Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche Mario Negri, illustra le nuove sfide per la salute e il benessere nel mondo di oggi. Intervista al professor, dottor Silvio Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore. Fondatore nel 1961 dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, è tuttora presidente della prestigiosa istituzione. Bergamasco doc, 96 anni, ha una vita ancora molto attiva nel campo della sensibilizzazione sulla salute e tanti nuovi progetti in cantiere.
Professor Garattini, com’è cambiato l’approccio al benessere e alla medicina dai tempi della sua infanzia agli anni dell’Intelligenza Artificiale?
Oggi c’è molto più interesse per i problemi legati alla salute, anche perché sono aumentate le conoscenze e le possibilità di intervento. Tuttavia, non si può dimenticare che la durata della vita è aumentata arrivando oggi a circa 81 anni per l’uomo e 85 anni per la donna; ciò che dovrebbe interessarci maggiormente, però, è la durata di vita “sana”. Qui scendiamo di molto nella classifica internazionale, avendo almeno 15-20 anni di cattiva qualità di vita a causa di malattie croniche e di tumori. Riusciamo a migliorare la situazione solo perché dal 1978 abbiamo un Servizio Sanitario Nazionale che gratuitamente mette a disposizione farmaci, ospedalizzazione e vari tipi di trattamento. C’è grande speranza nell’Intelligenza artificiale (IA), anche se in Italia siamo largamente in arretrato rispetto a tanti altri Paesi. Personalmente non sono molto fiducioso nella reale utilità dell’IA sul fronte del rapporto fra paziente e medico, perché si accentuerà ciò che già avviene a causa della disponibilità di internet: per il medico sarà sempre più difficile resistere alle richieste del paziente.
Lei è stato recentemente protagonista a Stezzano del ciclo di incontri “Nutrire la vita”. Come si “nutre” la vita?
Siamo ciò che mangiamo e diveniamo ciò che abbiamo mangiato. La dieta deve essere varia, basata su una struttura a piramide: frutta e verdura devono rappresentare la base, seguita da pane, pasta e riso possibilmente integrali, come fonte di carboidrati complessi che mettono a disposizione lo zucchero necessario e poi pesce, uova, formaggi, carne bianca e sempre meno carne rossa e grassi saturi come il burro. La varietà assicura i micro e i macronutrienti e permette di non accumulare i singoli prodotti contaminanti oggi presenti nel cibo. Oltre alla varietà è fondamentale la moderazione: bisogna mangiare poco perché la riduzione delle calorie è uno dei fattori essenziali per la longevità. È difficile trovare novantenni e ultra che siano obesi.
Cosa ha significato fondare l’Istituto Mario Negri ed esserne ancora oggi il presidente?
Sono passati 65 anni da quando è iniziato il percorso dell’Istituto Mario Negri e 62 da quando sono iniziate le attività di ricerca. Il
Mario Negri ha rappresentato un tentativo di risposta alla situazione imperante della ricerca in Italia, fatta di burocrazia e di frammentarietà. Inizialmente, abbiamo cercato di realizzare, con solo 20 persone e con l’aiuto di Mario Negri (gioielliere milanese), un’istituzione in cui la ricerca fosse un’attività a tempo pieno e indipendente dalla politica, dai partiti, dalla finanza, dall’industria e dalle ideologie, rinunciando a richiedere brevetti. Per poter crescere è stato poi necessario aggiungere una formazione di ricercatori attraverso il PhD e il dottorato di ricerca, fino ad arrivare oggi a un personale di circa 750 persone, tra cui predominano i giovani. È molto difficile continuare l’attività perché siamo sottoposti a pesanti burocrazie. La ricerca nel nostro Paese è purtroppo considerata una spesa anziché un investimento; per raggiungere il livello della Francia dovremmo avere a disposizione 22 miliardi di euro in più all’anno. Per questo molti ricercatori tendono a emigrare in cerca di migliori condizioni di lavoro.
Ha una vita molto attiva. Qual è il suo segreto?
Fortunatamente, ho ancora la possibilità di lavorare. Vado regolarmente in Istituto dove mi occupo soprattutto di sostenere la formazione dei giovani, trovare risorse economiche e studiare per mantenere adeguate le conoscenze sui farmaci. Mi occupo anche della scrittura di libri a scopo prevalentemente divulgativo. La possibilità di lavorare dipende da quanto ho fatto in passato, attraverso il mantenimento delle buone abitudini di vita.
Lei è noto per osservare rigorosamente alcune regole di buona condotta quotidiane, come camminare, scrivere, non bere e non fumare. Quali le buone abitudini per preservare la salute?
