Un progetto sperimentale che porta in scena la vita delle donne medico, tra sfide, passioni e conquiste quotidiane.
Un camice che diventa costume di scena, una storia vera che si trasforma in racconto teatrale. “Le Medichesse” è molto più di uno spettacolo: è un atto coraggioso, un progetto culturale e umano che mette al centro la figura della donna medico, con le sue gioie, le sue fatiche e i suoi traguardi. Abbiamo incontrato la Dott.ssa Daniela Gianola, vicepresidente della sezione di Bergamo dell’Associazione Italiana Donne Medico e una delle ideatrici del progetto insieme a Silvia Barbieri e Fabiola Bologna. Con lei abbiamo parlato dell’origine de Le Medichesse, delle barriere di genere ancora presenti nel mondo della sanità e del potere trasformativo del teatro nel raccontare — e riscrivere — la realtà.
Dott.ssa Gianola, com’è nata l’idea di questo progetto teatrale e qual è il messaggio principale che si vuole trasmettere?
Il progetto teatrale “Le Medichesse” nasce dall’idea di far conoscere al pubblico il complesso intreccio tra la vita professionale e quella personale della donna medico. È il risultato di un lungo lavoro portato avanti da un gruppo di 15 donne medico appartenenti all’Associazione Italiana Donne Medico, realtà scientifica con sezioni presenti nelle principali città italiane. Al progetto hanno partecipato professioniste provenienti dalle sezioni di Bergamo, Parma, Pavia e Crema: donne medico di età diverse e con specializzazioni differenti, accomunate però dalla stessa PASSIONE per la medicina, intesa non solo come atto medico, ma come ARTE nella cura del malato. Queste donne diventano attrici, narratrici e danzatrici, portando in scena storie professionali e personali di grande impatto emotivo. Il progetto ha preso forma a partire dalla raccolta delle loro biografie, attraverso laboratori di scrittura condotti dalla scrittrice Adriana Lorenzi. I testi, elaborati da lei, sono stati trasformati in rappresentazione teatrale e sceneggiatura dalla regista Silvia Barbieri. Il teatro, mezzo magico per creare un forte legame emozionale tra attore e spettatore, abbatte ogni filtro e ogni barriera tra chi racconta e chi ascolta una storia vera. La donna medico si presenta al pubblico con e senza il camice: una donna che, come tutte, vive momenti felici e tristi, attraversa successi e insuccessi, conosce preoccupazioni e attimi di spensieratezza.
Il “soffitto di cristallo” è un concetto che spesso viene citato quando si parla delle difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro, specialmente in ambito medico. Quali crede siano le principali barriere che ancora ostacolano le donne mediche nell’accesso a posizioni di leadership e come il progetto “Le Medichesse” contribuisce a superarle?
“Le Medichesse” evidenzia, sottolinea e rimarca in modo attento e preciso come la parità di genere in ambito sanitario sia ancora una conquista da raggiungere. La donna medico, per accedere a posizioni apicali, di comando e di leadership, deve lavorare, impegnarsi e sacrificarsi sempre più del collega uomo. Nello spettacolo, la parte intitolata “Signore/Signorine” — divertente, ma allo stesso tempo provocatoria — invita a riflettere: perché? Perché non è nemmeno immaginabile rivolgersi a un medico uomo con l’appellativo “Signore” o “Signori-
no”, mentre è assolutamente comune chiamare una dottoressa “Signora” o “Signorina”. Altri appellativi molto diffusi sono “infermiera”, “ostetrica”, “studentessa”, “specializzanda”, senza dimenticare espressioni come “ragazza”, “cara”, “gioia” e simili. “Le Medichesse”, portando in scena queste dinamiche comportamentali — purtroppo ancora radicate nella mentalità comune — possono contribuire a stimolare un cambiamento culturale, che mostri maggiore rispetto e considerazione nei confronti della donna medico.
Nel corso della sua carriera professionale, ha mai incontrato situazioni in cui il pregiudizio o la discriminazione abbiano influenzato il suo percorso? In che modo queste esperienze si riflettono nel messaggio dello spettacolo? Vede dei parallelismi tra ciò che racconta la sua esperienza di vita e quello che viene trattato in scena?
