Condividere un’esperienza personale può essere utile, persino terapeutico. Ma non equivale a una diagnosi, né sostituisce l’intervento di uno psicologo, uno psichiatra o uno psicoterapeuta qualificato.

Un passo alla volta, senza scorciatoie

La salute mentale merita tempo, rispetto e attenzione. Non ci sono scorciatoie valide, né verità universali in formato breve. Cercare supporto è un atto di coraggio, e farlo con consapevolezza è il primo passo per stare davvero meglio. Se un video ti fa sentire meno
solo, ben venga. Ma se un contenuto ti confonde, ti spaventa o ti convince di qualcosa che non sai spiegare, il consiglio è uno solo: parlane con chi è davvero in grado di aiutarti.Prendersi cura di sé significa anche scegliere con attenzione a chi affidare il proprio malessere. Non lasciamo che la viralità decida al posto nostro.

A cura di Ivana Galessi

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