Pane nero fa bene o fa male?

PANE NERO

È la moda degli ultimi mesi. Pane, pizza, brioches neri, pubblicizzati e consumati da tanti italiani per le loro presunte proprietà benefiche e la, sempre presunta, maggiore digeribilità. Un successo che non è passato inosservato ma non ha mancato di suscitare scetticismo tra gli esperti.

«Non chiamatelo pane nero!» osserva Roberto Capello, presidente di ASPAN (Associazione Panificatori Artigiani) della provincia di Bergamo. «Questa denominazione è infatti ora al centro di un contenzioso giuridico da parte dell'associazione panificatori perché non abbia lo status di pane. La normativa vigente parla chiaro in questo senso: il pane per essere tale non può essere arricchito con additivi e coloranti». Ma se non è pane, di cosa si tratta allora? Di prodotti da forno con l'aggiunta dell'additivo E-153, o carbone vegetale/attivo, colorante naturale proveniente dalla combustione del legno. La Food and Drug Administration americana (l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici) lo ha bandito dall'utilizzo alimentare perché contiene tracce di benzopirene, composto considerato cancerogeno. In Europa l'impiego come colorante in prodotti da forno è consentito, limitandone però le quantità a 10 grammi per 1 chilo di farina. La domanda, a questo punto, è: fa bene o male? Lo abbiamo chiesto al dottor Paolo Paganelli, biologo nutrizionista.

Dottor Paganelli, ma ha davvero effetti benefici il pane nero o al contrario può essere addirittura nocivo?
Non è corretto dire che questi prodotti addizionati con carbone vegetale facciano male. Anche perché la quantità concessa è veramente bassa per avere potenziali effetti cancerogeni. Bisogna, però, fare attenzione al dosaggio e al momento dell'assunzione, perché se preso in concomitanza con medicinali importanti come gli antidiabetici o quelli per la tiroide ne riduce l'assorbimento, dimezzandone se non addirittura eliminandone l’efficacia. Allo stesso tempo però non possiamo dire che faccia bene. Certamente il carbone vegetale è utilizzato in medicina, già dall'antichità, per contrastare problemi di gonfiore intestinale, meteorismo e flatulenza e perché assorbe le tossine a livello intestinale e quindi ha un’azione in qualche modo depurativa. Ma certo non ai dosaggi e nelle modalità in cui è presente in questi prodotti da forno, dove non è nulla di più se non un additivo colorante. La domanda, però, è un’altra: con tutte le varietà di pane e di farine che esistono, perché invece di cercare pane “alternativo” come questo non riscopriamo altri tipi di pane, che possono rappresentare una valida alternativa per chi ha problemi di digestione e di gonfiore addominale?

Ad esempio? Quali possono essere le alternative a questo fantomatico “pane nero”?
Il pane azimo, ad esempio, oppure pane fatto con lievito di pasta madre invece del lievito di birra che, in soggetti predisposti, può provocare gonfiore addominale. C’è poi il pane con farine integrali, sicuramente più digeribili di quelle raffinate, a base di farro o segale ad esempio. Insomma la scelta non manca.

LA DOSE GIUSTA PERCHÈ FACCIA “EFFETTO”
Secondo l'Efsa (l'Autorità europea per la sicurezza alimentare) perché si abbiano benefici dal carbone vegetale è necessario assumerne "un grammo almeno 30 minuti prima del pasto e un altro grammo subito dopo il pasto". Molto più delle quantità di colorante E153 presente nei prodotti venduti nei panifici e nei supermercati.

IL PARERE DEL MINISTERO DELLA SALUTE
Sulla questione “pane al carbone vegetale” il Ministero della Salute già a dicembre aveva chiesto di stopparne la vendita, sottolineando che “è ammissibile la produzione di un “prodotto della panetteria fine” denominato come tale, che aggiunga agli ingredienti base (acqua, lievito e farina), tra gli altri, anche il carbone vegetale come additivo colorante e nelle quantità ammesse dalla regolamentazione europea in materia”, ma che tale prodotto non può essere denominato “pane”. Il Ministero precisa inoltre che non è nemmeno ammesso il riferimento al “pane” nell'etichettatura di tale prodotto, nella sua presentazioni o nelle pubblicità, e che tale regola è valida sia nel caso dei prodotti preconfezionati sia in quello dei prodotti sfusi. L'uso del carbone vegetale, solamente però come additivo colorante, è invece ammesso nei prodotti da forno fini, “categoria – precisa il Ministero – che include prodotti sia dolci che salati come fette biscottate e crackers”. Quanto invece all’utilizzo del carbone attivo per scopi “salutistici”, più nello specifico, sempre il Ministero afferma che “l’impiego del carbone attivo come ingrediente per finalità fisiologiche, ad oggi, non è ammesso in alimenti diversi dagli integratori alimentari perché richiederebbe una preventiva autorizzazione ai sensi del regolamento (CE) 258/97 sui novel food”.

a cura di ELENA BUONANNO

ha collaborato il DOTT. PAOLO PAGANELLI 
Biologo Nutrizionista - A BERGAMO -

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