La situazione che si è creata a Villongo e nei paesi limitrofi intorno al Lago di Iseo qualche settimana fa è giustamente balzata all’interesse dei media. La meningite da meningococco spaventa e in effetti determina una mortalità elevata. Inoltre rappresenta uno spauracchio legato anche a una quota di gravi complicanze nelle persone che sopravvivono (un esempio è la schermitrice Bebe Vio, colpita a 11 anni da una meningite fulminante che le causò un’estesa infezione a seguito della quale le sono state amputate gambe e braccia e che le ha lasciato numerose cicatrici su corpo e viso). Cerchiamo allora qui di fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

L’arma più efficace per proteggersi? La vaccinazione
Ci sono molti virus e batteri che possono causare una meningite. Anche alcune forme tumorali possono determinare questa infezione delle meningi (ndr. membrane che avvolgono e proteggono il cervello). Le forme che preoccupano di più in termini di gravità e contagiosità sono quelle determinate appunto dai meningococchi che però rappresentano solo una parte delle circa mille meningiti che si registrano in Italia ogni anno. I dati della sorveglianza nazionale delle malattie invasive da meningococco mostrano che in Italia tra i vari tipi di meningococco circolano normalmente sia il meningococco di tipo C che il meningococco di tipo B. Sono infatti circa 200 i casi di meningococco registrati nel nostro Paese ogni anno. Il Meningo B (che colpisce maggiormente bambini e adolescenti) risulta il più diffuso seguito dal Meningo C (che colpisce prevalentemente giovani adulti e adulti). Dunque, nonostante la circolazione fisiologica dei batteri sia nota, quando ci si trova, come per il focolaio lombardo, di fronte a casi concentranti nel tempo e nello spazio è fondamentale che siano avviati interventi mirati e specifici di sanità pubblica. Nel 2015 in alcune province della Toscana si era osservata una situazione simile di concentrazione geografica di casi, che anche in quell’occasione è stata affrontata e poi risolta con una campagna vaccinale a tappeto. La gravità percepita della malattia da parte della popolazione fa sì che, rispetto ad altre vaccinazioni, vi sia una maggiore propensione a eseguirla e in effetti questa è l’unica vera possibilità di prevenirla. A oggi la vaccinazione antimeningococco rientra tra quelle raccomandate nei bimbi e negli adolescenti, ma la copertura vaccinale ad oggi non è soddisfacente ed è per questo che queste forme continuano ad essere presenti nelle nostre comunità.

Il contagio: serve un contatto prolungato 
Queste forme si propagano da persona a persona per via respiratoria, attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni nasali, che possono essere disperse con la tosse, con gli starnuti o mentre si parla. Affinché il contagio avvenga è comunque necessario essere a contatto stretto e prolungato con la persona infetta. L’essere esposti al batterio non comporta però necessariamente lo sviluppo della malattia.

Un esordio subdolo e in genere simile alla comune influenza
I sintomi principali sono cefalea, febbre elevata, malessere generale, vomito, alterazione di coscienza e in molti casi presenza di rigidità nucale. Nelle forme fulminanti ci può essere anche la comparsa di petecchie (macchie rossastre o violacee). Purtroppo l’inizio è subdolo e, soprattutto in questo periodo, la meningite può essere scambiata per una pesante influenza. In caso di presenza di sintomi sospetti è necessario rivolgersi al medico di Medicina Generale o al Pronto Soccorso per stabilire la terapia più appropriata. Il trattamento deve essere tempestivo e con antibiotici. È importante anche la profilassi dei conviventi e delle persone che hanno avuto contatti stretti con chi ha contratto la malattia. Dieci sono i giorni di incubazione e questo è il termine entro il quale si deve sorvegliare chi è venuto a contatto con un caso conclamato. Gli igienisti inoltre consigliano a chi ha avuto un contatto stretto l’effettuazione di una cosiddetta chemioprofilassi ovvero l’uso preventivo di antibiotici.

L’infezione da Meningococco può manifestarsi in forme diverse. Se si limita ad attaccare le meningi si parla di meningite. Se si diffonde a più organi, per esempio fegato o reni, si parla di sepsi

Le regole della prevenzione: LA prima, lavarsi le mani con cura
Il meningococco non può vivere a lungo fuori dall’organismo ed è molto sensibile ai comuni disinfettanti e alla luce del sole. Essendo il contagio interumano, si possono adottare misure di igiene e protezione individuali: lavarsi le mani con cura e più volte al giorno con acqua e sapone, in particolare dopo aver tossito, starnutito o essersi soffiato il naso; evitare luoghi molto affollati (la propagazione dell’agente patogeno generalmente non supera il raggio di due metri); arieggiare spesso i luoghi dove si vive e si lavora; non scambiare oggetti di uso personale (bicchieri, sigarette, spazzolino, posate etc.); mantenere pulite le superfici (interruttori, telefoni, tastiere, maniglie, rubinetti, pulsantiere dei citofoni o dell’ascensore, tavoli e scrivanie).

No alla psicosi, sì al senso di responsabilità
L’approccio a questa situazione non deve debordare in una psicosi, che oggi, come in altri casi, viene spesso a determinarsi. Questo episodio, invece, deve servirci per rilanciare l’importanza di tenere alto l’interesse della popolazione verso le patologie infettive che non sono scomparse, anzi hanno una tendenza a riemergere e a evidenziarsene di nuove. Senza eccessi di panico, ma con acquisizione di una consapevolezza e di responsabilità per attuare comportamenti preventivi, in primis la vaccinazione per le patologie prevenibili.

A cura del prof. Fabrizio Pregliasco
Virologo
Ricercatore del Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario dell’Irccs Galeazzi (MI)

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