Povertà sanitaria

povertà sanitaria

 

 


Mezzo milione di italiani nel 2018  ha rinunciato a cure e farmaci. È solo uno dei dati allarmanti diffusi dal “Rapporto 2018 - Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci”, promosso dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus.
Oltre mezzo milione di italiani (539 mila) nel 2018 non si è potuto permettere le cure mediche e i farmaci di cui avrebbe avuto bisogno. Si tratta mediamente del 10,7% dei poveri assoluti italiani. In generale, anche quest’anno più di 13 milioni di persone hanno limitato le spese per visite e accertamenti. A rivelarlo è il “Rapporto 2018 - Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci”, realizzato dall’Osservatorio donazione farmaci (organo scientifico della Fondazione Banco Farmaceutico onlus). Ma cosa s’intende innanzitutto con povertà sanitaria? Come si legge nel Rapporto: “con “povertà sanitaria” s’intende identificare le conseguenze della scarsità di reddito sull’accesso a quella parte delle cure sanitarie che restano a carico degli indigenti a causa del mancato intervento del SSN, come accade per l’acquisto dei farmaci da banco e per la compartecipazione alla spesa sanitaria mediante il pagamento dei ticket”.

«Sono davvero troppe le persone che non hanno un reddito sufficiente a permettersi il minimo indispensabile per sopravvivere» afferma Sergio Daniotti, Presidente della Fondazione Banco Farmaceutico onlus. «I dati pubblicati quest’anno nel Rapporto sulla povertà sanitaria dimostrano che il fenomeno si è sostanzialmente consolidato nel tempo e che, prevedibilmente, non è destinato a diminuire sensibilmente nei prossimi anni. Siamo anche convinti che il nostro Paese sia caratterizzato da una cultura del dono che si esprime in maniera particolarmente visibile durante la Giornata di raccolta del farmaco, quando centinaia di migliaia di cittadini donano un medicinale a chi è più sfortunato. La strada per cambiare le cose è che quella cultura si diffonda sempre più anche tra le istituzioni e le aziende farmaceutiche e che queste ultime inizino a contemplare la donazione non più come un’eccezione, ma come parte del proprio modello di sviluppo imprenditoriale destinato al bene di tutta la comunità».

Le donazioni di farmaci, minori ma di maggior valore
L’andamento delle donazioni di farmaci nel 2018 ha subito un nuovo rallentamento: mentre il contributo della Giornata di Raccolta del Farmaco, dopo il calo del periodo 2014-2016, ha toccato il massimo storico (quasi 377 mila confezioni raccolte e donate) e il Recupero Farmaci Validi ha continuato a crescere (con un trend che a fine anno potrebbe essere del +11,2%), è proseguito invece il calo delle donazioni aziendali (oltre 100 mila in meno rispetto al 1° semestre 2017), di cui circa il 25% sono andate a beneficio di enti impegnati in Paesi segnati da guerre e carestie. Razionalizzazione della produzione e mancata corrispondenza tra offerta aziendale e domanda degli enti spiegano le difficoltà. Aumenta però il valore del donato: 3,5 milioni di euro il controvalore dei farmaci donati nei primi sei mesi dell’anno: 500 mila euro in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (quando erano 100 mila in più dell’anno precedente). In media, ogni confezione vale circa 14 euro, superando di 5 - 6 euro il valore medio dei farmaci da banco (compreso tra gli 8 e i 9 euro). Per quanto riguarda la Giornata di Raccolta del Farmaco, la Lombardia si conferma al vertice della raccolta (110 mila confezioni), seguita dal Piemonte (47 mila), mentre le tipologie di farmaci più richiesti e donati sono stati quelli per il sistema nervoso (32%), l’apparato muscolo-scheletrico (16%), il tratto alimentare e metabolico (13,4%), l’apparato respiratorio (8,7%), le patologie dermatologiche (6,3%). I farmaci raccolti hanno permesso di sostenere 1.768 enti caritativi (per i quali hanno rappresentato il 37,9% del fabbisogno totale), aiutando 539 mila persone.

