Dopo mesi di lockdown totale o parziale, “chiusure” in casa per proteggersi dalla pandemia, ora sembra davvero arrivato il momento in cui si può ricominciare a vivere un po’ di normalità. Per alcuni significa tornare in ufficio dopo un lungo periodo smartworking, per tutti poter uscire a cena o per un aperitivo, rivedere amici e parenti e dedicarsi di nuovo a una vita sociale e di relazioni non più “virtuali”. Ma se nella maggior parte dei casi questa “novità” è accolta con un senso di liberazione, per alcune persone prevale il timore e l’ansia di uscire dalla propria abitazione, considerata finora il “rifugio” per eccellenza. È la sindrome della capanna, anche detta del prigioniero. «Alcune persone dopo un lungo isolamento obbligato si chiudono al mondo esterno e le mura della casa diventano l’estensione delle proprie angosce. Non si tratta di un disturbo mentale, ma si collega a un lungo periodo di ritiro forzato (a volte anche connesso ad una malattia)» dice la dottoressa Claudia Maggio, psicologa e psicoterapeuta. «Di solito rimaniamo “sigillati” in casa per questioni legate alla nostra salute o a quella di un proprio caro, per gravi questioni climatiche o comunque per situazioni temporanee di qualche ora o al massimo di qualche giorno. L’isolamento domiciliare diventa allora il luogo per la nostra tutela, che ci assicura da situazioni a rischio. Se però il periodo di “clausura domiciliare” si prolunga per molto più tempo, ritornare alla normalità, dopo una privazione sociale che ci ha colpiti in molteplici contesti potrebbe non sempre rappresentare un momento liberatorio, ma sviluppare vissuti di angoscia e paura. Il desiderio di non uscire, anche quando non vi è più alcuna minaccia esterna effettiva, è un’inversione di marcia che costituisce un rischio per la sopravvivenza».

Dottoressa Maggio, come è possibile che dopo un isolamento obbligato diventi così difficile rientrare alla normalità?
Di solito la lunga attesa che ci separa da ciò che prima rappresentava la quotidianità veicola un desiderio del poter essere e agire “come prima”, ma non sempre è così. Innanzitutto, l’isolamento forzato è connesso al concetto di rischio. La segregazione imposta mette poi in discussione o meglio rivoluziona alcuni principi che fanno parte della nostra cultura e società, come l’immagine di una collettività che crea e offre legami di forza e di potere, rispetto allo stare da soli. Bisogna anche aggiungere che l’era dei social ha sviluppato modalità comunicative alternative alla relazione diretta, aumentando il senso di isolamento. Inoltre, la reclusione porta a una nuova organizzazione dei nostri tempi di vita a cui finiamo con abituarci, mentre il mondo esterno diventa sempre più anonimo; i ritmi della nostra esistenza spesso frenetici possono subire un brusco rallentamento, ma anche quel che c’è fuori o come lo immaginavamo non ha più le stesse “forme”. Tutto questo crea smarrimento all’idea di riavviare un contatto con l’esterno. Alcune persone poi (spesso più fragili dal punto di vista psicologico) trovano conferma di come esistano alternative di vita, in cui l’estraniamento e il non mettersi in gioco come soggetti relazionali evita di mettere a rischio la propria salute mentale e fisica. Purtroppo queste garanzie sono fallaci e mentre il mondo esterno diventa un fantasma agli occhi di chi vive questa sindrome, si disintegra contemporaneamente anche la loro identità.

Secondo un’indagine Uil, la metà dei dipendenti - ma la percentuale sale all’80% tra bancari e assicurativi - non vuole assolutamente rientrare in ufficio, dopo i mesi di smartworking

Quali sono i sintomi che possono presentarsi?
Queste persone usano la propria abitazione come strumento contro attacchi alle proprie paure e ciò tramuta un luogo protettivo in una prigionia! L’ambiente esterno viene annullato e sostituito con dei confini definiti e strutturati che rappresentano simbolicamente i recinti di ciò che non si vuole più affrontare. La nostra casa si converte in una pericolosa segregazione dalla quale il nostro pensiero e il nostro assetto emotivo non possono più fare a meno. Questo malessere psicologico si potrebbe, quindi, associare ad apatia, episodi di irritabilità, tristezza, paura, angoscia, frustrazione ed impotenza, noia, sensazione di spossatezza, difficoltà ad alzarsi al mattino, modificazioni della condotta alimentare, presenza di sintomi psicosomatici, diminuzione della motivazione e senso impotenza, vissuti di estraneità verso la società e diffidenza verso gli altri, difficoltà di concentrazione e scarsa memoria.

Quali sono i rischi?
Pur trattandosi di una condizione di natura transitoria, di fronte ad una continuità temporale della situazione, si possono sviluppare veri e propri disagi psicologici come depressione, ansia e attacchi di panico, disturbi dell’adattamento, insonnia e altre alterazioni croniche su base psicosomatica.

Cosa fare allora?
Riprendere a piccole dosi le azioni semplici legate alla vita di tutti i giorni, diminuire l’uso di dispositivi tecnologici a favore di incontri in presenza, non lasciare tempi morti troppo estesi durante il giorno (organizzare sempre qualche piccola attività), aumentare l’esercizio fisico e se il malessere persiste cercare l’aiuto di un professionista, soprattutto se alcuni elementi come ansie e fobie erano antecedenti al periodo di isolamento. 

A cura di Elena Buonanno
con la collaborazione della Dott.ssa Claudia Maggio
Psicologa e Psicoterapeuta Responsabile scientifica Gruppo IN

 

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