Intelligenza emotiva. La soft skill per essere felici nella vita e nel lavoro

intelligenza emotiva


La capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di saper gestire le emozioni in modo efficace e interagire in modo costruttivo con gli altri”. Così lo psicologo americano Daniel Goleman, padre della teoria della Emotional Intelligence, definisce l’intelligenza emotiva, una qualità sempre più centrale nella società di oggi, non solo nella vita personale e di relazioni ma anche in ambito lavorativo. Non a caso, è stata inserita dal World Economic Forum tra le prime 10 competenze (skill) richieste dagli imprenditori. Ma di cosa si tratta? Quali vantaggi offre? Come svilupparla? Ne parliamo con Marco Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta.

Dottor Ghezzi, cosa s’intende per intelligenza emotiva?
Per parlare di intelligenza emotiva possiamo partire dagli emoticon. Al giorno d’oggi ne facciamo grande uso sui social. Usiamo il pollicione verso l’alto per comunicare che siamo d’accordo con un’affermazione, il sorriso quando siamo contenti, l’occhiolino per annuire o per “simpaticamente addolcire” una frase ben delineata che però potrebbe apparire troppo netta tanto da ferire la sensibilità dell’interlocutore. Gli emoticon ci permettono di aggiungere, nella comunicazione scritta, quelle sfumature che nel rapporto diretto sono comunicate spontaneamente attraverso il corpo. Ed è il linguaggio non verbale quello che trasferisce la maggior parte del contenuto della comunicazione. Essere consapevoli di ciò che il nostro corpo sente e comunica al di là del verbale è un aspetto dell’intelligenza emotiva. Così come lo è leggere e interpretare correttamente i segnali del corpo dell’interlocutore. Facciamo un esempio: è esperienza comune quella di incontrare persone con cui non c’è feeling e, pur cercando di mantenersi spigliati nel dialogo verbale, si conferma vicendevolmente il disagio nell’incontro: è il corpo che parla per noi e il corpo registra come più attendibile la comunicazione non verbale di quella verbale. “Ma perché non succede con tutti?”, Perchè solo con alcune persone?”. Ecco, queste domande, per esempio, sorgono spontaneamente nella testa di chi ragiona emotivamente: “parlare con Giovanni mi ha reso sereno. Chissà come mai?”, “Che nome dare all’emozione che mi dà incontrare Rosamunda?”, “Come mai quella battuta ha innervosito Tiziano?”. Domande e riflessioni che nascono dai segnali del corpo e vengono percepiti ed elaborati per il loro significato emotivo.

Perché può rivelarsi una forma di intelligenza preziosa in diversi campi della vita?
Perché ha valore per sé, per conoscersi in maniera intima e profonda, e si rivela anche indispensabile per avere delle relazioni appaganti e significative con gli altri. Questo lavoro di consapevolezza, mai finito, consente di apprendere a entrare in empatia con gli altri, cercare di leggerne gli stati d’animo, dandoci quelle informazioni emotive essenziali per decidere, in modo quasi istintivo, come comportarci (e questo è importante sia nella vita affettiva e personale sia in ambito lavorativo). Ci sono persone che non riescono (certamente perché non l’hanno appreso) a svolgere questo compito e quindi si concentrano più facilmente sul significato razionale del discorso. Sono spesso apprezzate sul lavoro perché considerate persone precise e affidabili. Nei rapporti affettivi, invece, fanno enorme fatica. Oltretutto, proprio perché percepiscono che c’è qualcosa che non va, spesso tendono a mascherare queste difficoltà e imparano a “far finta” di sentire, amare, provare emozioni, voler bene e via dicendo. È come se mancasse la capacità di percepire, riconoscere e maneggiare tonalità emotive sfumate, come se fosse solo bianco o nero. Vivere l’emotività è spesso sentita da queste persone come disturbante, incontrollabile, pericolosa o anche sintomo di debolezza e quindi da tenere a distanza. L’emotività è poi parente stretta dell’affettività, cioè il voler bene e il voler male. E se non sai fare i conti con l’emotività, sarà difficile che tu possa realmente amare qualcuno al di là di te stesso.

LE 5 CARATTERISTICHE PER RICONOSCERLA
1. Consapevolezza di sé: capacità di riconoscere il proprio stato emotivo, le proprie emozioni, le proprie capacità, punti deboli e forti.
2. Autocontrollo: capacità di dominare le proprie emozioni, anche quelle più forti o negative, imparando ad incanalarle in modo che possano trasformarsi in qualcosa di costruttivo.
3. Motivazione: capacità di spronare se stessi al raggiungimento degli obiettivi che ci si pone.
4. Empatia: capacità di percepire e riconoscere i sentimenti degli altri, di ascoltarli, cercando di vedere le cose anche dal loro punto di vista, non solo dal proprio.
5. Abilità sociali: capacità di gestire le relazioni, e anche eventuali conflitti o tensioni, in modo efficace.

Ma si può “allenare” questo tipo di intelligenza?
Quando parliamo di intelligenza emotiva, parliamo di una competenza geneticamente strutturata dell’essere umano, una disposizione spontanea e universale. Gli studi sui neuroni specchio, tra gli ultimi, ne hanno dato una conferma definitiva. L’uomo entra in sintonia con il suo simile: si commuove se l’altro si commuove, prova compassione se l’altro prova dolore; è naturale. Perciò la risposta è sì. E l’allenamento comincia dalla capacità di ascoltare se stessi e chi si ha davanti, imparando a cogliere le emozioni, nel caso dell’altro, cercando di mettersi “nei suoi panni”. Anche in psicoterapia spesso si parte proprio da un lavoro che abitui e consolidi l’attitudine all’ascolto, di sé e dell’altro, e per molti è difficile seppur, quando accade, possa risultare molto appagante e per certi versi liberatorio. Come se fosse un mondo rimasto sepolto e, finalmente, portato alla luce, rivelasse una ricchezza e una limpidezza che non si sarebbe mai immaginata prima. 1404.jpg

A cura di Elena Buonanno
con la collaborazione del dottor Marco Ghezzi
Psicologo e Psicoterapeuta, Practitioner Emdr, Mental coach per atleti e imprenditori
A Bergamo