Così una mamma coraggio ha salvato il figlio dalla droga

Salvare il figlio dalla droga

«è stata dura. Sei anni d’inferno per me e per mio figlio. Ha cominciato a drogarsi con gli spinelli a 14 anni e poi, nonostante io fossi sempre attenta, disponibile e lo controllassi, ha perso la testa passando a mix di droghe e alcol che l’hanno reso un relitto.

Quanto ho sofferto. Quante volte sono andata a recuperalo di notte, sporco, strafatto. Quante volte ho avuto paura che potesse uccidersi. Ma io ho insistito. E alla fine si è reso conto che così non poteva più andare avanti e ha accettato di sottoporsi alla disintossicazione e al recupero. Ora è a San Patrignano da quasi due anni, è entrato il 25 aprile del 2013. Io l’ho potuto rivedere soltanto un anno dopo. Così sono le regole della comunità. È stato un passo importante. Ma la strada è ancora lunga, il mio Cristiano deve ancora risolvere i suoi problemi caratteriali».

è una storia drammatica, come decine e decine che sconvolgono tante famiglie. Ma Anna, la mamma, insegnante bergamasca di 52 anni, impegnata nel volontariato sociale, ha tenuto duro, ha saputo reagire anche se spesso, nei momenti più critici, si chiudeva in camera e scoppiava in lacrime sopraffatta da sensi di colpa. Per amore di suo figlio, e per i figli di tanti altri genitori come lei, ha anche denunciato gli spacciatori. La sua storia l’ha raccontata al convegno promosso dall’Associazione Genitori Atena dal titolo “Un bicchiere o una canna… Giovani a rischio dipendenze. Dalla scienza all’esperienza”. Una testimonianza che ha emozionato e commosso gli oltre cento partecipanti.

Anna è ora davanti a noi nella sede dell’Associazione accanto alla presidente Ambra Finazzi Bergamaschi. è una donna provata, ma ha un carattere forte. Adesso la sua battaglia è quella di coinvolgere altre mamme che soffrono come lei. «Non bisogna assolutamente sottovalutare il problema» dice. «Dobbiamo fare rete, condividere le nostre esperienze, aiutandoci reciprocamente. è un percorso che io e mio marito stiamo seguendo dagli Amici di San Patrignano a Nembro. Abbiamo cominciato nel 2012 con altri genitori che vivevano il nostro dramma. Ci scambiamo pareri, leggiamo insieme le lettere che ci inviano i nostri ragazzi ospiti della comunità vicino a Rimini, le commentiamo, cerchiamo di capire la loro situazione. è un aiuto psicologico enorme. Non ci sentiamo soli anche se potremo vedere i nostri figli solo tre-quattro volte l’anno. E con loro, quando si scopre che abusano con l’alcol e gli stupefacenti, non bisogna cedere, non bisogna fare finta di nulla. Io ho dovuto lottare anche con il silenzio dei genitori di ragazzi che frequentavano Cristiano. Nessuno sembrava rendersi conto del problema. Mi rispondevano: “Ma sì, qualche volta si fa uno spinello, ma niente di più. Comunque ci pensiamo noi».

Ma come ha scoperto Anna che suo figlio, bravissimo a scuola, una passione per il judo e il pianoforte, si drogava? «Un giorno, aveva 14 anni, è tornato a casa, aveva gli occhi rossi. “Come mai”, gli ho chiesto e lui: “Mi è entrata un po’ di polvere”. E intanto si è chiuso nella sua camera a leggere. Divorava 10-15 libri al mese, ma era apatico, inquieto, sempre con gli occhi rossi. Così per un paio di mesi. Allora l’ho affrontato. “Ma tu fai uso di spinelli?”. Prima ha negato, poi ha confessato. L’ho convinto a smettere, almeno così credevo. Stava 3-4 mesi senza, ma ogni volta ricominciava. Chiamavo i suoi amici e mi dicevano che era uscito con loro ma poi era andato via. Fino ai 17 anni, quando è stato bocciato a scuola. Per punizione è andato a fare il muratore. Non ha fatto una piega. Cristiano ha purtroppo un carattere debole, non ama lo scontro, evita ogni conflitto. Vive in un suo mondo parallelo. L’ho scoperto nel suo diario che mi ha fatto leggere. Non si sentiva adeguato a questa società, si era creato un mondo parallelo fatto di allucinazioni. Dopo l’estate da muratore ha cominciato con le droghe pesanti, la cocaina, Lsd, superalcolici e medicinali, acidi, anfetamine, fumo».