Il Rapporto 2018 dedica un’ampia sezione alla riflessione sul presente e il futuro del nostro modello sanitario, ricordando anche la necessità di non retrocedere sul terreno del diritto alla salute per i più fragili e per i poveri. Grazie a una serie di autorevoli contributi, vengono inoltre segnalati i principali nodi da affrontare, tra cui la revisione dei farmaci rimborsati; i pregi e limiti della sanità integrativa; il problema dell’invecchiamento della popolazione etc.. Ecco alcuni dei punti più significativi.

Prosegue, nonostante la ripresa economica, la crescita della povertà. Quella assoluta riguarda ormai il 6,9% delle famiglie (+0,5%), portando il numero di individui in povertà oltre i 5 milioni. La povertà relativa, che indica in modo più ampio le diseguaglianze calcolate in termini di consumi, giunge al picco record del 12,3% di famiglie (+1,5% rispetto al precedente record del 2012, all’apice della crisi).

In Italia ogni persona spende in media 703 euro all’anno per curarsi (+8 euro rispetto all’anno precedente), ma per le persone indigenti questa spesa scende a 117 euro (con un aggravio di 11 euro in più rispetto all’anno precedente).

Gli stranieri si confermano i più in difficoltà. Spendono meno per curarsi in generale (252 euro all’anno, 21 in meno del 2017). Nel complesso, ogni cittadino non italiano spende poco più di 273 euro, ben 67 euro in più rispetto all’anno precedente, mentre tra gli stranieri poveri la spesa resta bassa con un aumento di oltre il 10% (75,7 euro rispetto ai 68 dell’anno scorso).

Il budget investito in salute sul totale dei consumi familiari resta invariato a livello di media generale (4,45%), ma è leggermente in crescita tra i poveri (2,54% rispetto al 2,4%). Ciò significa che oltre a dover limitare la spesa sanitaria in termini relativi, hanno dovuto sostenere spese aggiuntive.

L’investimento medio in farmaci supera il 41% del totale della spesa in salute: è in aumento dell’1% punto rispetto all’anno scorso. Ma per i poveri la percentuale sale al 61,1%.

Anche quest’anno oltre 13 milioni di persone hanno limitato le spese per visite e accertamenti. In particolare, nel triennio 2014-16 la percentuale di italiani, tra le famiglie non povere, che ha limitato il numero di visite e accertamenti è passato dal 24% al 20%. La quota, invece, è aumentata tra le famiglie povere, passando dal 43,4% al 44,6%.

Una parte di questa difficoltà di cura è legata alla spesa farmaceutica: torna infatti a crescere, sfiorando il record storico, la quota di spesa per assistenza farmaceutica a carico delle famiglie (40,6% rispetto al 37,3% dell’anno precedente). Il tutto, naturalmente, al netto di spinte di tipo consumistico che contribuiscono in modo non secondario alla crescita della spesa out of pocket (cioè privata) in sanità.

Poca prevenzione, soprattutto per la salute di denti e bocca
Per le famiglie povere le spese sfiorano i 23 euro al mese, corrispondenti a 1/5 delle spese per servizi sanitari sostenute dalle famiglie italiane (112 euro). La spesa principale è destinata ai medicinali (12,30 euro, pari al 54% del totale) come avviene anche per il resto delle famiglie italiane, che però destinano a questa voce solo il 40% della spesa sanitaria a loro carico, investendo maggiormente nella prevenzione. Sintomatiche sono, a questo proposito, le spese particolarmente ridotte da parte dei poveri per i servizi odontoiatrici (2,35 contro 24,83 euro dei non poveri), con effetti molto penalizzanti su questa componente della salute; non a caso, la cattiva condizione del cavo orale è diventato un indicatore dello stato di povertà (economica e culturale). Assillate da spese più urgenti perché non rinviabili, le famiglie povere destinano alla salute solo il 2,54% della loro spesa totale, a fronte del corrispondente 4,49% delle famiglie non povere.

a cura diELENA BUONANNO