Come riconoscere i segnali d’allarme dell’artrite reumatoide, intervenire tempestivamente e migliorare la qualità della vita.
La Reumatologia è una branca specialistica della Medicina Interna che si occupa delle patologie non chirurgiche del nostro apparato locomotore. Nelle attuali classificazioni si riconoscono oltre 100 malattie reumatiche, ovvero patologie caratterizzate dall’infiammazione di articolazioni, legamenti, tendini, ossa o muscoli e che, in alcuni casi, possono coinvolgere anche altri organi. Tra queste, circa 20 sono classificate tra i cosiddetti Reumatismi infiammatori cronici, patologie che per la loro potenziale aggressività richiedono una valutazione specialistica precoce e tempestiva. Ne abbiamo parlato con il dott. Massimiliano Limonta, Responsabile dell’Unità di Reumatologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
Dott. Limonta, qual è la malattia reumatica a carattere infiammatorio più diffusa in Italia? E quali sono i campanelli d’allarme?
Il prototipo dei Reumatismi infiammatori cronici è l’artrite reumatoide, che in Italia colpisce intorno allo 0,4/0,5% della popolazione, corrispondente a circa 400.000 persone. Questa patologia a carattere erosivo e progressivo, se non diagnosticata e curata precocemente, può portare alla perdita di funzionalità di tutte le articolazioni provviste di membrana sinoviale (piccole articolazioni di mani e piedi, grosse articolazioni quali caviglie, ginocchia, anche, polsi, gomiti, spalle), determinando una disabilità permanente nel giro di poco tempo (2-3 anni). Diverso, invece, il decorso dell’artrosi, patologia osteodegenerativa molto più a lenta progressione, legata anche a fattori anagrafici, occupazionali e al sovrappeso. Per quanto riguarda i segnali d’allarme dei Reumatismi Infiammatori cronici, i principali includono:
> infiammazione articolare: una o più articolazioni si gonfiano, diventano calde, dolenti, arrossate, con limitazione del movimento. L’infiammazione articolare può interessare sia singole articolazioni (monoartrite) sia più articolazioni (poliartrite), come nel caso dell’artrite reumatoide;
> tipo di esordio: nell’artrite reumatoide l’esordio di malattia è generalmente simmetrico (colpisce entrambe le parti del corpo) iniziando dalle piccole articolazioni di mani (metacarpofalangee e interfalangee prossimali) e piedi (metatarsofalangee e interfalangee prossimali) per poi interessare le altre articolazioni (polsi, gomiti, spalle, caviglie, ginocchia, anche);
> rigidità mattutina (morning stiffness): la cosiddetta “rigidità articolare” che, nel caso delle artriti, si presenta maggiormente al risveglio e migliora nel corso della giornata – a differenza dell’artrosi.
È importante recarsi dal proprio medico entro 3 o 4 settimane dall’esordio dei sintomi, per evitarne il peggioramento e per consentirne una diagnosi precoce.
In che modo la diagnosi precoce può fare la differenza?
La diagnosi precoce è fondamentale. Strumenti come esami ematici, ecografia articolare, risonanza magnetica e test di laboratorio consentono, unitamente all’esame clinico del paziente di fare diagnosi precoci e di intervenire con trattamenti farmacologici adeguati nei primi 3-6 mesi dall’esordio dei sintomi. Nel caso della diagnosi di artrite reumatoide, esistono due termini importanti:
> ERA (Early Rheumatoid Arthritis) che indica una diagnosi entro sei mesi dall’esordio dei primi sintomi;
> VERA (Very Early Rheumatoid Arthritis) che indica una diagnosi entro tre mesi.
Intervenire entro queste tempistiche è fondamentale perché il sistema immunitario è più responsivo ai diversi trattamenti farmacologici oggi in uso e i pazienti possono raggiungere la remissione di malattia (ovvero l’assenza di segni e sintomi artritici) in circa il 50-60% dei casi. Se la diagnosi viene fatta, invece, più tardivamente, è possibile recuperare, ma con risultati meno brillanti.
Qual è il trattamento per gestire al meglio il dolore e migliorare la qualità della vita dei pazienti?
Il trattamento è multifattoriale e si basa sull’utilizzo sia dei cosiddetti farmaci di fondo (DMARDs) che servono per tenere sotto controllo la malattia (agiscono sui meccanismi alla base dei Reumatismi infiammatori cronici), sia sull’utilizzo di farmaci antinfiammatori (soprattutto nelle fasi inziali di malattia, in attesa che le terapie di fondo raggiungano il loro effetto) necessari per il controllo dei sintomi (dolore e limitazione funzionale). Altrettanto importante è l’aspetto riabilitativo con programmi di recupero personalizzati. È fondamentale, infine, evitare l’immobilità e favorire il movimento, adattandolo alle diverse condizioni cliniche del paziente.
Quali sono i principali progressi nella ricerca e nelle terapie fatti negli ultimi anni?
Negli ultimi 25-30 anni, i progressi sono stati epocali. Fino agli anni ‘90 si utilizzavano terapie ormai obsolete, come i sali d’oro. Poi con l’utilizzo del methotrexate (ancora oggi utilizzato con successo in una elevata percentuale di pazienti) si sono ottenuti ottimi risultati di efficacia. Dal 1996 sono stati introdotti farmaci ancora più efficaci, i cosiddetti farmaci modificatori di risposta biologica (i.e. “biologici”). Un tempo i pazienti diventavano disabili e necessitavano di interventi protesici; oggi, invece, questi farmaci ottenuti con tecnologie di bioingegneria, hanno ridotto drasticamente l’insorgenza di disabilità motorie e la necessità di protesi articolari consentendo il recupero funzionale completo a questi pazienti.
Quanto è importante l’approccio personalizzato e quali sono le opzioni per i pazienti?
Attualmente, per il trattamento delle malattie reumatiche, si può parlare di medicina di precisione in quanto attraverso marcatori di laboratorio (es. fattore reumatoide, anticorpi anti-citrullina) ed esami istologici (es. biopsia delle membrane sinoviali) si può arrivare a trattamenti sempre più personalizzati. La ricerca sta lavorando su strumenti predittivi che consentano di identificare subito quale possa essere il trattamento più efficace per ogni singolo
paziente.
A cura di Ivana Galessi
con la collaborazione del Dott. Massimiliano Limonta
Responsabile dell’Unità di Reumatologia
ASST Papa Giovanni XXIII

