A tu per tu con uno degli arbitri di sedia più iconici del tennis internazionale, che da 15 anni ha trovato una nuova dimensione nella nostra città. Carlos, ha girato il mondo come uno degli arbitri di tennis più riconosciuti.
Cosa l’ha portata a scegliere Bergamo come sua nuova casa?
In oltre quarant’anni di carriera ho viaggiato tantissimo, attraversato più di 100 paesi e vissuto esperienze incredibili. Eppure, è stata Bergamo a conquistarmi, per amore e per bellezza. Vivo qui da 15 anni: mi sono trasferito per Francesca, mia moglie, che ho conosciuto nel mondo del tennis. Venivo da San Paolo, una metropoli di oltre 25 milioni di abitanti, e fin da subito ho sentito in questa città un senso di equilibrio e qualità della vita che mi hanno colpito profondamente.
Com’è nata la storia con sua moglie Francesca Di Massimo (giudice di linea, ndr)?
È bello pensare che il tennis vi abbia unito anche nella vita. Sì, è una storia molto bella. Prima di diventare una coppia, siamo stati a lungo amici. Ci siamo conosciuti nel 1998 a un torneo a San Marino: io ero in sedia, lei giudice di linea. Il tennis ci ha messi sulla stessa strada, e con il tempo ci ha legati in modo profondo. Oggi condividiamo molto, dentro e fuori dal campo.
Ma torniamo indietro nel tempo, com’è nata la sua passione per il tennis?
Da ragazzo, a San Paolo, frequentavo un club con un gruppo di amici. Non ero nemmeno socio, entravamo di nascosto per giocare nei weekend. Un giorno il maestro ci ha scoperti… e da lì ho iniziato a giocare seriamente. Anni dopo, nel 1984, durante la Federation Cup a San Paolo, mi sono proposto come giudice di linea. È stato il mio primo contatto col tennis professionistico. Da lì è cominciato tutto.
Ad oggi qual è il momento della sua carriera che ricorda con più emozione?
Sono quasi 8.000 le partite che ho arbitrato a livello internazionale, quindi è difficile sceglierne solo una. Ma se devo fare una scelta, la finale di Wimbledon del 2011 tra Novak Djokovic e Rafael Nadal ha un posto speciale nel mio cuore. Wimbledon è stato il primo
torneo che seguivo in TV da bambino in Brasile, e ritrovarmi lì, in campo, con due dei più grandi giocatori di sempre, è stato davvero emozionante. Ricordo che Djokovic vinse in quattro set e la settimana successiva venne incoronato numero 1 del mondo.
Cosa le ha insegnato il tennis, umanamente e professionalmente?
Mi ha insegnato la resilienza, la concentrazione, il rispetto. Nel tennis tutto può cambiare fino all’ultimo punto, puoi essere sotto di due set, ma ribaltare la situazione: nulla è scontato, proprio come nella vita. Ho avuto il privilegio di lavorare con 25 dei 29 numeri 1 della storia di questo sport. Ho visto tanti stili, tante personalità, momenti storici. Il tennis ti dà tanto: ti arricchisce con viaggi, persone, culture. Ed è anche uno sport inclusivo: si gioca a tutte le età, ovunque nel mondo. Il senso di comunità che crea è qualcosa di davvero unico.
Com’è stato il passaggio dalla frenesia del mondo tennistico internazionale alla vita più tranquilla a Bergamo?
È stato naturale. Viaggiavo per oltre 30 settimane l’anno, con ritmi intensi e continui cambiamenti. Ma ho sempre avuto una mentalità aperta: mi sento un cittadino del mondo, non solo brasiliano o italiano. A Bergamo ho ritrovato un’armonia diversa, più raccolta, più serena. Anche se ci sono molti legami tra Italia e Brasile – la mia squadra di tennis, in Brasile, si chiamava “Palestra Italia” – qui ho trovato una seconda casa. Dopo tanti anni vissuti tra un aeroporto e l’altro, ora apprezzo ogni momento. Bergamo mi ha dato questo: un ritmo nuovo, più umano.
Ora è molto presente al Tennis Club Bergamo. Com’è nata questa collaborazione?
Sono socio onorario del club, e ne sono molto felice. Partecipo spesso a eventi, tornei, momenti conviviali. Gioco ancora, anche con Francesca. Mi piace la vita del circolo: ho conosciuto tante persone, sono stato accolto con affetto e stima. È un ambiente dove si respira vera passione per lo sport e i campi in terra battuta sono una vera chicca. Ho trovato nel Club una nuova famiglia, è diventato un punto di riferimento nella mia quotidianità. Mi piace essere parte attiva, trasmettere qualcosa ai soci, soprattutto ai
più giovani. L’esperienza che ho vissuto può essere utile anche fuori dal campo. I valori del tennis – rispetto, disciplina, concentrazione – sono strumenti che aiutano anche nella vita.
Come vede il tennis di oggi, soprattutto in rapporto alla tecnologia?
Il mondo cambia, e lo sport cambia con lui. Oggi la tecnologia, l’intelligenza artificiale, stanno trasformando radicalmente il nostro ruolo. Una volta si iniziava come giudice di linea, si viaggiava, si imparava osservando… oggi si diventa subito giudici di sedia, ma si ha sempre meno margine decisionale perché il discrimine tra una palla buona e una no è ad appannaggio di una macchina (un po’ come il VAR che decreta il fuorigioco nel calcio). Il ruolo dell’arbitro è destinato a cambiare, forse a sparire. Ma l’aspetto umano resta: l’arbitro è ancora l’unico in grado di valutare i comportamenti dei giocatori, appianare le tensioni e garantire il rispetto in campo. Questo, per ora, non lo può fare una macchina.
Ha mai pensato di formare giovani arbitri, di trasmettere la sua esperienza?
Sì, è un pensiero che mi accompagna da tempo. La mia carriera da arbitro internazionale si è conclusa a novembre 2024, con l’ultima partita in Coppa Davis. Anche se il contesto sta cambiando, credo che certi valori ed esperienze vadano raccontati, condivisi, tramandati. È un modo per restituire qualcosa a questo sport che mi ha dato tantissimo.
Oggi, cos’è per lei il tennis?
Il tennis è la mia vita. Ha trasformato completamente il mio destino. In Brasile ho studiato ingegneria meccanica, poi educazione fisica… ma è stato il tennis a darmi tutto. Opportunità, relazioni, crescita. È un lavoro che è diventato qualcosa di più: una passione, una scuola di vita. Certo, mi ha tolto anche molto – la quotidianità, la stabilità – ma non cambierei nulla. Mi ha forgiato come persona, e non c’è denaro che possa compensare ciò che ho ricevuto.
A cura di Ivana Galessi

