Questo disturbo può diventare un problema molto serio. Ecco i consigli del primario.
Il reflusso gastroesofageo è una condizione che interessa un numero crescente di persone, causando sintomi fastidiosi che, se trascurati, possono portare a complicanze. Il dottor Nicola Gaffuri, Responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva presso l’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo, ci spiega questa patologia e fornisce indicazioni su come prevenirla e affrontarla.
Dott. Gaffuri, che cos’è il reflusso gastroesofageo?
Il reflusso gastroesofageo è una condizione che si verifica quando il contenuto dello stomaco risale verso l’esofago. Questo accade quando il cardias, ovvero la valvola che separa lo stomaco dall’esofago, non svolge correttamente la sua funzione di chiusura.
Quali sono i sintomi e le principali cause del reflusso?
I sintomi più comuni del reflusso comprendono una sensazione di bruciore dietro lo sterno, spesso accentuata dopo i pasti, e il rigurgito acido, che può lasciare un sapore amaro in bocca. In alcuni casi si manifestano disturbi alla gola, disfonia, tosse cronica o disfagia, ovvero difficoltà a deglutire. Le cause del reflusso possono essere molteplici e includono fattori anatomici e costituzionali, come il sovrappeso, nonché aspetti legati all’alimentazione, alle variazioni ormonali o all’assunzione di determinati farmaci.
Perché il reflusso gastrico è frequente in gravidanza?
Il reflusso gastrico è un disturbo comune in gravidanza, che si manifesta soprattutto dal secondo trimestre. Questo accade perché l’utero in crescita comprime lo stomaco, favorendo la risalita dei succhi gastrici. Inoltre, il progesterone, rilasciato in grandi quantità, rilassa lo sfintere esofageo, riducendo la sua capacità di trattenere gli acidi gastrici. Ciò provoca sintomi come bruciore, rigurgito acido e talvolta fastidi respiratori, rendendolo un problema frequente per molte donne in dolce attesa.
Qual è il ruolo dell’ alimentazione nella prevenzione del reflusso?
L’alimentazione riveste un ruolo fondamentale sia nella prevenzione, sia nella gestione del reflusso. Alcuni alimenti, come verdure a basso contenuto di acidità, ad esempio zucchine e broccoli, frutti non acidi come banane e meloni, e proteine magre come pollo e pesce, possono aiutare a ridurre i sintomi. Al contrario, è importante evitare alimenti che provocano un’iperproduzione di acido nello stomaco, come pomodori, peperoni, cibi piccanti, speziati e alcuni tipi di frutta, in particolare gli agrumi. Inoltre, cibi che favoriscono il rilassamento del cardias, come cioccolato, caffè, cibi grassi, alcolici e bevande gassate, possono contribuire al reflusso. Va comunque considerato che la risposta agli alimenti può variare da persona a persona.
Come comportarsi ai primi segnali di reflusso?
Quando compaiono i primi sintomi, è utile adottare alcune semplici strategie. Consumare pasti di piccole dimensioni e a intervalli regolari aiuta a ridurre la pressione sullo stomaco. È importante evitare di sdraiarsi subito dopo aver mangiato: meglio aspettare almeno due ore prima di distendersi, anche sul divano. Per chi soffre di sintomi notturni, può essere d’aiuto alzare leggermente la testata del letto, favorendo una posizione che riduce il rischio di risalita degli acidi.
Quali sono i sintomi meno comuni del reflusso?
Oltre ai sintomi classici come bruciore di stomaco e rigurgito acido, il reflusso può manifestarsi con segnali meno evidenti, ma altrettanto significativi. Tra questi, dolori alla testa e alla mandibola, difficoltà nella masticazione e problemi di deglutizione sono stati associati al reflusso in alcuni studi recenti. Altri sintomi atipici includono bruciore alla lingua, dolore al palato, fastidi alle arcate dentarie, mal d’orecchio, sinusite e difficoltà respiratorie simili ai sintomi dell’asma. Questi segnali possono essere confusi con problemi otorinolaringoiatrici e portare a consultare specialisti come l’otorinolaringoiatra, il quale potrebbe consigliare una visita gastroenterologica per confermare una diagnosi
di reflusso.
Che cosa fare se i sintomi peggiorano?
Nel caso in cui i sintomi diventino più intensi o persistenti, è possibile ricorrere a farmaci da banco per proteggere l’esofago e alleviare il disagio. Tuttavia, se queste soluzioni risultano insufficienti, è fondamentale consultare un medico per una valutazione più approfondita. Potrebbe essere indicata una terapia a base di farmaci antiacidi, ma nei casi più complessi è necessario eseguire esami diagnostici specifici. Tra questi, la gastroscopia verifica eventuali lesioni all’esofago, mentre la pH-impedenziometria delle 24 ore misura l’esposizione agli acidi gastrici. Altri esami includono la manometria esofagea, che analizza il funzionamento dello sfintere esofageo, e lo studio radiografico del transito esofageo. Un intervento tempestivo è essen-
ziale per prevenire complicanze come esofagite, ulcere o patologie più gravi.
A cura di Sara Carrara
cpn la collaborazione del Dott. Nicola Gaffuri
Responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva
Humanitas Gavazzeni di Bergamo

