Mi sono laureato per aiutare i campesinos

Mi sono laureato per aiutare i campesinos

Faceva il tornitore meccanico quando andò a fare volontariato sulle Ande e colpito dalla povertà e dalle malattie decise di diventare dottore.
«Mi sono laureato in medicina per poter aiutare i campesinos della Bolivia. Ho cominciato trent’anni fa con un piccolo centro medico che poi, grazie all’aiuto di tanti amici soprattutto bergamaschi, è diventato un Ospedale che serve un’area molto vasta e cura ogni giorno una quindicina di pazienti».

Il dottor Pietro Gamba, nato e cresciuto a Stezzano, è diventato medico per caso. Ora è il responsabile dell’Ospedale di Anzaldo, un paesino di mille abitanti a due ore da Cochabamba. In questi anni è riuscito a portare lassù a 3200 metri di altitudine l’elettricità e l’acqua corrente conquistando la stima e la fiducia dei suoi nuovi compaesani. «Avevo 23 anni quando sono venuto qui la prima volta. A Stezzano lavoravo come tornitore meccanico e, nel tempo libero, facevo volontariato al Patronato San Vincenzo di Bergamo. Avrei dovuto partire per il servizio militare, ma io non volevo farlo per una scelta non violenta. Ad aiutarmi fu don Bepo Vavassori. Mi propose una soluzione ancora più radicale: tre anni con i ragazzi in difficoltà seguiti dal Patronato, di cui don Bepo è stato il fondatore, e poi altri tre anni tra i poveri della Bolivia. Accettai. Poi, finita l’esperienza a Bergamo, sono andato a La Paz e per alcuni mesi ho continuato a seguire i ragazzi assistiti dalle missioni cattoliche. Ma per me i poveri erano altri: i campesinos e allora mi sono trasferito in una comunità sulle Ande. Vivevo con loro che mangiavano solo patate e mais e lavoravano duro. Una grade povertà. Sono rimasto lì due anni, ho imparato il quechua, la loro lingua, ho lavorato nei campi e mi sono preso anche la scabbia, proprio come loro».

La sua vita cambia quando assiste alla morte di cinque bambini per un’epidemia di morbillo. «Fu atroce vederli morire per una malattia che in Italia è considerata innocua e non poter fare nulla per loro. La situazione sanitaria era deprimente. Se un bambino si ammalava o un giovane aveva una malattia acuta o un parto andava male, la morte era certa. Eravamo isolati, lontani da tutto e non c’erano medici. Mi sentivo impotente. Stavo male e una notte guardando il cielo con le stelle quasi a portata di mano presi la mia decisione “Perché non posso fare io il medico?” e come avevo sempre fatto mi affidai al Signore: “Aiutami dammi forza e fede”».

Torna in Italia nel 1978, si iscrive all’Università di Padova e in sei anni si laurea con il massimo dei voti. «Studiavo sedici ore al giorno perché dovevo prepararmi bene e non dovevo perdere tempo» racconta oggi. Va poi in Svizzera per un periodo di tirocinio e nel 1984 torna in Bolivia, si stabilisce ad Anzaldo dove apre un centro medico e poco alla volta gli abitanti iniziano a frequentarlo: arrivano da tutta la zona, un territorio grande come tutta la provincia di Bergamo. «Mi hanno dato fiducia, io vivevo lì in mezzo a loro». Ma le difficoltà non mancano. «Le maggiori sono state la lingua e l’integrazione in una cultura diversa» rivela il dottor Gamba. «Differenti tradizioni, storia, valori e la scarsa intesa con le autorità sanitarie che danno poco contribuito a rafforzare il centro. E anche un gruppo politico che esercitava pressioni per contrastare i miei progetti. Ma quando ha scoperto che la gente era schierata dalla mia parte ha smesso. E meno male che ci sono stati tanti benefattori che hanno appoggiato la nostra missione e hanno permesso di portare avanti i nostri progetti. Ma la situazione sanitaria è ancora problematica per le tante malattie: polmoniti, diarree, il morbo di Chagas che attacca cuore e intestino. Non possiamo curarlo ma cerchiamo di riparare i danni che provoca e che portano a una morte sicura, atroce con forti dolori, se non si interviene chirurgicamente accorciando l’intestino. Altro problema è il tumore al collo dell’utero. Nonostante da anni facciamo campagne per il Pap-test non tutte le donne si fanno controllare periodicamente. Comunque, nonostante le tante difficoltà abbiamo salvato migliaia di persone. È la nostra missione di medici. Non siamo dei funzionari. Il medico deve guadagnarsi la fiducia del paziente, deve diventare uno di loro, parlare con la gente, visitarla, andare nelle loro case, mangiare con loro e conoscere e condividere le loro usanze diverse dalle nostre come masticare coca con un campesino e parlare nella sua lingua».

E la fiducia il dottor Gamba se l’è costruita giorno per giorno. «All’inizio gli abitanti contestavano l’ospedale. “Non ci serve”, dicevano “abbiamo bisogno dell’elettricità, dell’acqua potabile. E il medico arrivato da Stezzano riesce, oltre a costruire l’ospedale, anche a realizzare l’elettrificazione e l’acqua potabile con le donazioni dei suoi amici italiani e svizzeri». Tra i suoi ricordi più belli la grande festa che tutto il paesino organizzò in piazza per il suo matrimonio con Margarita, una biologa boliviana che era andata ad Anzaldo come volontaria mentre era ancora all’Università. Ora lavora anche lei all’ospedale e ha dato al nostro medico bergamasco quattro figlie. La più grande sta seguendo le orme paterne e studia medicina.

Il dottor Gamba è atteso in sala operatoria per un intervento chirurgico. «Ho frequentando corsi di aggiornamento in Italia e ho imparato le tecniche di anestesia e chirurgia, fondamentali per salvare le vite di tanti campesinos. E spero che l’ospedale possa continuare sempre così, io sto invecchiando ma devo garantire alla nostra struttura il futuro e allora ho costituito la Fondazione Pietro Gamba (www.pietrogambaonlus.org)».

150 INTERVENTI L’ANNO
L’ospedale di Anzaldo che il dottor Gamba chiama Centro medico chirurgico si trova a 3200 metri sul livello del mare nelle Ande Boliviane. Ha 12 posti letto, due sale di chirurgia, pronto soccorso, radiologia, laboratorio di analisi, ostetricia e altre specializzazioni. Ci lavorano dieci persone tra infermieri e medici tutti specializzati e stipendiati. Ogni anno effettua circa 150 interventi chirurgici, alcuni molto delicati come quelli sui pazienti affetti dal morbo di Chagas. L’ospedale è sempre funzionante giorno e notte e sette giorni su sette.

a cura di LUCIO BUONANNO

 

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