Mamma… ho fatto la pipì a letto!

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L'enuresi, o pipì a letto (cioè la perdita di urine involontaria e completa durante il sonno), è un fenomeno molto comune durante l'infanzia. Sotto i sei-sette anni, in genere, non rappresenta un problema. Se però continua anche dopo questa età, come succede in circa il 10-15% dei bambini, può essere affrontato in modo efficace ma sempre nel rispetto delle esigenze del bambino e non dei genitori. «La pipì a letto può essere considerato un "problema" solo dopo i sei-sette anni, quando cioè il controllo vescicale è normalmente raggiunto» sottolinea il dottor Mario Leo Brena, specialista in chirurgia pediatrica che si occupa prevalentemente di patologie e malformazioni dell'apparato urinario. «In Italia circa 1 milione di bambini tra i 6 e 14 anni soffrono di questo disturbo, con una prevalenza che varia naturalmente con l'età».

Dottor Brena, ma cosa c'è alla base di questo problema?
Innanzitutto sembra esistere una familiarità. Il rischio di avere un figlio enuretico è del 77% se entrambi i genitori lo sono stati, del 44% se uno solo dei due lo è stato. Il fatto che dopo i 15 anni d'età l'enuresi scompaia nella maggior parte dei casi, fa ipotizzare che il problema possa rifarsi a un ritardo di maturazione della vescica e nell'acquisizione della funzione di controllo notturno. Fino a poco tempo fa si riteneva importante l'associazione dell'enuresi con l'inappropriata secrezione dell'ormone antidiuretico, ma di recente questa correlazione è stata messa in discussione.

Ma ci possono anche essere cause psicologiche alla base?
L'associazione fra sintomi psicologici ed enuresi è molto complessa. Fare la pipì a letto può essere causa di sofferenza per il bambino, di diminuzione dell'autostima e di problemi di comportamento, ma raramente ne è la conseguenza, anche se nella enuresi cosiddetta secondaria spesso esiste un rapporto diretto tra il bagnare il letto e la presenza di fattori emotivi o esistenziali (nascita di un fratellino, preoccupazione scolastica).

Cosa si intende per enuresi secondaria?
L'enuresi viene classificata in primaria e secondaria. La secondaria è definita dalla ricomparsa dell'incontinenza dopo una pausa (senza mai bagnare il letto nemmeno una volta) di almeno sei mesi. Le manifestazioni cliniche dei bambini con enuresi primaria e secondaria sono comunque simili e questo suggerisce che ci sia un'origine comune. Importante è però verificare, in tutti questi bambini, se la pipì a letto è il solo sintomo minzionale (cioè legato all'espulsione dell'urina), o ne esistono anche altri non sempre facilmente evidenti.

Di che tipo di sintomi si tratta?
Innanzitutto alterazioni della frequenza minzionale che potrebbero suggerire la presenza di una bassa capacità funzionale della vescica (importante causa di vari tipi di incontinenza compresa l'enuresi). La difficoltà nel riconoscerle, però, sta nel fatto che alcuni bambini, pur avendo una bassa capacità funzionale della vescica, presentano una frequenza normale (fra le 6-10 volte al giorno) o addirittura ridotta. Ciò può essere attribuito al fatto che spesso i più piccoli non bevono correttamente durante il giorno. Molti infatti non assumono quantità sufficienti di liquidi durante la mattina e il primo pomeriggio (ossia a scuola), ma solo il tardo pomeriggio e la sera, un'abitudine che favorisce la poliuria (eccessiva produzione di urine) notturna e quindi l'enuresi. Per questo la prima cosa da fare è compilare un diario della minzione che comprenda anche la quantità di liquidi ingeriti ed eliminati: si segna semplicemente su un foglio quando il bambino va in bagno, quando beve e, quando possibile, anche le rispettive quantità. Questo strumento, gestito dai genitori, aiuta a valutare i tempi in cui un bambino fa la pipì, il rapporto tra lo svuotamento ed eventi come i pasti, la scuola e il gioco, il verificarsi di urgenza, incontinenza o di minzioni post-poste (rinvio della minzione) e permette quindi di inquadrare meglio il problema. Importante, poi, è verificare la presenza di pregresse infezioni delle vie urinarie, oltre che di stipsi (sempre sottovalutata ma molto importante). Indispensabile, ovviamente, è la visita dal pediatra per escludere anche altre possibili patologie associate all'enuresi.

Passiamo ora alla cura. Cosa si può fare?
Per prima cosa bisogna ricordare che la terapia va proposta sulla base dell'esigenza del bambino e non del genitore. Il primo passo, dopo la valutazione preliminare del pediatra, è la terapia comportamentale il cui obbiettivo è correggere le abitudini vescicali e intestinali errate che si sono evidenziate con il diario minzionale. In questi casi il bambino dovrebbe essere incoraggiato a urinare ogni due-tre ore circa per rieducare la vescica ed eseguire uno svuotamento intestinale tutti i giorni. Va verificata poi la corretta postura del bambino sul wc, ossia ben seduto sulla tavoletta con le gambe divaricate e con i talloni appoggiati a terra (o su un poggiapiedi), per rilassare i muscoli del piano pelvico. Importante è consigliare loro di non aver fretta e di non spingere. In casi particolari molto utili sono anche le tecniche dette di biofeedback che aiutano i bambini a riconoscere e rilassare i muscoli pelvici. Queste terapie vanno eseguite solo in centri che trattano anche i bambini: mai affidarsi a terapeuti solo dell'adulto. Se nonostante tutto ciò l'enuresi non si risolve entro alcuni mesi, si può raccomandare la terapia con allarme acustico notturno, soprattutto in pazienti di età oltre i nove anni. Si tratta di una piccola suoneria che viene attivata quando il bambino bagna le mutandine mentre dorme e che dovrebbe migliorare il riconoscimento degli stimoli sensoriali coinvolti durante il riempimento/svuotamento vescicale notturno. La terapia va proseguita per almeno sei mesi. Alternativa alla terapia con l'allarme è quella farmacologica con medicinali (come la desmopressina e gli agenti anticolinergici). Parte centrale della terapia è però sempre il diario minzionale e intestinale che, se ben eseguito, aiuta la famiglia e il bambino a seguire i progressi. Solo nei casi che non rispondono al trattamento, guidato dal pediatra, è bene rivolgersi a uno specialista in urologia pediatrica, per eventuali ulteriori accertamenti e in particolare per eseguire prove urodinamiche.

a cura di MARIA CASTELLANO
con la collaborazione del DOTT. MARIO LEO BRENA
Specialista in Chirurgia Pediatrica
- PRESSO A.O. PAPA GIOVANNI XXIII DI BERGAMO - 

 



 

 

 

 

 



 

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