Anch’io, nel corso della mia vita professionale, sono stata più volte trattata con scarsa considerazione e ho subito comportamenti poco rispettosi del mio ruolo. Nello spettacolo racconto un episodio in particolare: un paziente, entrando in ambulatorio, rimase sorpreso nel vedermi da sola nella stanza. Davanti a lui c’era una donna con un camice addosso — e ovviamente, ai suoi occhi, non potevo essere “il dottore” — una donna con un tesserino di riconoscimento appeso al taschino, seduta dietro una scrivania. Senza nemmeno salutare, si rivolse a me con tono aggressivo e arrogante, chiedendo: “Dov’è il medico?”. Ricordo ancora, a distanza di anni, il mix di rabbia, disgusto, delusione e malessere che provai. Eppure, ancora oggi mi congratulo con me stessa per essere riuscita a mantenere la calma, rispondendogli con ironia e tagliente lucidità, tanto da farlo sentire un grande idiota. Ancora più grave è quando la parità di genere non viene rispettata all’interno della stessa categoria, da parte dei colleghi uomini — e accade molto più spesso di quanto si possa immaginare. Soprattutto nelle specialità chirurgiche, le opportunità di eseguire interventi complessi sono decisamente più limitate per le chirurghe rispetto ai colleghi uomini, pur avendo pari competenze. Tutto ciò è in netto contrasto con quanto dimostrato scientificamente: la donna medico mostra una maggiore empatia nella relazione medico-paziente, con effetti positivi sull’intero percorso di cura. Un’empatia che si estende anche ai familiari del paziente, aiutandoli a gestire l’ansia e le preoccupazioni legate alla salute del proprio caro.
Cosa si aspetta dal futuro del progetto “Le Medichesse”?
Ci sono nuovi sviluppi o altre iniziative in programma per espanderne l’impatto e sensibilizzare ancora di più la società e le istituzioni sull’importanza del ruolo delle donne nella medicina? “Le Medichesse”, la cui prima rappresentazione si è tenuta a Parma lo scorso 5 aprile presso il Teatro del Parco, è uno spettacolo nato da un progetto teatrale sperimentale, il primo in Italia nel suo genere. Mi aspetto che susciti grande interesse in tutti. Per il pubblico, rappresenta un’occasione unica per scoprire cosa si cela dietro le quinte del mondo della donna medico: le sue aspettative, i suoi desideri, ma anche gli insuccessi, le sconfitte e le difficoltà quotidiane nel conciliare vita professionale e vita personale. “Le Medichesse” è una vera e propria vetrina sulla sanità al femminile. Permette agli spettatori di comprendere quanto il percorso della donna medico sia lungo, complesso, ma profondamente gratificante. E che, se potesse tornare indietro, lo sceglierebbe altre mille volte. Come recita la Medichessa che apre lo spettacolo con una dedica al “caro Lavoro”, la medicina è puro innamoramento nella cura e nella tutela della salute del genere umano. È anche un messaggio forte per le nuove generazioni che stanno scegliendo la professione medica: un invito a ricordare che, pur richiedendo molte rinunce, grandi energie e tanto tempo, essere medico ripaga con una felicità profonda, quella che si prova quando si riesce a curare, a guarire, a fare la differenza nella vita di un paziente. “Le Medichesse” sperano che questo evento teatrale possa essere rappresentato su larga scala, per coinvolgere emotivamente — e anche divertire — il maggior numero possibile di persone, con l’obiettivo di creare un legame stretto, una fiducia profonda tra le persone, e in particolare tra chi è malato, e la medicina.
Infine, come vede il futuro delle donne nel campo medico? Quali cambiamenti auspica per i prossimi anni per garantire che le donne possano finalmente emergere con pari opportunità e riconoscimenti?
Ci si augura che il futuro delle donne in campo medico sia sempre più promettente, e che le opportunità di carriera siano guidate da una reale meritocrazia, non dal genere. Si spera anche che la donna medico venga tutelata, anche a livello giuridico, nel momento in cui desidera diventare madre. L’allontanamento temporaneo per la gravidanza non dovrebbe mai rappresentare un ostacolo, ma piuttosto un momento da sostenere e agevolare nel suo corretto svolgimento. Allo stesso modo, la donna medico deve essere supportata nella gestione della famiglia e nella crescita dei figli. Non si può chiedere alla donna medico di scegliere tra lavoro e maternità, né tra carriera e famiglia. È necessario un intervento concreto da parte delle istituzioni competenti, ma ancora di più serve un cambiamento culturale profondo: una trasformazione della mentalità collettiva, che ancora oggi tende ad attribuire alla donna il compito di occuparsi della famiglia, spesso a scapito della propria realizzazione professionale. Riponiamo molta speranza nelle nuove generazioni: sono loro il futuro. Lo spettacolo si conclude con una lettera che una Medichessa scrive alla giovane figlia nel giorno della sua laurea. È un finale intimo, toccante ed emozionante, in cui si passano idealmente le consegne alle nuove generazioni, rendendole consapevoli dei sacrifici e degli ostacoli che le attendono, ma trasmettendo anche tutta la bellezza di aver scelto la professione più straordinaria del mondo.
A cura di Ivana Galessi

