Così ho creato un angolo di paradiso nell'inferno

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Il suo sorriso è contagioso. Come la sua vita dedicata ai più poveri del mondo, ai lebbrosi. Lei, suor Bertilla Capra da Bagnatica, 75 anni, è da 44 in India, superiora del Vimala Dermatological Centre di Mumbai, un ospedale che cura i pazienti con ulcere e piaghe gravi, i malati di tubercolosi e i loro figli. La incontriamo a Monza, all'Istituto delle Missionarie dell'Immacolata, dove da ragazzina ha preso i voti. È in vacanza, ma il suo pensiero, mentre parliamo, vola al suo ospedale, ai suoi pazienti, ai suoi ragazzi e ragazze che cura e alleva come una mamma. Sempre sorridente, sempre pronta a offrire una carezza, una parola di conforto.

La sua è una missione d'amore, al servizio dei più poveri tra i poveri. «Ho fatto questa scelta a 14 anni leggendo i giornali del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) che mi faceva avere una mia cugina suora missionaria» racconta. «Ero affascinata da quello che leggevo e così un poco alla volta ho preso la decisione. Dopo aver lavorato per qualche tempo al filatoio di Brusaporto, sono entrata qui all'Istituto delle Missionarie dell'Immacolata. Nello stesso tempo ho fatto un corso per infermiera a Roma e uno per ostetrica alla clinica Mangiagalli a Milano. Il mio sogno era di andare in Asia, in Bangladesh. Invece sono stata destinata in India per occuparmi di malati di lebbra. È quello che ho continuato a fare per tutti questi anni. La lebbra l'ho scoperta un po' alla volta. Prima ho dovuto seguire un corso in Spagna, perché il governo indiano accettava soltanto chi aveva un diploma per questa malattia».

Finalmente suor Bertilla può partire per l'India. «Sono stata a Calcutta, dove ho conosciuto Madre Teresa. Con lei sono andata molte volte sulla jeep per visitare i vari campi con i profughi della guerra tra Pakistan e Bangladesh del 1971. Un'esperienza meravigliosa. Appena salivamo in auto Madre Teresa cominciava a pregare. Poi sono andata a Eluru, nell'Andhra Pradesh, nel sud dell'India. Una regione poverissima ma con la gente semplice, accogliente, riconoscente. Nell'81 sono arrivata a Mumbai. C'erano tanti malati di lebbra nella zona: su 800 mila abitanti almeno 13 mila erano lebbrosi. Così abbiamo chiesto i permessi al governo che ci ha fornito lo spazio dove abbiamo costruito il Centro per ricoverare i pazienti. Oggi abbiamo una settantina di ricoverati e li curiamo senza paura. La lebbra è una malattia che attacca la pelle e i nervi periferici, ma quando te ne accorgi è troppo tardi. I sintomi sono una macchia sulla pelle, poi vengono le paralisi alle dita, alla mano, ai piedi. Se presa in tempo si può curare. Per questo andiamo nelle scuole, nelle fabbriche per cercare di prevenire. E infatti abbiamo aiutato migliaia e migliaia di persone. La lebbra non si trasmette come la tubercolosi, ma in India è vista come una punizione divina e i lebbrosi danno fastidio, fanno ribrezzo».

Il Centro di suor Bertilla non si occupa soltanto di malati di lebbra e di tubercolosi. Ha creato un collegio per gli orfani e per i figli dei pazienti. Le ragazze studiano anche lì, i maschi invece vanno nelle scuole governative. Ma tutti (induisti, musulmani e i pochi cristiani), la mattina pregano, cantano inni religiosi e molti leggono la Bibbia. E poi ci sono un ambulatorio con dispensario di medicine, sale operatorie, reparto di riabilitazione, un calzolaio che fa scarpe speciali per chi ha superato la malattia, e una sartoria diretta da un indiano, molto bravo nel taglio e cucito, che ha vinto la lebbra, e che ora con una decina di aiutanti, spesso ex lebbrosi, confeziona sari, vestiti e altri capi di abbigliamento che vengono portati in Italia per essere venduti.

Il ricavato torna al Centro di suor Bertilla, come le offerte degli sponsor, gli Amici di Raul Follerau di Bologna, la German Leprosy Relief Association, e come gli Amici delle Missionarie dell'Immacolata o quelle di tanti che ogni anno, tra gennaio e febbraio, vanno a Mumbai a portare i soldi che raccolgono. Una di questi è la giornalista Barbara Zonchello. «Bertilla tira le fila di una grande missione che ospita 80 malati gravi di lebbra e tubercolosi e 70 bambine particolarmente disagiate» racconta in una lettera al ritorno dalla sua ultima visita. «I malati di lebbra vengono operati e curati con amore. Le bambine invece vivono una vita lontano dalla strada dove sarebbero cresciute: mangiano, dormono in una brandina, vanno a scuola con tanto di divisa e crescono in un ambiente tranquillo e protetto con l'obbiettivo di farne donne autosufficienti in grado di lavorare e di avere una vita dignitosa. A queste bambine manca tutto e come se non bastasse una volta divenute adulte non potranno sposarsi senza la dote. Anche se alcune si sono diplomate o laureate. Sembra paradossale ma il lebbrosario è un vero e proprio angolo di Paradiso. Si respira un'atmosfera unica e ineguagliabile. Le bambine cantano, studiano e pregano, aiutano le suore e naturalmente giocano mentre i malati dalla loro ala dell'ospedale le guardano sorridendo. Fuori dalle mura di questo Paradiso c'è l'India in tutta la sua durezza. E naturalmente Bertilla entra ed esce da queste mura, aiuta, sorride, cura. Lì serve davvero tutto». Suor Bertilla legge la lettera e sorride. «Per me non è affatto un sacrificio. Ho scelto di essere al servizio dei più poveri tra i poveri, degli ammalati, e rifarei tutto. Sono loro che mi trasmettono una gioia immensa anche se c'è tanto da fare ancora e c'è bisogno di fondi».

Lebbra: in calo ma non si può ancora abbassare la guardia
Negli ultimi 20 anni oltre 14 milioni di malati sono stati curati, 4 milioni dal 2000. La diagnosi precoce e la terapia multifarmaco, disponibile gratuitamente dal 1995, si sono rivelati gli elementi chiave nell'eliminare questa malattia infettiva cronica causata da Mycobacterium leprae o bacillo di Hansen. 2 milioni di loro però convivono con disabilità gravi (mutilazioni, deformità, cecità) e altri 2 milioni con disabilità nelle fasi iniziali. Come sottolinea l'ultimo rapporto del Comitato degli Esperti sulla Lebbra dell'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), del 2012, "nonostante un progresso significativo nel controllo della malattia e nella riduzione del suo peso, molto ancora resta da fare per rinforzare i risultati ottenuti e per ulteriormente ridurre l'impatto della lebbra, soprattutto per quanto riguarda le sue conseguenze fisiche, mentali e socio-economiche sui malati e sulle loro famiglie". Sebbene il tasso di prevalenza della malattia in oltre 20 anni sia calato del 90%, ogni anno nel mondo si registrano 220-230 mila nuovi casi e la lebbra continua a essere diffusa principalmente in Asia (soprattutto in India), Africa (in particolare alcune regioni dell'Africa occidentale) e in alcune zone dell'America Meridionale come il Brasile. Ma adesso fa paura la tubercolosi. Ne soffrono tanti.

a cura di LUCIO BUONANNO

Bergamo Salute n. 45

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