Un fenomeno silenzioso, messo sotto i riflettori dalla miniserie britannica “Adolescence”.
Negli ultimi anni, il fenomeno della sottocultura INCEL (letteralmente “celibi involontari”) ha destato crescente attenzione, soprattutto in relazione ai giovani e alle loro difficoltà nel costruire relazioni interpersonali sane. La miniserie britannica Adolescence, diventata virale nelle ultime settimane, offre uno spunto interessante per riflettere su questi temi, affrontando gli effetti del bullismo, del cyberbullismo e delle dinamiche interne che caratterizzano alcuni giovani immersi in questa sottocultura. Uno degli aspetti più significativi della serie è l’approfondimento della personalità del giovane protagonista maschile, che si sviluppa su più livelli: dalle rappresentazioni interne delle figure significative della sua vita, come il padre e il nonno, alla percezione di sé stesso come individuo marginalizzato e privo di valore. In questo contesto, emerge anche la sua rappresentazione della giovane vittima, un’immagine fortemente ambivalente, che rispecchia il suo stesso senso di inadeguatezza e sofferenza. Ciò che colpisce è il modo in cui il protagonista cerca costantemente conferme sulla propria identità attraverso il confronto con il mondo femminile. La sua ipervigilanza nelle interazioni, persino con la psicologa che lo segue, riflette una profonda insicurezza. Quando non ottiene il riscontro desiderato, la sua reazione è caratterizzata da paranoia, rabbia esplosiva e svalutazione dell’altro. Un elemento particolarmente critico è la sua capacità di empatia, che non si traduce in un’autentica comprensione emotiva, ma piuttosto in una forma di manipolazione: egli riconosce la paura della psicologa di fronte alla sua aggressività e sembra trarne piacere, un segnale preoccupante che può indicare la presenza di tratti antisociali. Questo ci porta a un interrogativo fondamentale: fino a che punto la rabbia e il risentimento, se non elaborati, possono trasformarsi in forme di violenza diretta o simbolica?

Il rischio della stigmatizzazione

Uno degli aspetti più problematici della rappresentazione mediatica di fenomeni come la cultura INCEL è il rischio di ridurre la complessità di un individuo a un’unica etichetta. Il termine “incel” identifica persone che faticano a instaurare relazioni sentimentali e sessuali, ma se questa definizione diventa un marchio fisso, si corre il pericolo di irrigidire la percezione di sé e alimentare un circolo vizioso di isolamento e frustrazione. Negli anni Ottanta, la crisi della tossicodipendenza ha mostrato un meccanismo simile: molti giovani si identificavano con l’etichetta di “tossici”, trovando in essa una sorta di identità definita, anche se disfunzionale. La difficoltà nel superare questa autodefinizione rappresentava un ostacolo aggiuntivo nella loro riabilitazione. Anche oggi, con la cultura INCEL, si assiste a un fenomeno analogo: giovani che si autodefiniscono in base alla loro condizione di esclusione rischiano di rafforzare il proprio senso di impotenza, anziché cercare soluzioni e nuove prospettive.

Il ruolo dei social e il rischio della “comunità chiusa”

Uno dei fattori che alimentano questa rigidità di pensiero è la modalità con cui i social media facilitano la creazione di comunità chiuse. Questi spazi virtuali, pur offrendo un senso di appartenenza, spesso rafforzano le convinzioni negative degli utenti, trasformandole in una visione paranoide della realtà. Il mondo esterno viene percepito come ostile, con il rischio di identificare un intero gruppo, in questo caso le donne, come responsabile delle proprie sofferenze. Solo rompendo questa spirale e accettando la complessità delle interazioni umane è possibile sviluppare una visione più equilibrata e costruttiva di sé e degli altri.

Superare il senso di colpa e sviluppare resilienza

Per affrontare questi problemi, è essenziale lavorare sulla capacità di auto-osservazione e sulla costruzione di un’identità più flessibile e resiliente. I giovani che, nei primi anni di vita, non hanno potuto sviluppare un attaccamento sicuro con le figure di riferimento sono più esposti a problematiche legate al senso di colpa patologico e alla difficoltà nel gestire le proprie emozioni. Per questo motivo, diventa cruciale favorire il contatto con persone che offrano prospettive diverse e modelli di relazione positivi. Se un giovane si identifica esclusivamente con un gruppo che lo conferma nella sua visione negativa del mondo, rischia di restare intrappolato in una dinamica di vittimismo e ostilità. Al contrario, esplorare nuove relazioni e confrontarsi con punti di vista differenti può rappresentare una strada per la crescita e il cambiamento. La sfida che ci troviamo di fronte non riguarda solo il singolo individuo, ma l’intera società. La diffusione di etichette rigide e stigmatizzanti può avere effetti devastanti, impedendo a chi soffre di trovare le risorse necessarie per un percorso di cambiamento. La responsabilità dei media, dei professionisti della salute mentale e della comunità intera è quella di promuovere un dialogo aperto, che aiuti i giovani a uscire da schemi di pensiero autodistruttivi e a sviluppare una maggiore capacità di comprensione di sé e degli altri.

A cura del Dott. Furio Ravera
Psichiatra
Gruppo Ginestra
(Milano – Appiano Gentile, CO)