«In quest’ultimo anno della Pandemia da Covid 19 sono state progressivamente messe a punto una serie di misure terapeutiche in grado di ostacolare sia l’attecchimento sia la progressione patologica svolta dal virus contro il nostro organismo. Trovandosi dinnanzi a una malattia di fatto sconosciuta è stato naturale che le misure terapeutiche nei suoi confronti si siano evolute parallelamente alle conoscenze scientifiche che man mano sono state acquisite con l’esperienza. In questo senso le ricerche si sono indirizzate su quattro linee generali, ovvero quella dei farmaci antivirali, quella dei farmaci idonei a limitare i danni collaterali riscontrati nei pazienti infettati (ad esempio gli anticoagulanti come le eparine a basso peso molecolare), quella dei vaccini e quella degli anticorpi monoclonali». Chi parla è il professor Massimo Valverde, endocrinologo, tossicologo e farmacologo.

Gli anticorpi monoclonali, in particolare, al momento sono i farmaci (escluso il vaccino) su cui maggiormente si stanno concentrando le ricerche scientifiche, anche italiane, perché considerati ad oggi i più promettenti per ridurre gli effetti collaterali e quindi anche la mortalità dei pazienti già colpiti dal Covid. «In termini grossolanamente semplici possiamo dire che quest’ultima “nidiata” di anticorpi monoclonali destinati ad agire contro il Covid (e, nello specifico, il Bamlanivimab e l’Etesevimab, ovvero l’associazione Bamlanivimab-Etesevimab e il Casirivimab ed l’Imdevimab, ovvero l’associazione Casirivimab-Imdevimab, ove tutti e quattro questi anticorpi monoclonali di tipo IgG1 di derivazione completamente umana sono attualmente autorizzati per l’uso in Italia da AIFA) discendono idealmente da altri farmaci da tempo noti come le immunoglobuline (gammaglobuline) impiegate ad esempio nella profilassi del tetano. In effetti tutti questi farmaci apportano “truppe fresche” all’organismo infettato, ovvero immunoglobuline già “pronte all’uso” in grado di contrastare l’infezione in attesa che il sistema immunitario del paziente riesca a sua volta di produrne di simili» spiega il professor Valverde.

Ma perché si chiamano monoclonali? «Il termine “monoclonale” deriva dal fatto che questi anticorpi vengono estratti come prodotto della coltura di una singola cellula immunitaria umana che, dopo essere entrata in contatto con il virus, ha “imparato” a produrre uno e un solo anticorpo specifico. Per questo, con apposite procedure, prima di laboratorio e in seguito industriali, questa cellula iniziale viene spinta a riprodursi all’infinito, clonandosi per l’appunto sempre uguale a se stessa e quindi producendo sempre lo stesso tipo di singolo anticorpo specifico. Apparentemente questo processo potrebbe sembrare abbastanza semplice, ma in effetti la procedura per giungere a questo risultato è stata assolutamente lunga e complessa, sin dal suo avvio che vide il noto “plasma iperimmune”, estratto dal sangue dei pazienti che erano stati infettati dal Covid e poi guariti e per i quali era stato facile immaginare che il loro sistema immunitario, spinto dalla necessità, avesse prodotto una miscela di anticorpi specifici per il Covid. Questo “plasma iperimmune” è stato il primo rimedio immunologico impiegato clinicamente seppur con alterne fortune».

Il lavoro che ne è seguito ha portato innanzitutto al riconoscimento di tutti gli anticorpi contenuti nel “plasma iperimmune” e in seguito alla loro selezione fino a arrivare ad isolare quello (o quelli) che hanno mostrato la massima efficacia nei confronti del virus. «A quel punto è stato relativamente semplice, utilizzando le oramai affermate tecniche di ingegneria genetica, inserire nel DNA di una miriade di cellule immunitarie umane la sequenza proteica dell’anticorpo prescelto e indurre queste cellule così ingegnerizzate a produrre sempre e solo questo anticorpo all’infinito e in quantità clinicamente utili» continua lo specialista.

Il vantaggio degli anticorpi monoclonali è che si tratta di una terapia molto specifica, costruita ad hoc attorno al virus SARS-CoV-2, con buone percentuali di successo. Di contro, va detto che per essere efficace l’infezione da Covid 19 deve essere di recente insorgenza. «In base alle ultime indicazioni del Ministero della Salute e dell’AIFA, Bamlanivimab e Etesevimab in associazione, per solo ed esclusivo uso in ambiente ospedaliero secondo protocolli ben precisi e comunque in continuo aggiornamento, sono indicati per il trattamento della malattia da Covid 19 lieve o moderata negli adulti e adolescenti di età pari o superiore a 12 anni che non necessitano di ossigenoterapia supplementare per Covid 19 e che sono ad alto rischio di progressione a Covid 19 severa. Si considerano ad alto rischio pazienti affetti da: obesità, insufficienza renale che richiede dialisi, diabete non controllato, immunodeficienze, malattia cardio-cerebrovascolare (inclusa ipertensione con concomitante danno d’organo) associata ad età superiore a 55 anni, broncopneumopatia cronica ostruttiva e/o altra malattia respiratoria cronica, malattie cardiache congenite o acquisite, anemia. Nessun beneficio clinico è stato invece osservato con l’associazione Bamlanivimab ed Etesevimab nei pazienti ospedalizzati da diversi giorni per Covid 19» conclude il professor Valverde. 

A cura di viola compostella
con la collaborazione del Prof. Massimo Valverde
Specialista in Patologia della Riproduzione Umana, Endocrinologia, Farmacologia e Tossicologia
Direttore Sanitario Centro Medico MR Bergamo

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