Tiro le frecce alla disabilità

Tiro le frecce alla disabilità

Il toccante racconto del bergamasco Giampaolo Cancelli, che ha partecipato alle ultime Paralimpiadi di Rio nel tiro con l'arco.
Ci viene ad aprire la porta sulla sedia a rotelle, sua inseparabile compagna da sette anni. Accanto i suoi due boxer, un maschio e una femmina appena adottata. È tornato da poco dall’allenamento quotidiano in una vecchia cascina di Cologno al Serio dove si esercita quasi tutti i giorni, per almeno due ore e mezza, al tiro con l’arco. La sua specialità che l’ha portato a disputare le Paralimpiadi di Londra nel 2012 e quelle recenti di Rio de Janeiro, i campionati mondiali di Bangkok in Thailandia dove ha vinto il bronzo nella gara individuale e l’argento in quella a squadre.

È stato ricevuto con tutta la nazionale italiana paralimpica dal Presidente della Repubblica. E pensare che nel 2009, dopo un terribile incidente in moto a trecento metri da casa, è stato per giorni tra la vita e la morte. I medici dicevano di doverlo operare ma non potevano perché era troppo rischioso. Poi finalmente esce dal coma ma non sente più le gambe. È paraplegico. Ma reagisce come ha sempre fatto nella sua vita. Sia quando era Vigile del Fuoco durante il servizio militare, sia da capoofficina in una ditta metalmeccanica, sia quando si occupava di impianti telefonici.

Ora Giampaolo Cancelli, per tutti Paolo, classe 1968, è davanti a noi, nella sua casa di Stezzano. È sereno, disinvolto, pieno di tatuaggi. Ognuno gli ricorda un momento importante della sua vita. La figlia, il primo matrimonio, il padre, le prime vittorie, e quella più grande: la forza e il coraggio che ha avuto nel superare il suo drammatico incidente. «Era il 24 settembre» ci racconta. «Stavo tornando a casa in moto quando un’auto è sbucata all’improvviso. Ho tentato di evitarla ma non ci sono riuscito. La moto mi è caduta addosso e ho perso i sensi. Da quel momento non ricordo più nulla. Per quaranta giorni sono stato incosciente e sedato. Quando mi sono ripreso mi hanno detto che sarei finito su una sedia a rotelle perché le mie gambe non rispondevano più. Ho reagito come al solito. Ho visto, come si dice, il bicchiere mezzo pieno, non mi sono perso d’animo. Ero ancora vivo e ho cominciato a mettere le basi per la mia seconda vita e ho riscoperto la famiglia, mia figlia. Prima uscivo alle sei e tornavo la sera. Può sembrare paradossale ma l’incidente mi ha permesso di capire che cosa stavo perdendo e ho scoperto altri valori umani e il tiro con l’arco al Centro di riabilitazione di Mozzo».

È proprio al Centro di riabilitazione degli ex Ospedali Riuniti diretto dal professor Guido Molinero che Giampaolo Cancelli comincia la sua seconda vita. «Devo soltanto dire grazie ai medici e ai fisioterapisti. Facevo esercizi per 5, 6 ore al giorno con tanto impegno e piano piano sono riuscito a muovere le gambe. Sembrava impensabile invece ci sono riuscito. I piedi purtroppo sono insensibili, immobili. Non riesco a camminare. Tutti sono stati fantastici, mi hanno sostenuto dal punto di vista fisico e da quello psicologico per cinque mesi. È una struttura eccellente. Anche dopo le dimissioni ho continuato a frequentare il day hospital cercando di trasmettere pensieri positivi e infondere coraggio agli altri pazienti soprattutto a tanti giovani che si sono trovati nella mia condizione senza aver avuto la gioia di assaporare pienamente la vita. È importante aiutarsi, fare progetti per il futuro».

Giampaolo ha scoperto il proprio futuro e l’arco tra una seduta fisioterapica e l’altra. «Ero dimagrito moltissimo» racconta. «I muscoli avevano perso tono. La riabilitazione prevede anche lo sport terapia: basket, ping pong, tiro con l’arco. La mia scelta è stata naturale: prima dell’incidente mi allenavo al poligono di tiro di Alzano. E ho deciso di continuare la mia sfida con il bersaglio. Dopo un mese e mezzo di allenamento sono stato selezionato per le Paralimpiadi di Londra, poi per i mondiali, per tante altre gare in Francia, in Germania, in Olanda, in Repubblica Ceca e per i giochi a Rio de Janeiro. Un’emozione fortissima. Entrare in uno stadio come il Maracanà con ottantamila persone è un’esperienza incredibile. Tanti atleti con tante disabilità che non si sentono rivali, che sono come una grade famiglia». «Forse chi ha una disabilità è più consapevole dei propri limiti ed è più disponibile e paziente con gli altri. E infatti sono nate tante amicizie che si rinnovano ogni anno per i Mondiali, per gli Europei e in tante altre gare internazionali. Il risultato conta fino a un certo punto. è chiaro, tutti vorremmo arrivare alle medaglie. A Rio mi sono classificato soltanto nono, ma, come al solito è un’esperienza da ricordare. Come non ricordare la grande povertà e la gente che va a cercare il cibo tra i rifiuti mentre a noi atleti non mancava nulla» aggiunge.

Il futuro di Giampaolo si chiama Tokyo dove si terranno nel 2020 le prossime Paralimpiadi. Ma, essendo anche consigliere dell’Associazione disabili bergamaschi e responsabile dello Sport terapia al Centro di riabilitazione di Mozzo, deve fare gli straordinari: allenarsi la mattina dopo la colazione e la pulizia dell’appartamento e l’impegno sociale organizzando eventi come la recente Festa della Solidarietà a Comunnuovo o dando una mano nella vendita natalizia di pacchetti dono a Orio Center. Ma soprattutto aiutando gli altri a ritrovare un futuro meno problematico con lo sport terapia. «È davvero importante per rimettersi in gioco» ci dice. «Ti permette di ritornare in mezzo alla gente e non avere vergogna verso le persone normodotate. Mi piace dare agli altri, attraverso lo sport terapia, l’opportunità di ritornare in mezzo alla gente, di essere autoironici come lo sono io. Ridere, scherzare e prendermi in giro per quello che sono e dimostrare tutta la mia vitalità. Penso che la vita vada vissuta sempre al massimo. Ma la cosa più importante è che lo sport ti aiuta a condurre una vita migliore, ti costruisce una muscolatura e una filosofia di autosufficienza per poter affrontare i disagi che trovi per le barriere architettoniche e non solo».

a cura di LUCIO BUONANNO

 

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