Le ernie della parete addominale rappresentano un rilevante problema di salute in Italia, con una prevalenza stimata intorno al 5 % della popolazione generale.
Questo significa che circa tre milioni di italiani potrebbero esserne affetti.
Ogni anno nel nostro Paese si eseguono oltre 200.000 interventi chirurgici per ernie della parete addominale. Ne parliamo con il Dott. Giorgio Quartierini, Chirurgo Generale e Responsabile della U.O. di Chirurgia Generale della Casa di Cura San Francesco di Bergamo.
Dott. Quartierini, cos’è un’ernia addominale e perché si forma?
L’ernia della parete addominale consiste nella protrusione di organi addominali o tessuto adiposo attraverso un’apertura o un indebolimento della parete muscolare. Questa protrusione crea un rigonfiamento che può causare fastidio o dolore. Gli organi addominali, normalmente, sono contenuti all’interno della cavità addominale grazie alla robustezza dei muscoli e delle fasce della parete addominale; quando c’è un’area di debolezza o un foro, il contenuto può farsi strada e formare un’ernia. Si parla di ernia congenita quando è evidente alla nascita – per lo più per mancata obliterazione durante lo sviluppo fetale del canale inguinale e del tramite ombelicale –, mentre è acquisita quando insorge nel corso della vita. Le cause possono includere: obesità, tosse cronica, stitichezza cronica, gravidanza, sforzi eccessivi, debolezza muscolare dovuta all’età avanzata, pregressa chirurgia, accumulo di liquido nell’addome.
Quali sono i sintomi?
Alcune ernie possono essere asintomatiche, mentre altre possono causare un rigonfiamento settoriale visibile o palpabile che diventa più evidente quando si sta in piedi, si tossisce o si spinge con l’addome. Si arriva poi ad accusare un fastidio o lieve dolore nella zona dell’ernia, che può peggiorare con l’attività fisica; quasi sempre si ha anche una sensazione di pesantezza o pressione. Quando il sacco erniario è molto grande, e in esso si delocalizzano ampi tratti di intestino, si può avere dispepsia, nausea, crampi e peggioramento della stipsi.
Ne esistono diversi tipi?
Si, alcune sono molto frequenti, altre molto rare e prendono il nome dalla loro localizzazione:
> inguinale: la più comune, rappresenta fino al 75% di tutte le ernie addominali, con una netta prevalenza maschile (con un rapporto di circa 8:1). Insorge al di sopra della piega inguinale, occupa il canale inguinale e poi si può estendere sino allo scroto;
> ombelicale: insorge nei pressi della cicatrice ombelicale ed è più comune nei neonati, nelle persone obese e negli epatopatici;
> crurale o femorale: più frequente nelle donne, eccezionale nell’uomo. Si localizza alla piega inguinale-radice della coscia e ha una spiccata tendenza alla complicanza;
> epigastrica o della linea alba: localizzata al centro della parte superiore dell’addome, tra sterno e ombelico, solitamente si tratta di un’ernia adiposa senza abitazione viscerale;
> laparocele (o ernia incisionale): si verifica in corrispondenza di una pregressa cicatrice chirurgica addominale, con un’incidenza del 15% dei pazienti;
> lombocele: ernia incisionale su pregressa lombotomia (solitamente per chirurgia renale);
> ernia di Spigelio: rara, si forma lateralmente ai muscoli retti addominali;
> lombare: molto rara, si forma nella parte posteriore dell’addome;
> otturatoria: coronarie, valvulopatie.
Come si diagnostica un’ernia della parete addominale?
La diagnosi si basa sull’anamnesi e sulla visita clinica, durante la quale lo specialista palperà l’area sospetta per identificare il rigonfiamento. Solo nei casi in cui la visita clinica non è risolutiva, o non si riscontrano impulsi erniari, può essere utile un’ecografia loco-regionale per una corretta diagnosi differenziale. Nel caso di pazienti obesi, o se si vuole indagare la situazione viscerale endoerniaria ed endoaddominale, è meglio effettuare uno studio TAC addominale. Nel sospetto di ernia, il Medico di Medicina Generale invia il paziente allo specialista Chirurgo Generale; sarà quest’ultimo a dare indicazioni di diagnostica ulteriore.
