Epatite C. Oggi guarire si può

epatite

L’epatite C colpisce l’ 1-2% della popolazione mondiale, quindi circa 80 milioni di persone. In Italia alcune stime indicano che possano essere fino a un milione i soggetti infetti dal virus C. Questa stima appare però eccessiva: l’unico dato vicino alla realtà è che i pazienti formalmente seguiti e registrati dai centri specializzati di cura sono circa 300 mila, mentre non è possibile quantificare il sommerso (ogni anno si verificano 1.000 nuovi casi). L’area Bergamasca (analogamente a quella bresciana) si posiziona nella fascia alta della prevalenza dell’infezione da Hcv, molto simile alle regioni dell’Italia meridionale (tra 1 e 2% della popolazione). Fino a qualche anno fa questa malattia rappresentava una “condanna”. Oggi, grazie a farmaci di ultima generazione e al recente annuncio dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) che ne ha esteso la possibilità di utilizzo non solo per i pazienti più gravi, si può affermare che l’epatite C è una malattia curabile in tutti i pazienti.

Un’infezione al fegato, causata da un virus
L’epatite C è un’infezione cronica del fegato causata da un virus denominato Hcv (Hepatitis C Virus) che attacca preferenzialmente il fegato, provocando danni strutturali e funzionali anche molto gravi. Quando si contrae l’infezione da virus C, solo una quota piccola di soggetti (10- 15%) riesce a eliminare il virus; nella maggior parte dei casi l’infezione cronicizza e circa l’80% dei soggetti sviluppa una epatite cronica (Ec) in un tempo che può variare da alcuni mesi ad alcuni anni. Avere una Ec non vuol dire necessariamente sviluppare una malattia epatica terminale: si stima che dal 15 al 35% dei soggetti con epatite cronica alla fine potrà sviluppare una cirrosi e di questi il 2-3% per anno svilupperà un epatocarcinoma (un tumore del fegato).

I veicoli del contagio? Siringhe, trasfusioni, tatuaggi, rapporti sessuali
Il contagio dell’infezione da Hcv avviene principalmente per via parenterale, cioè attraverso il sangue, e molto raramente per via sessuale. I principali mezzi di contagio di sangue infetto sono:
> aghi e siringhe per iniezioni intramuscolari ed endovenose di farmaci e droghe. Attualmente in Europa l’uso di droghe per via endovenosa è tra i principali fattori di rischio per la trasmissione di Hcv;
> trasfusioni di sangue ed emoderivati. Hanno rappresentato il principale fattore di rischio per la diffusione dell’Hcv negli anni antecedenti il 1990, prima cioè che fosse introdotta la ricerca obbligatoria di Hcv nel sangue (oggi grazie all’impiego di test sempre più sensibili il rischio è quasi azzerato nei Paesi occidentali);
> piercing, tatuaggi, agopuntura, Interventi odontoiatrici, cure estetiche e procedure endoscopiche o invasive. Se effettuati in luoghi in cui non si attuano procedure di sterilizzazione adeguata degli strumenti;
> oggetti taglienti contaminati (in generale tutti gli oggetti di uso sanitario o domestico) che possono procurare ferite anche lievi, quali forbici, rasoi, spazzolini e tagliaunghie che, se non opportunamente sterilizzati, possono fungere da vettori di infezione;
> la via sessuale. È decisamente la modalità meno frequente di diffusione dell’Hcv. Il contagio attraverso rapporti intimi fra partner monogami stabili è estremamente raro. L’attività sessuale tra omosessuali maschi a elevata promiscuità è invece ad alto rischio. Nessun pericolo invece di contagio con baci, abbracci, effusioni e strette di mano.

I sintomi: spesso sfumati, assenti o aspecifici, come la stanchezza
L’infezione acuta si manifesta in modo sfumato con sintomi aspecifici (stanchezza, perdita di appetito, cefalea, talvolta febbre e dolori addominali) o addirittura in modo asintomatico. In fase cronica, l’infezione da Hcv è classicamente “silente”. L’unica spia potrebbero essere alterazioni anche minime dei valori delle transaminasi (enzimi del fegato), che spesso hanno un andamento “a dente di sega” (con picchi e cali repentini) per cui spesso, se i controlli del sangue sono sporadici, si può non cogliere l’alterazione. Dal punto di vista sintomatologico ci può essere solamente una generica stanchezza, che è peraltro una caratteristica importante di Hcv. Solo con lo sviluppo di una malattia avanzata di fegato (la cirrosi) si possono presentare i sintomi che riflettono una già instaurata insufficienza del fegato: colorito giallo della cute, accumulo di liquidi nel corpo, alterazioni della coagulazione, confusione mentale fino al coma. Per questo, una volta scoperto di essere affetti da epatite C la cosa più importante da fare, attraverso la collaborazione del proprio medico di assistenza primaria, è rivolgersi a un centro specializzato dove effettuare approfondimenti diagnostici finalizzati a definire precisamente la quantità di virus Hcv circolante nel sangue, il genotipo virale (ce ne sono sei sottotipi), le caratteristiche dell’infezione e lo stadio dell’eventuale danno epatico.

La cura, efficace nel 95% dei casi grazie ai nuovi farmaci
Negli ultimi anni diverse aziende farmaceutiche hanno concentrato i loro sforzi per offrire farmaci altamente efficaci, con pochi effetti collaterali e cicli di cura molto brevi (8-12 settimane), in compresse, che consentono un successo terapeutico in oltre il 95% dei casi. Questi farmaci per via orale hanno rivoluzionato il mondo Hcv, non solo per l’elevatissimo tasso di successo terapeutico, ma soprattutto perché possono essere assunti da tutti i tipi di pazienti, nessuno escluso, per la loro elevatissima tollerabilità, a differenza dei precedenti che includevano il temutissimo interferone. Queste nuove terapie sono state fino a ora rese disponibili per pazienti con malattia epatica avanzata. Ora, a seguito del recente annuncio dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), la terapia potrà essere resa disponibile per tutti i pazienti con infezione da Hcv. Si auspica pertanto che nessun paziente debba ricorrere alle “fughe all’estero” per procurarsi i farmaci, dal momento che si potrà pianificare una progressività di accesso alle cure legata alla stadiazione della malattia e delle patologie associate.

Il virus C è stato identificato nel 1989 e precedentemente l’epatite C era definita non A non B”

Si trasmette da mamma a figlio?
L’infezione si trasmette preferenzialmente per via orizzontale, da individuo a individuo, e in minor misura, con una frequenza del 3-5%, per via verticale-perinatale, cioè da madre a figlio. Questa percentuale però aumenta considerevolmente nel caso di madri portatrici anche del virus dell’immunodeficienza umana (Hiv), raggiungendo tassi del 15-25%.

A cura del dott. STEFANO FAGIUOLI
Direttore Gastroenterologia 1 Epatologia e Trapiantologia
ASST Papa Giovanni XXIII Bergamo

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