È un baratro ormai quello in cui è finito Cristiano. Non riesce più a fare a meno. «Mi ero accorta che in casa sparivano gioielli, che era stato clonato il bancomat» continua la mamma nel racconto.« Così l’ho affrontato. Lui ha ammesso che aveva un debito di 1800 euro con gli spacciatori e che voleva smettere, voleva uscire da quel tunnel. Con lui sono andata in via Quarenghi portando i soldi per cancellare il debito. Di giorno, in mezzo alla strada. Sono riuscita a farmi dire i nomi degli spacciatori e li ho denunciati, anche lui, mio figlio: avevo scoperto che spacciava pure lui. Ma Cristiano nonostante le promesse, continuava a drogarsi, andava ai rave. Terribili quei raduni a base di alcol e stupefacenti. E ogni volta mi toccava andarlo a riprenderlo: era in condizioni pietose. è finito anche due volte in ospedale, a Torino e a Bergamo. Mentre tornavamo a casa in auto dall’ospedale, a Longuelo mi ha chiesto di fermarmi perché voleva una birra. E io l’ho minacciato: “Se scendi non farti più vedere”. Ed è sceso. è tornato ubriaco, fatto. Sono stata durissima. L’ho cacciato, ho chiuso la porta, ho fatto cambiare la serratura». Per Anna è una decisione dolorosa e sofferta, come solo una mamma può immaginare. Ha il cuore a pezzi. Ma lo fa per lui. Sente di non avere alternative. «Poi ho scoperto che dormiva in una soffitta di una sua compagna di classe che gli apriva il portone a mezzanotte e l’andava a svegliare alle quattro e mezza del mattino. Allora ho chiamato i genitori di questa ragazza che l’hanno cacciato. Gli facevo terra bruciata intorno ovunque si nascondesse. Sono stati giorni tremendi, indicibili, temevo che si suicidasse, avevo paura che mio figlio morisse. Ogni tanto mi telefonava e io “Vuoi farti aiutare?” E lui :“No”. Poi, finalmente, Cristiano ha capito che doveva farsi aiutare. Non poteva più andare avanti così.. Era diventato un relitto: un barbone, sporco, con le croste, senza casa. Così siamo andati agli Amici di San Patrignano a Nembro. Ora ha accettato di uscire dal tunnel. Spero con tutto il cuore che ci riesca, che torni a casa dalla sua famiglia, non so quando, guarito, e che riprenda la voglia di vivere». Quella voglia di vivere che la droga aveva annientato.

E Atena mette in mostra i danni delL’ALCOL
Dall'8 a 19 aprile (il 15 è la giornata mondiale “Alcohol Prevention Day”) nell'ex Chiesa della Maddalena in via S. Alessandro, si tiene la mostra di 40 foto scattate da alunni delle scuole medie, genitori e docenti che hanno partecipato al concorso voluto dall’Associazione Genitori Atena dal titolo “Oltre l’alcol in uno scatto”. «Il nostro scopo è fare prevenzione attraverso la sensibilizzazione del problema» spiega la presidente Ambra Finazzi Bergamaschi. «La prevenzione all’abuso di alcol ha come ricaduta la riduzione dei feriti e dei morti in incidenti stradali, la riduzione dell’assenteismo sia scolastico che lavorativo, minori costi sociali e sanitari. Per i giovani significa impostare un sano stile di vita per il futuro come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. A Bergamo i dati sull’alcol dipendenza dimostrano la gravità della situazione, con la prima “bevuta” a undici anni.

Il problema riguarda sia i ragazzi che le ragazze. E’ però difficile coinvolgere le famiglie a un dialogo su questi temi. Da qui la necessità di trovare un canale di comunicazione tra scuola, famiglie e studenti che possa promuovere un’apertura all’ascolto reciproco per creare una corresponsabilità educativa». Tra gli obiettivi dell’Associazione c’è proprio quello di sostenere la responsabilità educativa dei genitori per prevenire i comportamenti d’abuso dei propri figli; quello di promuovere nei giovani un sano stile di vita. Ed ancora lo sviluppo dei rapporti con le istituzioni per prevenire le dipendenze giovanili.

Il 19 Aprile Atena ha organizzato all'Auditorium di Piazza della Libertà, alle ore 20,30, lo spettacolo "Il don Giovannino", messo in scena e interpretato da un gruppo di giovani aspiranti attori.

a cura di LUCIO BUONANNO

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