Anche conosciuta come sindrome della crocerossina, interessa anche gli uomini e porta a sacrificare se stessi per gli altri.
Il nome “Sindrome di Wendy” (anche nota come sindrome della crocerossina) nasce dalla favola di Peter Pan scritta da J.M. Barrie: Wendy è una bambina di dieci anni che viene adultizzata dalla famiglia e spinta a prendersi cura dei suoi fratelli. Nel corso della storia, Wendy si prende cura anche di Peter Pan, conservando la sua ombra e ricucendola. Inoltre, segue Peter sull’isola che non c’è, diventando la mamma dei bambini sperduti. Wendy non si lamenta mai del ruolo da adulta:
è lei a porsi in quel modo e ciò la rende felice.
Una sindrome che non ha genere
Sebbene questa sindrome riguardi soprattutto le donne, anche gli uomini possono svilupparla. Chi si comporta da crocerossina, mette in atto comportamenti materni, protettivi e di cura, allo scopo di assecondare e gratificare il partner. La tendenza è quella di accudire, sostenere, soddisfare e gratificare l’altro, mettendo spesso i propri bisogni in secondo piano. Si tratta di una forma indiretta di dipendenza, attualmente non presente nel DSM V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). Il prendersi cura dell’altro viene svolto con volontà, consapevolezza e gioia, in quanto il soccorritore si sente spesso gratificato comportandosi in questo modo. I comportamenti tipici messi in atto sono di attenzione, accudimento e protezione finalizzati al benessere dell’altro, generalmente sono rivolti verso il partner, ma possono riguardare anche figli, genitori, amici e potenzialmente qualsiasi altra persona. L’altro diventa oggetto d’amore incondizionato, viene idealizzato, aiutato e soccorso, a discapito anche del proprio benessere.
“Io ti assisterò, tu starai meglio, mi sarai grato e mi amerai”
La credenza alla base di questi comportamenti è che il sacrificio sia indispensabile per ottenere l’amore dell’altro ed evitare l’abbandono, e il tipo di personalità sottostante è spesso di tipo dipendente. Nell’essere utile per l’altro, la crocerossina trova una conferma della sua persona. Solitamente chi sviluppa la sindrome di Wendy è cresciuta in una famiglia in cui erano presenti genitori immaturi o problematici in cui i figli hanno fatto da genitori a loro e a fratelli e sorelle, sviluppando forme di accudimento disfunzionali. Si tratta di persone che da bambine sono state presumibilmente adultizzate prima di aver sviluppato un’adeguata maturità affettiva. Nella vita adulta queste persone ripropongono inconsapevolmente lo stesso atteggiamento relazionale di quando erano piccoli, mettendo da parte loro stesse per dedicarsi completamente all’altro.
L’identikit della crocerossina
L’identità di chi soffre della “Sindrome di Wendy” è caratterizzato da disistima e insistente bisogno del consenso da parte degli altri. Le sue principali caratteristiche sono:
> incessante paura di essere abbandonati o rifiutati;
> timore della solitudine: la sindrome della crocerossina ha molti segni in comune col disturbo dipendente di personalità;
> il sacrificarsi per amore: è presente la convinzione che sia necessario soffrire in amore, come se fosse il normale prezzo da pagare per sconfiggere la solitudine;
> noncuranza dei propri bisogni e interessi;
> incapacità di ascoltarsi e di riconoscere i propri bisogni;
> sostituirsi in tutto e per tutto al partner.
Il soccorritore dà tanto all’altro senza aspettarsi o accettare niente in cambio e può stare male se non vi è un bisogno altrui da soddisfare: in questi momenti sente di valere poco. La sua autostima e il suo valore sono influenzati dall’aiuto che può offrire agli altri.
Esercitare la consapevolezza
Il primo passo per abbandonare questa modalità relazionale è quello di esercitare la consapevolezza: la crocerossina spesso non si rende conto di essere la responsabile della propria sofferenza e per questo difficilmente cercherà in modo autonomo. Le persone che le stanno attorno e le vogliono bene devono svolgere un ruolo importante nell’aiutarla a comprendere il circuito disfunzionale in cui è immersa, ribadendo la propria preoccupazione e cercando di spingerla a chiedere un supporto psicologico, accompagnandola infine nel percorso di consapevolezza. Chiedere aiuto a un professionista significherà innanzitutto ricercare insieme le cause che hanno innescato questa personalità da salvatrice: verrà esplorato il vissuto di vita per capire in che modo si è creata in loro la credenza che l’amore abbia un prezzo e vada guadagnato. Il lavoro continuerà diventando consci che nulla può essere davvero per sempre e che alle separazioni, seppur dolorose, si può sopravvivere. Il professionista lavorerà assieme alla crocerossina sulla costruzione della sua autostima, sul concetto che le gratificazioni nascono soprattutto quando facciamo del bene alla nostra persona.
Con la collaborazione della dott.ssa Michela Gritti
Psicologa clinica Studio professionale AMAE, Casazza (BG)