Tutte le ernie devono essere operate o alcune possono guarire da sole?
No, le ernie non possono guarire da sole e l’unico trattamento risolutivo è l’intervento chirurgico. Tuttavia, nei pazienti inoperabili o in quelli che scelgono di non farsi operare, l’adozione di un corretto stile di vita, i presidi di contenzione di parete e la limitazione dell’attività fisica possono rallentare il peggioramento del quadro clinico. Nel lungo periodo l’evoluzione è comunque quella di un incremento dimensionale dell’ernia.
Come faccio a sapere che un’ernia addominale si sta complicando?
Un rigonfiamento erniario evolutivo che non si riesce a spingere in addome (irriducibile) configura il quadro dell’ernia “incarcerata”. Se il contenuto dell’ernia va incontro a sofferenza vascolare con fenomeni ischemici o torsione dei visceri, l’ernia si definisce “strozzata”: il dolore può diventare diffuso, intenso e continuo ed essere accompagnato da vomito. In questo caso richiede un intervento chirurgico urgente.
In cosa consiste il trattamento chirurgico?
L’intervento è finalizzato a riposizionare il tessuto all’interno dell’addome, riparare e rinforzare la parete muscolare con una rete di materiale biocompatibile, per prevenire le recidive. La chirurgia può essere eseguita con tecniche tradizionali o in laparoscopia, cambia solo l’approccio anatomico. L’intervento non è doloroso e viene eseguito in anestesia spinale o generale (per la laparoscopia). In casi selezionati, se l’ernia è piccola e il paziente è collaborante, si può procedere a un’anestesia locale per infiltrazione. L’intervento dura in media 40 – 60 minuti, ma può variare in base alla complessità dell’ernia. Quasi sempre si tratta di degenza in day hospital, con dimissione del paziente entro 24 ore dalla procedura. Le complicanze postoperatorie – l’ematoma dei tessuti molli e l’infezione del sito chirurgico (eccezionale) – non sono frequenti e non sono gravi. Fa eccezione l’anestesia spinale nel paziente anziano, che può essere causa di ritenzione acuta di urina, con necessità estemporanea di cateterismo vescicale.
Cosa è un’ernia recidiva? Perché accade?
Una recidiva è la ripresentazione di un’ernia nella stessa sede in cui era stata precedentemente riparata. In altre parole, dopo un intervento chirurgico, si verifica una nuova fuoriuscita di tessuto o organi attraverso la parete addominale indebolita nella stessa area. Le cause possono essere:
> debolezza intrinseca della parete addominale;
> tecnica chirurgica non ottimale o inefficace;
> infezione del sito chirurgico;
> problemi di guarigione dei tessuti (es. nel caso di pazienti deperiti, in terapia cortisonica, molto anziani, o malnutriti);
> obesità;
> mancato rispetto di un adeguato periodo di convalescenza.
Quanto tempo ci vuole per guarire dopo l’intervento?
Se da un lato la degenza in ospedale è breve, dall’altro è bene osservare un periodo di riposo di circa 10/15 giorni e di astensione da attività fisica per almeno un mese: in questo lasso di tempo si concede ai tessuti la possibilità di guarigione e di integrazione della rete protesica nel contesto della plastica muscolare.
Spesso i pazienti con ernia addominale convivono con il disagio fisico per molto tempo prima dell’intervento. Cosa ne pensa?
Nonostante si tratti di una patologia benigna, questa ha un forte impatto in termini di inabilità temporanea con assenza dal lavoro, impossibilità di praticare attività sportiva, dolore e timore di insorgenza di complicanze. Negli ultimi dieci anni si è assistito a una sempre maggiore difficoltà da parte del sistema sanitario di far fronte ai nuovi casi; ciò comporta inevitabilmente un allungamento del periodo tra la diagnosi e l’intervento, nonostante la stretta collaborazione e il contributo delle strutture sanitarie private accreditate. Su questo tema le Istituzioni locali e regionali sono sensibilizzate e si resta in attesa di soluzioni efficaci per poter migliorare il servizio ai cittadini.
A cura di Ivana Galessi
con la collaborazione del Dott. Giorgio Quartierini
Chirurgo Generale e Responsabile della U.O. di Chirurgia Generale
Casa di Cura San Francesco di Bergamo

