Come sopravvivere a un collega “demotivante”

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…e non farsi contagiare dalla sua negatività.
Chi di noi non ha conosciuto, nella propria vita lavorativa, il classico collega o dipendente svogliato, perennemente negativo, carico di insofferenza per ogni compito, astioso verso gli altri e che trova ogni cosa difficile oltremisura? “Affari suoi”, verrebbe da dire di primo acchito. E invece no: un atteggiamento del genere può ripercuotersi con effetto domino su tutti quelli che lo circondano, caricando di malcontento anche gli altri e compromettendo la qualità del lavoro, e motivazione, di tutto l’ufficio o ambiente lavorativo. Ne parliamo con la dottoressa Giorgia Marletta, psicologa del lavoro.

Dottoressa Marletta, qual è l’identikit del collega “demotivante”?
Al di là dell’esagerazione caricaturale, questo tipo di individuo, per le complicate dinamiche che genera nel suo contesto professionale, è stato a più riprese oggetto di analisi e ricerca nel campo della Psicologia del Lavoro. In particolare sono state identificate 10 caratteristiche che denotano una persona “demotivante”.

• È incline alla lamentela e quando comunica è per evidenziare aspetti negativi: brutte notizie riguardo a progetti o ad altre persone, cose che non sono state fatte bene, manchevolezze etc.

• Ha poco spirito di iniziativa e non sviluppa mai idee proprie, non si attiva in maniera propositiva e di fronte a compiti affidati deve venire continuamente sollecitato.

• Tende a non comunicare, in maniera chiara e orientata alla risoluzione, il proprio malcontento ma anzi, durante confronti o riunioni, diventa silenzioso e comincia a lavorare sempre più spesso in solitudine.

• Fatica ad accettare le direttive: le istruzioni devono essere ripetute spesso e sostiene di faticare a comprenderle adducendo frequentemente ragioni per declinare determinati incarichi.

• Rimanda i lavori più difficili o se ne lamenta, cercando spesso di “girare” il compito a qualcun altro oppure non li porta a termine o lo fa in ritardo.

• Manifesta la tendenza alla “difensiva”: conversare con lui è difficile, all’insegna di cambiamenti d’umore e frasi sarcastiche o trancianti.

• Evita o boicotta la possibilità di collaborare con gli altri dipendenti e spesso stimola le occasioni di conflitto.

• Ha un atteggiamento passivo, come se gli obiettivi del gruppo non lo riguardassero e lui fosse uno spettatore esterno.

• È sempre pronto a dare la colpa di un errore agli altri: sembra essere più interessato a scoprire chi è il responsabile di un problema piuttosto che trovare una soluzione.

• È incline al pettegolezzo: cerca di scoprire gli errori altrui e lo dice agli altri colleghi, si preoccupa troppo per le voci d'ufficio e ama condividere cattive notizie.

In casi estremi, tutte queste caratteristiche sono condensate in un'unica persona. Più in generale però, se anche solo una o due di queste sono presenti, ciò si manifesta, sul clima professionale ed emotivo delle persone che gli stanno vicino, con la potenza deflagrante di una bomba.

Con quali conseguenze?
Secondo una ricerca condotta su un campione di mille dirigenti e dipendenti statunitensi, il cosiddetto “dipendente demotivante” produce un effetto domino intorno a sé. L’atteggiamento di questi individui dilaga a macchia d’olio al punto da debilitare il morale di chi lavora con loro, limitando efficienza e produttività dell’intera squadra. Un po’ alla volta, come la goccia d’acqua che alla lunga buca anche una roccia, la persona demotivante inizia a influenzare le persone che le stanno intorno, genera un ambiente di sfiducia al punto di impedire l’emergere del potenziale degli altri.

Cosa si può fare allora per evitare tutto questo?
Ignorare questa tipologia di persona è di certo una tentazione ma non è la soluzione. Dal punto di vista psicologico dare la colpa al “dipendente demotivante” non è di alcuna utilità se non si analizzano le ragioni del problema. È fondamentale innanzitutto accertarsi che questa persona non si trovi a svolgere un lavoro inadatto alle sue caratteristiche, che le dinamiche del gruppo non siano a lui avverse e appurare che il dipendente non stia vivendo nel privato una situazione angosciosa. Una volta fatto ciò vi sono alcuni modi possibili per gestire questo tipo di persone: se ci troviamo a lavorare al suo fianco c’è un’importante stratagemma che possiamo adottare. Ad esempio, chiedersi “come mi sento dopo che ho parlato con questa persona?”, “cosa ha fatto per farmi sentire così?”; queste due semplici domande possono aiutarci a vedere con chiarezza che gli stati d’animo negativi non nascono dal nostro interno e quindi non ci appartengono. In questo modo possiamo facilmente lasciarli andare come in una sorta di “rispedizione al mittente”! Se, invece, ci troviamo a gestire un “dipendente demotivante” abbiamo il dovere di adottare le modalità migliori per permettergli di manifestare al meglio il suo potenziale e con esso la capacità di vivere le relazioni in modo costruttivo e propositivo. Per aiutarci a fare ciò è bene tenere presenti 3 importanti strategie:

1. Ascoltare. Spesso, quando un dipendente è difficile la cosa che viene spontanea per difenderci è smettere di prestare attenzione. In realtà conoscere il punto di vista del dipendente demotivante può scoperchiare questioni legittime che devono essere affrontate. Ascoltarlo, incitandolo attivamente al confronto ed esortandolo a manifestare il suo pensiero riguardo a decisioni, compiti e obiettivi contribuirà inoltre a farlo sentire partecipe e quindi responsabile.

2. Dare feedback comportamentali chiari rispetto a specifici comportamenti da migliorare e impostare con altrettanta chiarezza le conseguenze se le cose non cambiano. Se il dipendente demotivante non percepisce che il suo atteggiamento negativo avrà conseguenze per sé, perché dovrebbe cambiare?

3. Non avvelenare il pozzo. Non importa quanto difficile il dipendente può essere, la cosa importante è non parlarne in termini negativi con gli altri dipendenti per non creare un ambiente di sfiducia e carico di conflitti che inquinerebbe il clima.

Più in generale è importante evitare di apporre etichette sulle persone che ci circondano, anche quando queste ci sembrano, come nel caso del nostro collega o collaboratore, “difficili”. Chiedendo in prestito le parole a un filosofo (Seneca) “Non è vero che noi non agiamo perché le cose sono difficili. Invece le cose ci sembrano difficili proprio perché non osiamo agire.”

 

a cura di ELENA BUONANNO
con la collaborazione della DOTT.SSA GIORGIA MARLETTA
Psicologa del Lavoro, Coach e Trainer
- PRESSO CENTRO COUNSELING INTEGRATO DI SCANZOROSCIATE -

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