istituti clinici Quarenghi

“Coloro che [...] hanno la loro testa o le mani tremolanti senza il controllo dell’anima; anima che nonostante tutte le sue forze non può evitare che queste parti tremino”. Così descriveva il Parkinson lo stesso Leonardo Da Vinci che negli ultimi anni di vita pare non potesse più dipingere a causa della malattia. Come lui tanti personaggi famosi ne sono stati colpiti: il presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi, gli americani Franklin Delano Roosevelt, Harry S. Truman e George Bush, papa Giovanni Paolo II, sportivi come Cassius Clay e attori come Michael J. Fox che ne fu colpito a soli 30 anni. Accanto a queste personalità sono tantissimi anche oggi gli uomini e le donne comuni che fronteggiano quotidianamente questa patologia, una delle più diffuse in ambito neurologico, al punto da rappresentare un problema sia medico sia socioeconomico. Circa il 3 per mille della popolazione generale, infatti, ne soffre e circa l’1% di quella sopra i 65 anni. In Italia i malati di Parkinson sono circa 250.000, per lo più maschi (1,5 volte in più), con età d’esordio compresa fra i 59 e i 62 anni. Ma quali sono le cause? Come si manifesta, tremore a parte? È possibile curarla? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Annamaria Quarenghi, Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e responsabile del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitazione dell’Istituto Clinico Quarenghi, struttura che si avvale di uno specifico protocollo riabilitativo per questo tipo di pazienti, messo a punto e perfezionato grazie all’esperienza pluriennale maturata dai suoi professionisti della riabilitazione.

Dottoressa Quarenghi, che tipo di malattia è il Parkinson e in che modo si manifesta?
La malattia ha carattere neurodegenerativo con decorso cronico e progressivo ed è caratterizzata dalla progressiva morte delle cellule nervose situate nella cosiddetta sostanza nera che, attraverso lo specifico neurotrasmettitore dopamina, controlla l’organizzazione dei movimenti di tutto il corpo. I segni e sintomi della malattia si manifestano soltanto gradualmente, quando circa l'80% dei neuroni in questione non è più funzionante, e sono caratterizzati da tremore a riposo, rigidità, lentezza dei movimenti (bradicinesia) fino alla loro completa assenza (acinesia), compromissione dei riflessi posturali, aumento della secrezione di saliva, riduzione della mimica facciale, postura curva (atteggiamento camptocormico), calo del tono della voce, difficoltà nella deglutizione, ipotensione ortostatica (cioè il calo della pressione sanguigna quando si mantiene la stazione eretta) e progressiva compromissione psico-cognitiva con deficit della concentrazione, della memoria, del tono dell’umore e disturbi del sonno.

Quali sono le cause?
A oggi non è stato ancora possibile identificare una specifica causa, seppure siano state supposte due diverse ipotesi, una di natura ambientale (l’esposizione a contaminanti chimici quali i pesticidi e i metalli pesanti aumenterebbe il rischio di sviluppare la malattia) e un’altra di tipo genetico, legata ad alterazioni di specifici geni.

Come si diagnostica?
La diagnosi è clinica e si basa essenzialmente sui segni e sintomi tipici della malattia. Gli esami strumentali (RMN encefalo, PET, SPECT, esami ematochimici) possono essere utili per escludere altre patologie caratterizzate dagli stessi sintomi.

Esistono cure efficaci per contrastarla o almeno rallentarla? 
La terapia prevede tre tipi di approcci: uno farmacologico, di tipo sintomatico, attraverso il quale si cerca di bloccare/ridurre i segni e sintomi della patologia, tentando di ripristinare adeguati livelli di produzione di dopamina da parte dell’organismo; uno neurochirurgico, che prevede l’impianto di stimolatori cerebrali nella porzione di encefalo chiamata nucleo subtalamico al fine di modulare le vie nervose in uscita verso la corteccia motoria; uno riabilitativo, che parte dal presupposto che l’esercizio fisico, favorendo l’ossigenazione cerebrale, attiva e potenzia la capacità del cervello di auto-ripararsi quando è lesionato (F. Mancini in “1° Convegno Nazionale”, Milano 22 ottobre 2010). Presso il nostro Istituto è stato messo a punto uno specifico protocollo riabilitativo, attuato in regime di ricovero e della durata di circa 30 giorni.

In che cosa consiste più nel dettaglio questo protocollo?
Il progetto riabilitativo, seppure personalizzato in relazione alle specifiche caratteristiche di ciascun paziente parkinsoniano emerse durante una prima valutazione iniziale, comprende sedute di riabilitazione neuromotoria per il trattamento della bradicinesia/acinesia (riduzione/assenza di moviemento), dell’atteggiamento camptocormico, della rigidità, dei disturbi della coordinazione e dell’equilibrio, associati ad altri esercizi per il miglioramento della capacità mimica facciale e per la facilitazione respiratoria. A completare l’iter riabilitativo concorrono gli esercizi con pedana propriocettiva, con treadmill (speciale tapis roulant) e con tecnologie di riproduzione della realtà in termini virtuali. In casi selezionati viene eseguito anche il trattamento all’esterno della struttura, con la disciplina sportiva Nordic Walking, sempre sotto stretto controllo fisioterapico. Il percorso riabilitativo si conclude con una valutazione finale di un medico fisiatra sui risultati ottenuti, sia in termini cognitivi sia in termini neuromotori. Per una maggiore obiettività nella valutazione dei risultati ci si avvale di specifiche scale (ad esempio UPDRS) e di peculiari test che esplorano la sfera neuromotoria (analisi del cammino, valutazione dell’equilibrio) e la sfera cognitiva (per questa fase i test sono condotti dallo psicologo nell’ambito del laboratorio di neuropsicologia dell’Istituto).

Il nome della patologia di Parkinson deriva dal dottor James Parkinson che per primo la descrisse come una malattia caratterizzata da tremori a riposo e postura fissa del tronco pubblicando nel 1817 il “Trattato sulla paralisi agitante” 

In rete con il territorio e non solo 
Il costante interesse dei professionisti dell’Istituto Clinico Quarenghi per l’evoluzione della riabilitazione nella patologia parkinsoniana non si conclude nella sola parte assistenziale, ma è alla base di un confronto continuo con altri importanti attori nazionali e internazionali e con l’Associazione Italiana Parkinsoniani (sezione di Bergamo), rapporti che hanno favorito la recente promozione di iniziative scientifiche e convegni dedicati all’argomento.

a cura di MARIA CASTELLANO
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