Era uno dei suoi sogni. Realizzare un museo che raccontasse la sua carriera. Ne aveva parlato anche con il Comune ma alla fine ha deciso di farlo da solo nella sua villa ai piedi della Maresana. Giacomo Agostini, detto Ago, bergamasco di Lovere anche se nato a Brescia, è stato 15 volte campione del mondo di motociclismo (sette volte nelle classe 350, e otto nella classe 500 di cilindrata), tra gli anni Sessanta e Settanta, un record difficilmente superabile. Un mito vivente il cui palmares vanta anche 123 primi posti nei Gran Premi, 18 titoli italiani, 10 Tourist Trophy. Ora, a 77 anni, è in perfetta forma anche se i suoi capelli non sono più neri come una volta quando faceva impazzire i fan e tante donne, modelle e attrici.

Ci apre il cancello della “Sala Trofei”. Uno spettacolo, che ti proietta in un’altra dimensione. In bella mostra la MV Agusta 500 vincitrice nel mondiale del 1966, la Yamaha della mitica vittoria a Daytona nel 1974, in un’urna trasparente c’è il casco, quasi una scodella capovolta, che ha indossato nella sua prima vittoria nel 1962, nella Bologna San Luca con la sua Morini. «In questa sala c’è tutta la mia storia motociclistica, tutti i miei ricordi, dalle moto alle tute ai caschi, agli oggetti personali che usavo in gara» ci dice. In bacheca e alle pareti i 364 trofei, le medaglie d’oro, le coppe, 10 statuette dorate che l’hanno premiato per dieci anni quale miglior atleta di tutti gli sport, le onorificenze di Cavaliere Ufficiale e di Commendatore conferitegli rispettivamente dai Presidenti della Repubblica Saragat e Ciampi. Appesi al muro tante foto di lui in gara, di lui con politici, giornalisti, piloti rivali e amici, attori, personaggi famosi. E soprattutto i 15 diplomi di campione del mondo e i 18 di campione italiano. In un angolo i manifesti dei suoi tre film usciti nelle sale nel 1970 quando era all’apice della carriera: “Bolidi sull’asfalto”, “Amore Formula2” con il cantante Mal e Lino Banfi, “Formula 1 nell’inferno dei Gran Prix”. E una foto sulla Yamaha alla 200 miglia di Daytona quando ha vinto, unico italiano, battendo Kenny Roberts. «Fu una gara estenuante» racconta. «Alla partenza, vedo gli altri piloti che si spalmano creme in faccia, bevono. Io non mi ero attrezzato. E a metà gara ero disidratato, cercavo di inumidirmi la lingua con il sudore della faccia, sono stato sul punto di ritirarmi, ma poi ho pensato alle critiche dei giornali americani che mi davano perdente e ai miei tifosi. “Cosa dico alla gente che è venuta dall’Europa per vedermi?”. E allora ha vinto in me l’orgoglio, la forza della disperazione e ho tagliato il traguardo battendo il mio rivale. Poi però sono crollato a terra e i medici mi hanno dovuto fare una flebo».

Agostini il motociclismo l’ha sempre avuto nel sangue. Aveva solo 9 anni quando sale per la prima volta su una moto “rubata al padre”. «Era un Galletto. Vado in piazza, vedo gli amici, ma non penso che non tocco per terra, mi fermo, cerco un appoggio col piede ma vado giù. Una figuraccia. Ma correre in moto era la cosa che desideravo di più. Ho cominciato con le Gincane e riuscivo a battere gli specialisti della provincia. La svolta avviene a 18 anni che allora era l’età minima per iscriversi alle gare ufficiali previa autorizzazione paterna. Mio padre Aurelio però non era d’accordo. Diceva sempre che non avrebbe mai firmato la morte di suo figlio. Allora nelle gare c’erano purtroppo tanti incidenti mortali. Papà però chiese consiglio al notaio di famiglia, un uomo molto saggio, ma un po’ sordo che capì bicicletta invece di motocicletta. E gli disse: “Dai Aurelio, firma, fa fare a tuo figlio un po’ di sport”».

Se siete appassionati di motociclismo, è possibile visitare il museo di Agostini in gruppi di otto persone accompagnati da Giacomo Agostini in persona. Bisogna rivolgersi a Villa Vittoria di Bergamo che organizza la visita con cena con il campione e pernottamento.

Ago inizia così la sua eccezionale carriera. Compra la moto Morini a rate e l’anno dopo vince da privato, senza scuderia e meccanici, la Bologna San Luca. Nel 1965 corre con la MV Agusta 350 si classifica secondo come l’anno dopo e nel 1967, poi sette successi consecutivi. Contemporaneamente sfida gli altri piloti, sempre con una MV Agusta, ma nella classe 500 e vince per otto anni di fila. Nel 1974 passa alla Yamaha mietendo altri trionfi fino al 1977 quando tra le lacrime lascia le piste per diventare manager, direttore sportivo prima del Team Marlboro-Yamaha e poi alla Cagiva. «Ho smesso quando ho capito che era ormai arrivata l’ora di ritirarmi. Grippavo, si rompeva il motore e poi avevo perso troppi amici in incidenti. Non bastava più fare una vita da professionista con tanta ginnastica, seguendo diete, studiando magari a piedi tutte le curve dei circuiti e prendendo appunti nei quaderni come quelli esposti in bacheca. Ma non è stato facile. La sala trofei mi riporta ai mondiali, alle gare vinte e penso a quando nel 1966 ho vinto il mio primo titolo a Monza davanti a 130 mila persone con la gente che mi portava in braccio e mi dava certe manate sulle spalle. O ai tanti amici che purtroppo non ci sono più. O ai tanti sacrifici fatti. Non basta infatti la passione, il talento, devi preparati, allenarti».

Una vita da atleta, anche se all’apice del successo Ago è corteggiato non solo per il suo talento in pista ma anche per il suo fascino. Da scapolo impenitente ha resistito per anni a sposarsi, poi a 45 anni trova l’amore, Maria, una ragazza spagnola che ha studiato negli Stati Uniti e che conosce in una conferenza stampa dove fa l’interprete. Nascono due figli, Vittoria che ora gestisce un B&B di prestigio nel cuore di Bergamo Alta, e Piergiacomo che s’interessa, con il padre, della loro società immobiliare. Ma la passione per le moto resiste sempre. Ogni tanto partecipa ai revival e dà il suo contributo ai Gran Premi come commentatore su Sky Tv.

a cura di Lucio Buonanno

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