Tutti le conoscono, ma non vengono sempre osservate. Ad esempio, i medici che fumano, bevono o sono obesi non sono certamente un buon esempio e permettono alle persone di trovare scuse e alibi. Molto spesso, inoltre, si ricorre all’impiego di prodotti che non hanno alcuna base
scientifica, per esempio per contrastare una cattiva alimentazione, come gli integratori alimentari. Siamo il Paese che in Europa ne utilizza la maggior quantità, spendendo 5 miliardi quasi di euro all’anno. Una delle obiezioni alle buone abitudini di vita è, ad esempio, che si può fumare perché tanto abbiamo già un notevole inquinamento dell’ambiente. È vero, ma gli stessi fumatori vi contribuiscono attraverso 51 miliardi di sigarette all’anno che determinano inquinamento atmosferico e, attraverso i mozziconi, all’inquinamento dell’acqua e del cibo. Nelle discussioni sulle buone abitudini, c’è anche l’obiezione: “Ma esiste l’eredità”. L’epigenetica, però, insegna come il DNA possa essere notevolmente influenzato dall’ambiente come pure dalle buone o dalle cattive abitudini di vita.
Ha spesso sottolineato l’importanza della prevenzione, specialmente riguardo alle malattie croniche e l’abuso di farmaci…
La medicina è diventata un grande mercato e il mercato non vuole altro che aumentare. Non si fanno confronti tra farmaci. Si studiano i nuovi prodotti sugli animali maschi e sugli uomini adulti, ma poi i farmaci vanno utilizzati prevalentemente su anziani, donne e bambini. Ad esempio, le donne nel caso in cui abbiano la stessa malattia degli uomini, non hanno tuttavia la stessa frequenza, gli stessi sintomi e gli stessi esiti dei maschi. I target su cui agisce lo stesso farmaco non sono esattamente gli stessi nel maschio e nella femmina, come pure il metabolismo, l’assorbimento e l’eliminazione. Il mercato vuol far credere che le malattie piovano dal cielo, quando invece dipendono abbondantemente da noi. La medicina deve fare un grande progresso culturale e passare dall’esclusiva attenzione alle cure alla “prevenzione”, fondamentale per diminuire l’accesso ai medici, ai farmaci, alle ospedalizzazioni e al Servizio Sanitario Nazionale. In altre parole, la prevenzione è il principale antagonista del mercato. Tuttavia, per fare una rivoluzione culturale abbiamo bisogno della formazione: non abbiamo in Italia una Scuola Superiore di Sanità per formare i Dirigenti del Servizio Sanitario Nazionale. Inoltre, nella scuola dell’obbligo non esiste l’educazione alla salute. Basterebbe un’ora alla settimana in ogni classe a tutti i livelli della nostra scuola per cambiare la conoscenza e quindi anche la mentalità degli italiani per quanto riguarda le buone abitudini di vita. La medicina sta cambiando e cambierà certamente nei prossimi anni attraverso l’impiego dell’IA che, con tutti i problemi già ricordati, se utilizzata correttamente potrebbe aiutare a trovare con più facilità nuovi farmaci. In futuro avremo molti più farmaci che non saranno il frutto della sintesi chimica, ma il prodotto di cellule (es. cellule immunitarie, staminali, del SNC). Le stesse cellule potranno essere l’equivalente di farmaci modificando le funzioni di molti organi o interagendo con target negativi. Si potranno modificare gli RNA che in molte malattie sono alla base della produzione di proteine patologiche o della mancata produzione di proteine utili. Varie forme di terapia genica tenderanno a cambiare l’espressione di determinati geni o addirittura ad eliminare geni mutati per sostituirli con geni normali.
Quali le ripercussioni delle nuove scoperte sul Sistema Sanitario?
È necessario un ripensamento del SSN e di tutta l’organizzazione industriale perché le spese che si prospettano per questo tipo di terapie determineranno costi insostenibili. Bisognerà fare in modo che non vi sia l’attuale diseguaglianza, ad esempio qualcuno si dovrà ben interessare delle 7.000 malattie rare che non sono attrattive dal punto di vista del mercato perché prospettano scarsi profitti. Occorrerà fare in modo che strutture pubbliche non profit si occupino della realizzazione dei cosiddetti “farmaci orfani”, perché in questo modo si avranno costi più bassi. Inoltre, evitando di ottenere brevetti, si avrà anche la possibilità di prezzi ragionevoli dei farmaci. Lo stesso problema della brevettazione dovrebbe essere rivisto per fare in modo che i nuovi farmaci non rappresentino un’innovazione, ma semplicemente una fotocopia di quanto già esiste. C’è molto da fare e speriamo che i giovani abbiano la capacità e la decisione per far ciò che noi anziani non siamo stati in grado di realizzare.
A cura di Claudio Gualdi

