Oggi è possibile curarla grazie ai nuovi farmaci, a condizione però che venga riconosciuta tempestivamente.
L’infezione da virus C dell’epatite (HCV) è una delle maggiori cause di malattia cronica di fegato nel mondo ed è responsabile di una larga parte dei decessi fegato-correlati, soprattutto per epatocarcinoma e complicanze della cirrosi. Si stima che circa 70 milioni di persone nel mondo siano affette da questa infezione. Nel nostro Paese si ipotizza che i pazienti portatori cronici del virus HCV possano essere tre 750.000 e un milione anche se va detto che mancano studi epidemiologici accurati. Analogamente le persone affette da epatite C in Lombardia dovrebbero essere circa 150.000, molte delle quali inconsapevoli dell’infezione o mai indirizzate a un centro di cura.

Una patologia subdola

Nella sua fase acuta, l’infezione può dare sintomi quali inappetenza, malessere e ittero. Spesso, tuttavia, è asintomatica, il che la rende una patologia subdola: il suo cronicizzarsi può portare, in tempi variabili da 10 anni a oltre 30 anni, a cirrosi, insufficienza epatica e tumori del fegato. Un aspetto importante dell’epatite C è rappresentato dal ruolo svolto dai cosiddetti “cofattori” di danno, quelli che potremmo definire dei “cattivi compagni di viaggio”: il consumo di alcol (anche in piccole dosi), l’obesità, la presenza di diabete, la coesistenza di altre infezioni/malattie epatiche, il sesso maschile e l’età al momento dell’infezione, rappresentano fattori che modificano grandemente l’evolutività verso la cirrosi.

Chi è più a rischio

L’epatite C si trasmette generalmente attraverso il contatto con il sangue o altri fluidi corporei di una persona infetta. Particolarmente a rischio sono:
> persone emotrasfuse o sottoposte a interventi chirurgici prima degli anni Novanta;
> persone sottoposte a procedure odontoiatriche o estetiche (tatuaggi) a basso standard di sterilizzazione;
> personale sanitario;
> familiari e partner sessuali di persone con HBV (epatite B) o HCV;
> persone che usano, o hanno usato, sostanze stupefacenti per via iniettiva o inalatoria;
> emodializzati ed emofiliaci che abbiano ricevuto emoderivati prima degli anni Novanta;
> persone che abbiano avuto rapporti sessuali occasionali e a elevata promiscuità;
> immigrati provenienti da aree a maggior rischio di infezione da HCV (Egitto, Pakistan, Afghanistan, Medio Oriente);
> bambini nati da madri con infezione da HBV o HCV;
> persone con infezione da HIV o HBV.

Per la diagnosi basta un esame del sangue

La diagnosi dell’epatite C si basa sugli esami sierologici. Un semplice prelievo di sangue consente la ricerca degli anticorpi (anti HCV): in caso di positività, è necessario eseguire un test di conferma, l’HCV-RNA e la tipizzazione genomica del virus. Va considerato che anti HCV resterà positivo sostanzialmente per sempre dopo aver acquisito l’infezione, anche in caso di guarigione spontanea o dopo terapia eradicante. L’anti HCV infatti è solo una “memoria” di infezione e non è un anticorpo protettivo: questo significa che è sempre possibile reinfettarsi con HCV anche dopo aver curato l’infezione, qualora ci si esponesse agli stessi fattori di rischio.

Screening gratuito per chi è nato tra il 1969 e il 1989
Oggi in Lombardia è attiva una campagna di screening di massa, che rientra nel Programma per l’Attuazione del Piano di Eliminazione del Virus dell’epatite C promosso da Regione Lombardia. La campagna è rivolta a tutti i nati tra il 1969 e il 1989 che non abbiano mai assunto i farmaci orali contro l’epatite C: a queste persone viene offerta la possibilità di accedere gratuitamente allo screening in concomitanza con l’effettuazione di analisi del sangue o di ricoveri ospedalieri

Cure efficaci con i nuovi farmaci antivirali

Anche se non esiste un vaccino per l’epatite C, dal 2015 sono disponibili farmaci antivirali in grado di curare efficacemente l’infezione. Somministrati per via orale per 8-12 settimane, portano alla guarigione in circa il 95-98% dei casi, senza effetti collaterali. In particolare, delle circa 150.000 persone che verosimilmente presentano l’infezione da HCV in Lombardia, oltre 50.000 sono già state trattate con successo con i nuovi farmaci. Ancora oggi, però, molti casi rimangono non diagnosticati. Si è stimato che, prima dell’arrivo dei nuovi trattamenti per HCV, in Italia morisse una persona ogni 30 minuti per le conseguenze di questa patologia. Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità, grazie alle nuove terapie, ha posto tra i suoi obiettivi l’eradicazione dell’epatite C a livello globale entro il 2030. L’Italia era ben avviata in tale percorso e riuscire a re-incrementare i nuovi trattamenti dopo la flessione dovuta alla pandemia SARS-COV2 diventa importante per centrare l’obiettivo. Per questo motivo, la diagnosi precoce resta fondamentale per poter avviare il paziente al percorso di cura prima che la malattia abbia impattato la qualità della vita e contribuito alla diffusione dell’infezione. Poiché in molti casi la persona affetta non è consapevole dell’infezione è fondamentale che quante più persone possibili aderiscano alla campagna di screening per HCV. 

I costi della malattia
L’ epatite C (unitamente alla epatite HBV) rappresenta un rilevante problema di sanità pubblica, oltre che per la frequenza, per l’alta percentuale di casi clinicamente non manifesti che rappresentano una importante fonte di contagio, per il rilevante impatto sociale dell’infezione a causa degli innegabili danni psicologici e alla vita di relazione, cui molti pazienti vanno incontro e, non da ultimo, per il significativo peso economico della malattia. I costi, sia diretti, relativi al trattamento della malattia, sia indiretti, legati alla perdita di produttività e alla morte prematura delle persone infettate, aumentano esponenzialmente in relazione al progressivo aggravamento della stessa. 

A cura del
Prof. Stefano Fagiuoli
Professore ordinario
di Gastroenterologia all’Università di Milano-Bicocca e Direttore Dipartimento di medicina e dell’Unità di Gastroenterologia 1 epatologia e trapiantologia
ASST Papa Giovanni XXIII Bergamo

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